La sindrome di Münchhausen

Varie_11834C(umbriajournal.com) REOMA – A volte le malattie non esistono, ma vengono letteralmente “costruite” dall’immaginazione del presunto paziente, causando così una patologia stavolta reale, la sindrome di Münchhausen. Si tratta di un disturbo di ordine psichiatrico in base al quale le persone colpite simulano una malattia o un trauma specifico allo scopo di attirare su di sé le attenzioni e le simpatie degli altri. Gli psichiatri parlano anche di disturbi fittizi per riferirsi alla patologia, una condizione difficile da diagnosticare almeno all’inizio per via della lunga lista di malattie associabili alla sintomatologia presentata che devono essere escluse prima di poter procedere alla diagnosi corretta.

I sintomi “avvertiti” dai pazienti variano continuamente, ma alcuni atteggiamenti sono ricorrenti, vale a dire il persistente ricorso agli ambulatori, al medico di famiglia e al pronto soccorso per mostrare i segni di presunte malattie acute. I pazienti richiedono in maniera insistente l’esecuzione di test diagnostici, di interventi e di procedure terapeutiche spesso invasivi e dolorosi. Man mano che il tempo passa, la raccolta di referti clinici diventa tanto rilevante e corposa da costituire una sorta di sfida nei confronti dei nuovi medici che i pazienti approcciano nel loro percorso.

La sindrome prende il nome dal Barone di Münchhausen, un nobile tedesco del diciottesimo secolo che acquisì una certa fama grazie al romanzo di Rudolf Raspe basato sulle storie fantastiche sulla propria vita che l’uomo amava spesso raccontare. Nel 1951, il dott. Richard Asher descrisse per primo questa condizione e fece riferimento al barone, forzando in qualche modo l’accostamento dato che il nobile – che raccontò fra le altre cose di un viaggio sulla luna e di essersi salvato dalle sabbie mobili – non risulta avesse particolare interesse per la propria salute e visse serenamente fino all’età di 77 anni.

Nel suo articolo pubblicato su The Lancet nel 1951, Asher scriveva: “qui è descritta una sindrome comune che la maggior parte dei medici ha già avuto modo di vedere, ma di cui poco è stato scritto. Come il famoso Barone von Münchhausen, le persone colpite hanno sempre viaggiato molto. E le loro storie, come quelle attribuite al barone, sono sia drammatiche che inverosimili e menzognere. Di conseguenza, la sindrome è rispettosamente dedicata al Barone, e porta il suo nome”.

Della malattia esiste peraltro una variante particolarmente inquietante e dai risvolti odiosi, la sindrome di Münchhausen per procura, detta anche sindrome di Polle. Quest’ultimo era il figlio che il barone ebbe (ma non riconobbe) dalla sua seconda moglie e che morì in circostanze misteriose all’età di 10 mesi.
Nella sindrome di Münchhausen per procura l’oggetto della costruzione immaginifica diventa il proprio figlio. In molti casi, però, dall’immaginazione si passa ai fatti, e il genitore – il più delle volte la madre – provoca volontariamente al figlio lesioni o comunque sintomi tali da giustificare il ricorso alle cure di un medico.

Nei casi più gravi il genitore non accetta il responso medico e allo scopo di avvalorare la propria tesi arriva a falsificare le cartelle cliniche o a inventare ulteriori sintomi. Il disturbo si trasforma in vero e proprio tentativo di omicidio quando la madre causa sintomi sul lungo periodo letali attraverso la somministrazione prolungata di psicofarmaci, lassativi o altri medicinali. È la terribile eventualità descritta ad esempio nel celebre film The Sixth Sense (Il sesto senso), dove la piccola vittima di una madre affetta dal disturbo muore dopo una lunga agonia.
In questi casi, gli psichiatri hanno accertato spesso la disfunzionalità della coppia. Uno dei due genitori, spesso il padre, è assente fisicamente e psicologicamente, tanto che la madre sviluppa un legame di tipo morboso e simbiotico con il figlio. La figura del medico serve solo a “certificare” una devozione assoluta che ha bisogno di riconoscimento e apprezzamento. Si arriva quindi al paradosso per cui la volontà di estremo accudimento della madre vira in una dimensione patologica e produce l’effetto contrario, conducendo alla fine alla malattia reale e in alcuni casi alla morte del figlio. (Andrea Sperelli – http://italiasalute.it/)

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