Il Papa che portò guerra per il sale a Perugia Paolo III un pontefice di polso

 
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Il Papa che portò guerra per il sale a Perugia Paolo III un pontefice di polso

Il Papa che portò guerra per il sale a Perugia Paolo III un pontefice di polso

elio bertoldi

da Elio Clero Bertoldi
Paolo III era un pontefice di polso. E combatté con piglio duro il protestantesimo fondando nel 1542 la Congregazione del Sant’Uffizio, cioè l’Inquisizione romana e convocando il Concilio di Trento. La porpora cardinalizia Alessandro Farnese (1468-1549) l’aveva ottenuta per le grazie della sorella, la “bella Giulia”, moglie di Orsino Orsini, ma amante per diversi anni, di papa Alessandro VI, Rodrigo Borgia.

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Per questo i romani, sempre irridenti e irrispettosi, lo avevano etichettato col titolo di “cardinal Fregnese”. Le casse del Vaticano, quando Paolo salì al soglio di Pietro, risultavano debilitate, se non vuote, per tutta una serie di fattori, tra cui i fondi dilapidati da chi l’aveva preceduto sul soglio e le conseguenze del “sacco di Roma”, del 1527, operato dai Lanzichenecchi.

Fu per questi motivi che nel 1539, nel corso di una visita nel capoluogo umbro, Paolo III annunciò ai perugini che non solo avrebbero dovuto acquistare il sale prodotto dallo Stato Pontificio (mentre prima si rifornivano dalle saline di Siena), ma fissò pure il prezzo in 3 quattrini alla libbra.

La risposta del consiglio popolare al diktat fu netta: provvedimento ingiusto e inapplicabile.

Per cui partirono ambasciatori per trattare condizioni più eque col Vaticano che, dopo la sconfitta e la morte di Braccio da Montone (1424) aveva inviato in città un legato papale per rimarcare l’appartenenza della città allo Stato della Chiesa.

Il rancoroso Farnese replicò agli ambasciatori inviando, il 17 marzo 1540, al vice legato pontificio ed al capo dei Priori, Alfano Alfani, una bolla con tanto di scomunica per tutta la popolazione. L’Alfani si dimise subito, ma i perugini non si piegarono ed elessero il “Consiglio dei Venticinque” col mandato di opporsi alle pretese, ritenute inique, del pontefice.

Paolo III non perse tempo: convocò un concistoro e decretò l’intervento armato. Il primo di aprile, al comando del Gonfaloniere della Chiesa, Pierluigi Farnese, figlio del papa, l’esercito papalino entra in Umbria e devasta Foligno, Bastia, Assisi.

I pontifici vantano forze preponderanti: 8.000 italiani e 400 lanzichenecchi, ai quali si oppongono poco più di 2.000 soldati, in gran parte inviati da Siena (per tutelare i suoi interessi economici: il commercio del sale). Il viceré di Napoli, Don Pedro Toledo, tenta una mediazione, senza successo. Le speranze dei perugini si ravvivano il 16 maggio quando Rodolfo II Baglioni, abbandona la condotta che aveva firmato con Cosimo I dei Medici a Firenze e arriva, acclamato, in città.

Al suo fianco si schierano anche Ascanio e Giovanni Colonna, già vessati dal Farnese nelle loro proprietà laziali e anti papalini per tradizione familiare. Intanto i fanti papalini, guidati da Alessandro Tomassoni di Terni, assediano Torgiano.

Ascanio della Corgna, che vi si é rinserrato, ha avuto il tempo di far costruire, tutt’intorno al castello, un fossato semicircolare a protezione, per cui Tomassoni prevedendo difficoltà nell’assalto, decide di piegare in direzione di Ponte San Giovanni e Pretola, dove affronta e scompiglia la poco numerosa cavalleria nemica e poi pone l’assedio a Perugia.

Rodolfo, che aveva fatto piazzare i cannoni a Porta Sole, risponde con le sue bocche di fuoco. Ma la reazione risulta scarsa e poco efficace e la situazione diventa insostenibile tanto che il 3 giugno 1540 nel monastero di Monteluce é lo stesso Baglioni a firmare la capitolazione davanti all’avversario Girolamo Orsini.

La resa comporta lo scioglimento del Consiglio dei Venticinque, la cacciata dei Baglioni e di altre casate anti papaline e pure l’allontanamento volontario di molte famiglie (a Firenze, Siena, Urbino) che non intendono sottostare allo Stato Pontificio.

Due giorni dopo Pierluigi Farnese entra da vincitore in palazzo dei Priori. Paolo III, non contento del successo, ordina ad Antonio da Sangallo ed al Tomassoni, anche lui architetto militare, di costruire la Rocca Paolina e installa una guarnigione in città.

Scriveva infatti: “Il perugino é il popolo più bellicoso che ci sia in Italia”. Quindi meglio non correre rischi di nuove sollevazioni. Non hanno la forza per opporsi in armi i perugini, ma la reazione non manca: le famiglie cominciano a non utilizzare il sale per preparare il pane. É la nascita, nelle nostre terre, del filone “sciapo”.

Quella guerra segnò, in maniera definitiva, la caduta dell’autonomia di Perugia che era durata tre secoli abbondanti. Per costruire la Rocca Paolina vennero abbattuti 138 tra case e palazzi signorili, compreso quello di Braccio Baglioni, che ospitava gli affreschi di Domenico Veneziano e di Piero della Francesca; 9 chiese; 26 case-torri e due monasteri.

Anche l’urbanistica e lo stesso profilo della città mutarono per sempre. Il Farnese, molto intelligente e bene istruito (da giovane aveva frequentato Lorenzo Il Magnifico ed il suo circolo neo-platonico, scriveva un latino elegantissimo e conosceva bene pure il greco) non fu, comunque, molto fortunato nella vita privata. Ebbe quattro figli (Costanza, Pierluigi, Paolo e Ranuccio), tutti prima di abbracciare gli ordini sacri e tutti da Silvia Ruffini che gli restò sempre accanto come una fedele moglie.

Tutti morirono prima di lui. Pierluigi, che grazie alle manovre paterne, era diventato duca di Parma e Piacenza, finì massacrato, vittima di una feroce congiura (1547). I numerosi nipoti del papa, alcuni dei quali creati cardinali, non solo non lo amavano molto, ma arrivarono a bisticciare sempre più spesso con lui.

E proprio nel corso di uno di questi litigi, con Alessandro e Ottavio, per l’annessione del ducato parmense, Paolo III fu colto da un malore che gli spezzò il cuore. Il gossip dell’epoca diffuse la notizia che il papa fosse stato, addirittura, colpito con forza alla testa dal nipote Ottavio. Terribile e singolare fine per un “nepotista”.

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