Macerie, canapa e colori, ecco l’Umbria al Fuorisalone di Milano

Macerie, canapa e colori, ecco l’Umbria al Fuorisalone di Milano

MILANO – C’è il grigio, memoria della pietra urbana della Basilica di San Benedetto a Norcia, e poi ci sono i colori esplosivi della fiorita sul Pian Grande. A Milano, l’Umbria si presenta con “Canapa Nera, Guardavo le macerie e immaginavo il futuro”, l’installazione realizzata dalla Regione in occasione del Fuorisalone 2018. Il progetto artistico, sviluppato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia e la designer Daniela Gerini con il supporto tecnico del Museo della Canapa di Sant’Anatolia di Narco, verrà esposto nell’ambito di Interni House in Motion all’Università degli Studi di Milano fino 28 aprile.

La Regione Umbria  per la sesta volta alla settimana milanese dedicata al design, rafforzando la propria presenza all’importante vetrina internazionale. L’Umbria, infatti, si conferma come l’unica regione in grado di dare continuità a questa importante presenza e lo fa presentando un vero e proprio progetto di valorizzazione del territorio, attraverso diversi asset evidenziati nei vari eventi in programma.

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Nel chiostro centrale della Ca’ Grande, esempio di architettura pubblica affidato da Francesco Sforza all’architetto toscano Antonio Averlino detto  il “Filarete” (1.400 – 1.469), oggi sede dell’università ambrosiana, sorgerà un algido muro bifronte per raccontare la storia di un popolo coraggioso. Sul lato verso la corte alberata, quello progettato e plasmato dall’Accademia delle Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia guidata da Paolo Belardi, padroneggia una scomposizione caotica di macerie prelevate nelle zone rosse del cratere umbro e ordinate da un sistema di opere provvisionali e di reti paramassi. Il tessuto è, invece, il protagonista dell’altra facciata dell’opera di Daniela Gerini, artista e stilista appassionata di moda e design. La canapa diventa qualcosa da dipingere che, a sua volta diventa quadro.

Una vera e propria opera d’arte che si mostra in un polittico di undici tele vestite con segni e  colori esplosivi che si ispirano a quelli della fioritura a Castelluccio. Il tutto ordinato dalla scritta “Guardavo le macerie e immaginavo il futuro”. Perché è proprio la maceria ciò da cui (ri)partire per attivare il processo di ricostruzione del valore della comunità umbra. Non solo una riedificazione di case e chiese, ma anche il tentativo di non disperdere la maceria, ovvero tutto ciò che resta dopo la scossa e al contempo è ciò che era prima della scossa, ultima traccia concreta che conserva in sé un’identità e che rischia di andare perduta.

Un mix alchemico composto dai ricordi custoditi dalle macerie dei muri e dalle speranze che vibrano nelle fibre della canapa del fiume Nera. Perché abitare non è solo un atto materiale (“house in motion”), ma è anche un atto immateriale (“house in emotion”). Così come il compito della ricostruzione non è solo quello di restituire una casa, ma è anche quello di custodire un’identità. Traghettando i ricordi e le speranze oltre l’emergenza.

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