Il destino della libertà, a Perugia nella sala dei Notari

relatori conferenza il destino della libertàPERUGIA – In una gremita sala dei Notari del palazzo dei Priori in Perugia si è tenuta, nel pomeriggio del 6 maggio, una significativa conferenza il cui tema è di grande attualità: “Il destino della libertà. Quale società dopo la crisi economica”. Il riuscito incontro, promosso dalla Conferenza episcopale umbra (Ceu), è stato proposto prendendo spunto dalla recente pubblicazione del volume Generativi di tutto il mondo unitevi! Manifesto per la società dei liberi, scritto a quattro mani dai sociologi dell’Università Cattolica di Milano Mauro Magatti e Chiara Giaccardi, che sono intervenuti alla stessa conferenza coordinata dal giornalista Roberto Righetto, caporedattore delle pagine culturali di «Avvenire». Molto atteso è stato l’intervento del noto sociologo Zygmunt Bauman, professore emerito dell’Università di Leeds. Un suo contributo sul tema trattato è consultabile nel sito www.chiesainumbria.it . Particolarmente interessante è stato il discorso introduttivo del cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Ceu Gualtiero Bassetti, il cui testo integrale è sempre consultabile sul sito www.chiesainumbria.it .

Tre sono stati gli obiettivi della conferenza perugina: primo, «sviluppare una riflessione sul tema della libertà in rapporto ai grandi mutamenti sociali che la crisi economica sta imponendo alla società contemporanea»; secondo, «elaborare la proposta di un nuovo modello di sviluppo che promuova il Bene comune e difenda la dignità umana alla luce della persistente stagnazione del modello produttivo occidentale»; terzo, «coinvolgere associazioni e istituzioni che operano nel campo culturale, economico e sociale promuovendo sinergie virtuose tra di esse».
Ad illustrare la finalità di questa conferenza è stato lo stesso cardinale Bassetti nel dire che «questa iniziativa vuole essere un momento di riflessione, di dialogo e, speriamo, anche di proposta concreta. Consapevoli, però, che l’unico spirito che guida questa iniziativa è quella del servizio. Un servizio alla Città di Perugia, un servizio all’Umbria, un servizio alla Chiesa e un servizio a tutti gli uomini e alle donne del nostro amato Paese… Un servizio, come ha detto Francesco, “che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore”».

Proprio citando il Santo Padre, il cardinale si è posto la domanda «che cosa significa essere liberi?», richiamando l’attenzione sulla «risposta che papa Francesco ha dato a questa domanda alcuni mesi fa, in due diverse meditazioni mattutine a Santa Marta. Essere liberi, ha detto il Vescovo di Roma, non significa certamente “fare tutto ciò che si vuole, lasciarsi dominare dalle passioni, passare da un’esperienza all’altra senza discernimento e seguire le mode del tempo”. Essere liberi significa, prima di tutto, avere “capacità di scelta”. Cioè saper scegliere in piena autonomia assumendosi la responsabilità delle proprie decisioni di fronte agli altri e, in definitiva, di fronte al mondo. La libertà, dunque, non può essere scissa dalla responsabilità».

«Allo stesso tempo, però, come ha sottolineato Francesco – ha proseguito il cardinale Bassetti –, la libertà si accorda sempre con la speranza perché “dove non c’è speranza non può esserci libertà”. La speranza, ovviamente, non va confusa con un vago sentimento ottimistico. La speranza per un cristiano è sempre Gesù. Per usare le parole del papa, “la speranza è un dono”, un “regalo dello Spirito Santo” che non delude mai. E la speranza se intesa laicamente assume un significato escatologico che non può non mirare al bene comune, al bene della comunità. Mi chiedo, però, se questo duplice binomio tra libertà e responsabilità, e tra libertà e speranza, sia una prassi concreta o, all’opposto, rimanga confinata nel campo delle buone intenzioni, degli ideali e dei valori declamati solo a parole. Parole che troppo spesso cadono nel vuoto e non danno frutto. Mi chiedo, perciò, se la bandiera della libertà si riduca, a volte, ad essere solamente un vessillo agitato al vento senza troppa preoccupazione per quello che accade realmente nella vita degli uomini».

Il porporato si è anche posto ed ha posto altre domande: «Siamo proprio sicuri che questa libertà da molti blandita come una verità inscalfibile, come un segno inequivocabile dei tempi moderni, sia una reale condizione di ogni essere umano? Oppure esistono realmente – e sono in gran numero, forse la maggioranza – quelle “vite di scarto” denunciate da Zygmunt Bauman? I milioni di rifugiati e di sfollati che bussano alle nostre porte hanno potuto conoscere realmente quella libertà di cui il mondo occidentale sembra cibarsi quotidianamente oppure vivono solamente una condizione di moderna schiavitù? I cosiddetti “rifiuti” del processo produttivo del “capitalismo tecno-nichilista”, secondo la definizione di Magatti, sono veramente così distanti dalle nostre esistenze? Oppure sono vicinissimi a noi, anzi sono parte integrante della nostra vita, ma noi, con il nostro individualismo esasperato, fatichiamo a riconoscerli, a prenderli in considerazione, ad aiutarli e, soprattutto, ad amarli?»

«A queste domande – ha aggiunto il cardinale – non vorrei rispondere sollevando delle questioni filosofiche ma riportando l’esperienza concreta della recente visita pastorale nella mia diocesi di Perugia. Potrei fare moltissimi esempi, ma in questa particolare occasione, visto anche il coinvolgimento degli studenti delle due Università cittadine, è mia premura evidenziare soltanto una questione che ho visto da vicino e che mi sta particolarmente a cuore: ovvero la questione giovanile. Non ho alcuna particolare inclinazione verso le mode giovaniliste e non voglio ammiccare a questa parte della società per chissà quale gratificazione, ma non posso non sottolineare che i giovani della nostra società – i nostri giovani, i nostri figli – vivono in condizioni sempre più drammatiche. Prima di tutto per la piaga visibile della disoccupazione. In secondo luogo, per la piaga invisibile della solitudine. Incontro quotidianamente giovani ragazzi che vivono un profondo disagio esistenziale, che non hanno un lavoro e che hanno ormai perso la speranza di trovarne uno. Giovani che, il più delle volte, si sentono abbandonati da tutti. Costretti a vivere un’esistenza precaria che uccide la loro dignità, che incrina la loro identità e che li colpisce fin dentro l’anima. Come pastore non posso non ricordare a questi giovani, con tutta la forza che possiedo, che Cristo non li ha abbandonati! Ma li segue uno per uno. Gli sta accanto. E cammina con loro nelle loro sofferenze».

«La Chiesa, ma non solo la Chiesa, bensì tutti gli uomini e le donne di buona volontà – ha evidenziato il presule avviandosi alla conclusione – hanno l’imperativo morale di cingersi i fianchi, di rimboccarsi le maniche e di soccorrere tutti coloro che vivono in una condizione di esclusione, che stanno ai margini della società e che non hanno niente. Questa cesura profonda, tra chi è all’interno della cittadella dei diritti e della sicurezza sociale e chi sta al di fuori, reietto ed escluso dal cosiddetto processo produttivo, rappresenta una frattura inaccettabile agli occhi di Dio. Perché una società che non accoglie gli ultimi, che non abbraccia i suoi figli e non si prende cura dei poveri è una società che finisce per negare la paternità di Dio e per autodistruggersi. Una società che non fornisce ai più giovani gli elementi necessari per poter sviluppare la propria personalità è una società che è matrigna con i propri figli e che finisce per negare la libertà fondamentale di ogni essere umano: quella di vivere nel rispetto della dignità umana!».

Il sociologo Bauman ha citato diverse opere di autori contemporanei, in particolare la recentissima pubblicazione di Jeremy Rifkin dal titolo:The Zero Marginal Cost Society, con sottotitolo The Internet of Things, The Collaborative Commons, and the Eclipse of Capitalism (Palgrave Macmillans, Aprile 2014). Bauman, riferendosi sempre all’opera di Rifkin, sostiene che «sta per iniziare l’era della cooperazione e della condivisione. “Nell’era che si approssima, sia il capitalismo sia il socialismo perderanno il dominio che una volta esercitavano in modo esclusivo sulla società, in quanto una nuova generazione si identifica sempre di più con il collaborativismo”».

«Di fatto, Rifkin – afferma Bauman – ci provoca a esaminare attentamente il panorama globale attuale nella sua totalità, anziché osservarne sugli schermi o tra le pagine di giornale i diffusi, dispersi, caleidoscopici e variegati frammenti… Rifkin suggerisce che i “beni comuni contemporanei” sono già visibili. Sono caratterizzati da “miliardi di persone impegnate negli aspetti altamente sociali dell’esistenza”. Sono “fatti di milioni di organizzazioni autogestite, funzionanti in base a criteri altamente democratici, tra cui figurano istituzioni caritative, organizzazioni religiose, gruppi artistici e culturali, fondazioni educative, club sportivi dilettantistici, cooperative di produttori e consumatori, cooperative di credito, organizzazioni per la cura della salute, gruppi di avvocati, associazioni di condominio, e un elenco pressoché illimitato di altre istituzioni ufficiali e informali che generano il capitale sociale della società”. Il capitale sociale esiste ed è in crescita, in attesa di essere raccolto, assemblato, messo all’opera… Rifkin ha ragione quando ci sollecita a strappare il velo tessuto dalla società consumistica mercantile scoprendo le reali alternative, sempre più tangibili: la possibilità di una società basata sulla collaborazione anziché sulla competizione».

Il noto sociologo parla anche della «discutibile decisione di attribuire alla tecnologia informatica lo status di “infrastruttura” in grado di determinare il carattere di “bene comune collaborativo” della società futura. L’accesso universale, facile e comodo agli eventi di tutto il mondo in tempo reale, abbinato alla possibilità ugualmente aperta, facile e indisturbata di esporsi a un pubblico universale – evidenzia – è stata già salutata da numerosi osservatori come un autentico punto di svolta nella breve quanto densa e tempestosa storia della moderna democrazia. Contrariamente alle aspettative, praticamente diffuse a livello mondiale, che internet possa rappresentare un grande passo avanti nella storia della democrazia, coinvolgendo ciascuno di noi nella costruzione del mondo che condividiamo e sostituendo l’ereditaria “piramide del potere” con una politica “laterale”, si accumulano prove che internet possa anche servire a perpetuare e rafforzare conflitti e antagonismi, impedendo di fatto che un efficace negoziato a più voci conduca a un possibile armistizio e accordo, con integrazione e collaborazione a reciproco vantaggio. Paradossalmente, il pericolo scaturisce dall’inclinazione di numerosi internauti a fare del mondo virtuale una zona esente da conflitto, non però negoziando le questioni conflittuali e risolvendole con reciproca soddisfazione, ma rimuovendo dalla propria sfera visiva e mentale i conflitti che attanagliano il mondo non virtuale».

«Più di una via si diparte dal luogo dove siamo stati posti dai disegni della storia – conclude Bauman –: e non senza la nostra collaborazione, appassionata benché non sempre meditata, fin troppo spesso entusiasta. Sta a noi ora aprire la strada a una convivenza umana del tipo tratteggiato da Jeremy Rifkin. Non verrà da sé. Si richiede la nostra ponderata e accorta collaborazione».

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