Nicola Miriano: “Le pensioni e il Tesoretto”

da Nicola Miriano
PERUGIA – Molti possono essere i significati di “pensione”, come molti sono gli aggettivi che vengono accompagnati a quel sostantivo per differenziare un tipo di pensione dall’altro: una vera jungla che non ho alcuna intenzione di esplorare anche perché non ne sarei capace, ma essendo un “pensionato”, cioè una persona  che riceve, e riceverà per tutta la vita, denaro da un ente pubblico per avere lavorato per più di mezzo secolo, darò al vocabolo il senso appena accennato, che è anche il significato che viene attribuito da soggetti politici, da organi della funzione giudiziaria, esecutivo-amministrativa, legislativa e da fonti dell’informazione, al termine “pensione”.

Le pensioni (quelle di cui parlo, non meno delle “altre”) sono un argomento che riguarda un numero assai elevato di cittadini, determinano un grosso esborso di denaro da parte dello Stato -direttamente o indirettamente-, hanno grande impatto economico e sociale e quindi, in ultima analisi, politico, in quanto toccano i gangli vitali della polis, dello Stato, sia inteso come vertice della collettività, ma anche come collettività stessa.

Per questo, la materia “pensioni” non potrà mai prescindere dal posizionamento  di un governo a destra o a sinistra (ammesso che questi termini abbiano ancora un significato) del governo che in precedenza ha avuto l’occasione, la necessità o la volontà di operare in maniera importante sulle pensioni, e quindi con la possibilità di spostare il consenso popolare, padre incontestato del consenso elettorale, da un piatto all’altro della bilancia. Non solo nel nostro Paese, ma anche con profitto o perdita relativamente alle valutazioni dell’Unione Europea che ci riguardano.

Orbene, il “parlare” di pensioni, che nella quotidianità normale è rappresentato da un brusio o poco più, da alcuni giorni a questa parte è diventato un frastuono assordante. Il motivo del mutamento va certamente individuato nella recente pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della sentenza della Corte Costituzionale n. 70 del 30 aprile 2015. Nel dispositivo della sentenza si legge che la Corte Costituzionale “dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 25, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui prevede che <In considerazione della contingente situazione finanziaria, la rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici, secondo il meccanismo stabilito dall’art. 34, comma 1, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, è riconosciuta, per gli anni 2012 e 2013, esclusivamente ai trattamenti pensionistici di importo complessivo fino a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento>”.

In termini meno ermetici, più grossolani e certamente meno precisi (affinché la spiegazione non sia meno chiara di quanto deve essere spiegato), per effetto della dichiarazione di illegittimità, a decorrere dal giorno successivo a quello della pubblicazione della sentenza, ha cessato di avere vigore la norma che prevedeva l’adeguamento dell’importo della pensione, in conseguenza della perdita del suo potere d’acquisto per effetto della svalutazione monetaria verificatasi nel  tempo, soltanto per coloro la cui pensione era  al di sotto di una certa soglia e non per quelli con una pensione superiore. Per questi ultimi, pertanto, dopo la sentenza è sorto un credito di importo pari alla perdita di valore subita e che subirà la pensione per l’inflazione.

In contrasto con l’esito del giudizio di legittimità, come riportato da notizie di agenzia,  è stato disposto dal Governo che dai rimborsi verranno esclusi i pensionati le cui pensioni abbiano un ammontare mensile pari o superiore a tremila euro e che i rimborsi corrisposti soddisferanno solo in maniera quantitativamente incompleta  i percettori del rimborso.

Il dispositivo della sentenza è inequivocabilmente chiaro. Quindi l’esclusione appena segnalata, qualora risulti effettivamente tale, è palesemente illegittima, perché non è possibile interpretare il dispositivo della sentenza in maniera diversa da quella letterale, né si può ritenere che la motivazione della sentenza stessa possa legittimare una diversa valutazione.

E’ infatti palese che l’ipotetico contrasto del contenuto del dispositivo rispetto alla motivazione vada  risolto a favore del primo, perché diversamente verrebbe snaturato lo stesso giudizio di costituzionalità previsto dal nostro ordinamento in quanto, in armonia con la metodica dettata dal primo comma dell’art. 1 della L. costituzionale 09.02.1948 n. 1, la questione di legittimità devoluta alla Corte costituzionale riguardava solo e proprio la norma che la Corte ha poi dichiarato illegittima, senza limitazione alcuna che, occorrendo, ben poteva prevedere.

Sull’evento appena descritto ciascuno ha e deve avere la propria opinione: consensi,  censure, preoccupazione per le possibili migliaia (soltanto?) di controversie giudiziarie che bruceranno imponenti energie economiche dei privati e dell’apparato pubblico.

Se negativa è la mia opinione sull’aspetto formale della vicenda, sull’aspetto sostanziale è diversa.

Il nostro Paese sta attraversando un periodo di forte contrazione socio- economica. L’integrale attuazione della sentenza comporterebbe una devastante ferita al bilancio dello Stato, letale per tutti i cittadini. E’ pertanto ragionevole, almeno per il momento, che lo Stato cerchi di limitare entro livelli sopportabili l’affanno al quale dovrebbero essere sottoposte le casse dell’Erario. Se e quando torneranno tempi migliori, si potrà, eventualmente,  cercare di completare il percorso intrapreso.

Assolutamente da condividere, non certo dal punto di vista giuridico, bensì da quello umano e sociale, la decisione di individuare i destinatari attuali del rimborso  nei soggetti economicamente più deboli (o almeno che ufficialmente appaiono tali), cioè coloro che hanno le pensioni di minore importo, quale che sia la causa di tale svantaggio.

Un paio di osservazioni di carattere generale ritengo tuttavia che debbano essere fatte.

Le pensioni sono un immenso arcipelago ancora parzialmente inesplorato oppure non esplorato in maniera sistematica, al quale va data una disciplina moderna, funzionale, che abbia come obbiettivo la tutela dei diritti di ogni cittadino, la soddisfazione dei suoi bisogni materiali, la sua serenità, eliminando cumuli, sovrapposizioni, vergognosi vitalizi, pensioni giustificate solo da pochi anni- talvolta mesi- di “lavoro”: esigenze certo non soddisfatte dal provvedimento appena accennato né dalla distribuzione di denaro che ne seguirà.

In secondo luogo appare una pessima, crudele, illegittima soluzione, assolutamente da evitare,  quella (che già ha avuto attuazione e che viene ulteriormente ventilata) di utilizzare le pensioni, siano esse d’oro, d’argento o di latta, come una specie di “tesoretto” di nuovo tipo, da drenare con tagli, “contributi di solidarietà” o simili salassi o balzelli, più volte dichiarati illegittimi dalla Corte costituzionale.

Al riguardo, tra le tante, vale riportare significativi brani parziali della motivazione di due sentenze della C. costituzionale:

sentenza n. 170/2013: “ … questa Corte ha individuato una serie di limiti generali … attinenti alla salvaguardia di principi costituzionali e di altri valori di civiltà giuridica, tra i quali sono ricompresi “il rispetto del principio generale di ragionevolezza, che si riflette nel divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento; la tutela dell’affidamento legittimamente sorto nei soggetti quale principio connaturato allo Stato di diritto; la coerenza e la certezza dell’ordinamento giuridico; il rispetto delle funzioni costituzionalmente riservate al potere giudiziario”…

“In particolare, in situazioni paragonabili al caso in esame, la Corte ha già avuto modo di precisare che la norma … non può tradire l’affidamento del privato, specie se maturato con il consolidamento di situazioni sostanziali, pur se la disposizione…. sia dettata dalla necessità di contenere la spesa pubblica o di far fronte ad evenienze eccezionali”;

sentenza n. 208/2014: ” A tali considerazioni…. si deve aggiungere che il diritto alla pensione costituisce una situazione soggettiva di natura patrimoniale, imprescrittibile, assistita da speciali garanzie di certezza e  stabilità e da una particolare tutela da parte dell’ordinamento (Sentenza  n.116 del 2013), anche in ragione della condizione di oggettiva debolezza in cui il titolare viene a trovarsi, sia nell’ambito del rapporto obbligatorio che si instaura con l’amministrazione sia nella particolare fase della vita in cui l’uscita dall’attività lavorativa e l’età comportano un difficile adattamento al nuovo stato” (par. 4.1, cpv 14).

“ Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, – il trattamento pensionistico ordinario ha natura di retribuzione differita- (Sentenza n.116 del 2013)- . Di conseguenza – dagli articoli 36 e 38 discende il principio che, al pari della retribuzione percepita in costanza del rapporto di lavoro, il trattamento di quiescenza che della retribuzione costituisce il prolungamento a fini previdenziali, deve essere proporzionato alla qualità e alla quantità del lavoro prestato ed egli, in ogni caso, ad assicurare al lavoratore la sua famiglia e di mezzi adeguati alle loro esigenze di vita. Tuttavia, i ricordati principi di proporzionalità di adeguatezza lasciano alla discrezionalità del legislatore la possibilità di apportare correttivi di dettaglio che-senza intaccare i suddetti criteri con riferimento alla disciplina complessiva del trattamento pensionistico- siano giustificati da esigenze meritevoli di considerazione – (sentenza 441 del 1993), operando un bilanciamento del complesso dei valori degli interessi costituzionali coinvolti, anche in relazione alle risorse finanziarie disponibili e dei mezzi necessari per far fronte agli impegni di spesa (ordinanze n. 202 del 2006 e 531 del 2002)”.

E’ vero che uno degli aspetti del sistema pensionistico meno accettato dal popolo dei pensionati è il divario di importo tra categorie di pensioni (di legno, di latta, d’argento, d’oro e forse di platino …), ritenuto un’”ingiustizia sociale”. Occorre osservare che l’ingiustizia (solo di fatto, perché determinata da norme di legge) può effettivamente sussistere e quindi giustificare, dal punto di vista sostanziale, le critiche dei “poveri” nei confronti dei “ricchi”, ma a condizione che il confronto avvenga sulla base degli stessi principali elementi strutturali di ciascuna delle pensioni diverse e che condizionano l’ammontare dell’assegno pensionistico (job evaluation, anni di lavoro, contributi versati e, eventualmente, ammontare dell’ultimo stipendio e quant’altro). In altre parole, non si può certamente fare il confronto tra la pensione di un operaio e quella di un manager, oppure tra un manager che ha lavorato quaranta anni ed un altro che ne ha lavorati trenta e via di seguito. Il divario c’è stato sempre e c’è ancora, nel nostro come in altri Paesi, quale che sia il la forma costituzionale di governo adottata; e c’era anche nei Paesi che si proclamavano –a parole, facendo finta di ignorare i vergognosi privilegi della nomenklatura- comunisti.

Per eliminare l’inconveniente  appena segnalato un rimedio potrei proporlo (pur se dubito che molti pensionati  lo approverebbero): accertare l’ammontare di tutte le trattenute effettuate sullo stipendio o salario di ciascun lavoratore a fini pensionistici, compiere la necessaria rivalutazione monetaria ( per esempio, negli anni ’60, un medio stipendio iniziale, mensile, netto di un impiegato era pari a circa 60 euro di oggi) e, con le opportune formule di matematica attuariale, calcolare l’importo della pensione. In tal modo, ritengo, verrebbe restituito al lavoratore quanto trattenuto sul proprio stipendio ai fini pensionistici, senza alcun aggravio sulle finanze dello Stato e quindi sulla collettività.

Non nego che potrebbero determinarsi ugualmente pensioni inferiori al minimo indispensabile per condurre una vita dignitosa. In tal caso l’integrazione per arrivare all’erogazione di quanto necessario per soddisfare i bisogni vitali di ciascuno, dovrebbe essere onere di TUTTI i cittadini, mediante il sistema fiscale, e non soltanto dei pensionati “ricchi”, modalità, quest’ultima, certamente più rapida, efficace e facile di quella che dovrebbe avere come piattaforma l’eliminazione della scandalosa evasione fiscale, della corruzione e dello sperpero del denaro pubblico, ma certamente inaccettabile dal punto di vista di una sana ed equa giustizia sociale.

Nicola Miriano

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