Giornalisti massacrati nel Sahel in Africa mestiere da onorare con rinnovato impegno

Assistiamo sgomenti al massacro e comunque alle torture, alle sevizie, all’esilio di centinaia e centinaia di cronisti

 
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Giornalisti massacrati nel Sahel in Africa mestiere da onorare con rinnovato impegno

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Assassinato a freddo, appena dopo la cattura, con una raffica di kalashnikov lo scorso 27 aprile. Lo spagnolo David Beriain Amatriain, 44 anni, di Artajona in Navarra, giornalista documentarista apprezzato in tutto il mondo civile, é morto sul lavoro, mentre ricostruiva, con la consueta passione, serietà e precisione, in una zona calda dell’Africa, la caccia di frodo di animali in via d’estinzione.

Al suo fianco, sotto la stessa gragnola di pallottole, sono caduti il cameramen suo connazionale e compagno di tante avventure, Roberto Fraile di 47 anni e l’irlandese Rory Young, co-fondatore della Ong Chengeta Wildlife, un gruppo anti-bracconaggio.

David, che aveva conseguito la laurea in giornalismo, si presentava col suo sorriso pacioso e coinvolgente sulla barba e i baffi castani, su cui risaltavano gli occhi intensamente azzurri. Lascia la moglie Rosaura. Raccontava di coltivare un affetto particolare per la nonna paterna, Juanita, spirata quasi centenaria che aveva trovato la sua verità nella fede in 93 metri (la distanza tra l’uscio di casa e la panca della chiesa dove si inginocchiava a pregare), mentre lui continuava ancora a cercarla, la “vertad”, dopo aver visitato ben 93 paesi…

Adesso il “periodista” spagnolo avrà ritrovato nell’altra dimensione il collega e suo idolo Miguel Gil Morena de Mora (1967-2000), ex avvocato e poi brillante corrispondente di guerra dell’Associated Press, a Sarajevo, ucciso pure lui in Africa, in Sierra Leone.

A chi gli domandava se non avesse paura ad affrontare i pericoli in paesi ricchi di insidie, Beriain rispondeva con un sorriso: “Certo che sì. Talvolta mi domando io stesso: “Che ci stai a fare, qui?”. La paura comunque è come il dolore dei denti: ti tiene sveglio. È un sistema di sicurezza”.

Affrontava le grandi storie di cui era testimone con spirito socratico: “Non giudico, non salgo in cattedra. Sono goffo, maldestro, ma so di non sapere. E poi è più difficile fare il giornalista locale che narrare una grande storia. Dirò di più: non esistono storie piccole: soltanto occhi piccoli”.

Il feroce, ingiustificato delitto di David e Roberto si é consumato, pare ad opera di gruppi che si richiamano ad Al Qaeda, in una zona del Burkina Faso (la città più vicina, Pama), compresa tra il Mali e il Niger. A rivendicare l’orrendo crimine l’organizzazione terroristica Jnim (gruppo d’appoggio all’Islam e ai Musulmani).

In queste lande, povere, emarginate e dimenticate, le formazioni estremiste (Jiadisti del Sahel, Ansarul Islam, Stato Islam nel Grande Sahara) dettano da tempo una legge crudele e sanguinaria tanto da far registrare, nel 2020, oltre 2.200 vittime in un solo anno. Una media di 6 vite spezzate ogni giorno

David e Roberto rappresentano gli alfieri della parte migliore del giornalismo d’inchiesta: avevano documentato il traffico della droga in Messico; la corruzione cavalcante e apparentemente irrefrenabile in Argentina; la guerriglia delle Farc (con un reportage girato in ben dieci giorni in centro America all’interno di un accampamento dei guerriglieri); la guerra sporca in Iraq (dove erano entrati nascondendosi nel doppio fondo di un camion di contrabbandieri turchi) ed in Afghanistan (e qui erano riusciti ad intervistare persino alcuni terroristi talebani), sempre con uno stile secco, oggettivo, scevro di fronzoli e particolarmente efficace. Anche in Italia David aveva svolto parte della sua attività.

Ma a Napoli i contatti che aveva allacciato lo avevano raggirato e turlupinato. Il reporter aveva sollecitato i suoi referenti a condurlo in una raffineria di droga e, invece, gli avevano preparato e propinato una scena finta con tanto di “attori”, più o meno professionali, ma credibili, che avevano recitato la parte dei … malommi.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez, in un tweet non solo ha espresso il dolore e la vicinanza della comunità iberica alle famiglie delle vittime, ma ha inteso rimarcare un forte riconoscimento “a chi, come costoro, realizzava ogni giorno un giornalismo coraggioso ed essenziale nelle aree di conflitto”.

Come cittadini e come giornalisti non possiamo non assumere la morte di David e dei suoi compagni come una lezione da mandare a memoria ed a cui attenerci.

Ogni anno, in tutto il mondo, e persino in Europa, in casa nostra, dunque, assistiamo sgomenti al massacro e comunque alle torture, alle sevizie, all’esilio di centinaia e centinaia di cronisti, uomini e donne, che per cercare e raccontare la verità perdono la libertà, vengono scacciati dal loro paese, quando non subiscono il martirio delle carni e, fin troppo spesso, vengono addirittura uccisi, nei modi più agghiaccianti (comprese le auto imbottite di tritolo).

Dalla condanna di Niccolò Franco giustiziato per aver pestato i piedi ai potenti di Parma e di Roma nel marzo del 1570; alle esecuzioni dei numerosi giornalisti ghigliottinati durante la Rivoluzione francese; alla fine straziante di Eleonora Pimentel Fonseca, eroina e direttrice del “Monitore napoletano“, impiccata nell’ottobre del 1799 per le sue idee liberali; alle terribili, orrende vessazioni sui giornalisti ad opera dei regimi e dei dittatori dell’Ottocento e del Novecento in tutto il globo, fino ai nostri giorni, non c’é stata stagione in cui chi ricerca la verità – relativa certo come tutte le verità umane – da porre al servizio dei propri concittadini non sia stato costretto a pagare un prezzo salato, quando non altissimo, quale la perdita della vita.

Davanti al dolore, ai tormenti, al sangue delle vittime di questa professione non resta, insieme al compianto, che l’impegno ad affrontare il mestiere di ”testimoni” dei fatti e degli avvenimenti con rinnovato spirito di servizio, con profonda coscienza e sensibilità, con serena ed imparziale oggettività, come si conviene e come sancisce il codice di deontologia professionale.

Ciascuno è chiamato ad ottemperare, ad adempiere, con convinzione, a questi principi ed obblighi, anche per ricordare e celebrare, attraverso azioni concrete, il sacrificio di questi eroi.

Proprio Eleonora Pimentel, donna di raffinata cultura e di animo immenso, salendo sul patibolo, mormorò in latino una frase mutuata dall’Eneide di Virgilio: “Forsan et haec olim meminisse juvabit” (“Forse un giorno ci farà piacere ricordare anche queste cose”). Forse. Ma verità o utopia che contenga questa locuzione, rimane obbligo del giornalista – provinciale o internazionale che sia, ma degno di questo nome e di questa attività professionale – spendersi al massimo delle proprie possibilità, delle proprie conoscenze, della propria cultura, per onorare i martiri della verità o della sua ricerca e, con loro, se stesso.

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