Cervello e polmoni, due organi uniti dal cuore: uno sguardo all’innovazione della terapia

Secondo i dati dell’OMS le patologie croniche in Europa, oltre a rappresentare la principale causa di morte (86%) portano con sé un alto carico di malattia (77%). Nel loro insieme, rappresentano un serio problema di salute pubblica, con importanti ripercussioni negative sulla qualità di vita dei pazienti e gravi effetti economici sulle famiglie e sulla comunità in generale. Con il progressivo invecchiamento della popolazione, poi, il peso di queste malattie è destinato inevitabilmente ad aumentare. Perciò, le strategie e i modelli di assistenza devono mirare non solo a prevenire le patologie stesse, ma anche a garantire, a chi è già malato, di non incorrere in recrudescenze, ricadute e disabilità.

Due aree terapeutiche caratterizzate da queste difficoltà, le patologie respiratorie e quelle cardiache, sono al centro dell’incontro dal titolo “Cervello e polmoni, due organi uniti dal cuore: uno sguardo all’innovazione della terapia” in programma dal 10 al 11 luglio a Perugia. Il convegno, organizzato con il contributo non condizionato di Boehringer Ingelheim Italia, ha l’obiettivo di stimolare un confronto sulle maggiori criticità poste dalla gestione di queste malattie.

La sessione riguardante l’area cardiologica è dedicata al problema della Fibrillazione Atriale, l’aritmia più comune nella pratica clinica, che in Italia colpisce 1.200.000 persone con circa 120.000 nuovi casi all’anno e che si associa ad un rischio globale di ictus cerebrale cinque volte maggiore rispetto alla popolazione che non soffre di questa patologia. Rischio che aumenta in modo esponenziale con il progredire dell’età, con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di mortalità, disabilità e, inevitabilmente, costi per il  Sistema Sanitario Nazionale. Nel nostro Paese ogni anno 40.000 persone sono colpite da ictus causato da Fibrillazione Atriale, con un rischio di mortalità quasi doppio rispetto all’ictus non cardioembolico.

“L’individuazione precoce della fibrillazione atriale e il trattamento tempestivo costituiscono una strategia preventiva determinante per l’ictus. Una terapia a base di Anticoagulanti Orali è in grado di prevenire  significativamente il rischio di ictus cerebrale nei pazienti con fibrillazione atriale – afferma il Dottor Giovanni Orlandi, Responsabile dell’Unità Operativa di Neurologia dell’Ospedale di Massa Carrara -. Fino a pochi anni fa, avevamo a disposizione solo gli Anticoagulanti Orali indiretti, vitamina K dipendenti, come il warfarin, farmaci efficaci ma con difficoltà di gestione importanti. Tra le più significative sottolineo un lento inizio d’azione, un’ampia variabilità dose-risposta interindividuale, numerose interazioni farmacologiche ed alimentari, e stretto intervallo terapeutico, che spiega le difficoltà nel mantenere i parametri della coagulazione all’interno del range ottimale raccomandato. Gli antagonisti della vitamina K, tutt’ora utilizzati, sono molto efficaci nel ridurre il rischio di ictus (64%), ma necessitano di un monitoraggio costante della coagulazione e di frequenti aggiustamenti di dosaggio, soprattutto per i pazienti più anziani, costretti a continui esami diagnostici e prelievi che comportano dei costi aggiuntivi significativi”.

Un’alternativa efficace e sicura per la prevenzione dell’ictus arriva dai Nuovi Anticoagulanti Orali diretti, più sicuri e maneggevoli,  in grado di venire incontro alle esigenze di medici e pazienti. I nuovi farmaci, infatti, sono caratterizzati da profili farmacocinetici e farmacodinamici prevedibili e stabili nel tempo. Non richiedono controlli ematici costanti presso i centri di Terapia Anticoagulante Orale, non hanno interazioni con gli alimenti e ridotte sono quelle con altri farmaci. Sono somministrati a dosaggio fisso, favoriscono l’aderenza alla terapia e presentano un basso rischio di emorragie cerebrali rispetto alla terapia tradizionale.

“Per quanto riguarda gli Anticoagulanti Orali diretti – continua l’esperto – questi si sono dimostrati sicuri ed efficaci rispetto a warfarin e possiamo affermare con certezza che un inibitore della trombina, quale il dabigratan, il primo ad essere stato studiato e commercializzato, è l’unico oggi ad aver confermato la superiorità in termini di sicurezza ed efficacia rispetto a warfarin anche nella vita reale. La sicurezza e l’efficacia di dabigatran sono dimostrate sia nella prevenzione dell’ictus da fibrillazione atriale non valvolare sia nel trattamento e prevenzione delle recidive della trombosi venosa profonda e dell’embolia polmonare”.

“Per il futuro – conclude Orlandi – auspico che si vada verso soluzioni terapeutiche sempre più personalizzate sul profilo di rischio specifico di ogni paziente e verso il miglioramento dell’aderenza al trattamento, fatto auspicabile per qualsiasi tipo di patologia, soprattutto se cronica”.

Per quanto riguarda la sessione del convegno dedicata alle malattie respiratorie, ampio spazio sarà dato alla Broncopneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO), che rappresenta la quarta causa di morte e la seconda di invalidità nel mondo. Si tratta di una malattia grave e invalidante che, se non trattata, può diventare fatale. Attualmente non ci sono farmaci per guarire la BPCO, ma esistono delle terapie in grado di gestirne la cronicità, rallentarne la progressione e ridurne i sintomi migliorando la qualità della vita del paziente.

“Mi piace definire i broncodilatatori la spina dorsale del trattamento della BPCO e questo perché abbiniamo l’utilizzo degli anticolinergici con i ß2-agonisti – afferma il Dottor Gianfranco Sevieri, specialista in malattie dell’apparato respiratorio e membro emerito dell’American College of Chest Physicians -. Bisogna partire dal presupposto che il più significativo incubo della BPCO, in termini di sintomi, è l’affanno e non la tosse o il catarro. La difficoltà di respiro, definita dispnea, correlata sia all’ostruzione delle vie aeree periferiche che alla presenza di aria intrappolata all’interno del polmone (air trapping o iperinsufflazione) derivante dalla distruzione del tessuto polmonare, crea nel paziente l’impossibilità di eliminare questa quantità di aria, limitandone le attività quotidiane con ripercussioni sulla sua qualità di vita. Quest’aria intrappolata provoca un aumento del covolume residuo e una riduzione della capacità inspiratoria all’indagine spirometrica, compromettendo il suo stato di salute. Purtroppo, molto spesso, la diagnosi arriva tardivamente, quando sia l’ostruzione bronchiale che  la distruzione del tessuto polmonare sono ormai al 50 per cento e hanno già provocato un grave danno irreversibile. La dispnea, non solo rappresenta un fattore di rischio importante per le complicanze cardiovascolari, ma può portare alla morte. La presenza di aria a livello cardiovascolare, infatti, impedisce il riempimento cardiaco causando una minore gettata sistolica. Ecco perché, spesso, i pazienti muoiono di infarto o di cardiopatia, ma la causa principale è la BPCO. Ed allora, solo i broncodilatatori rappresentano il cardine nel trattamento della BPCO per tre motivi principali: riducono l’iperinsufflazione polmonare e quindi la dispnea, (il più importante predittore di mortalità), migliorano, attraverso la desufflazione, la funzionalità cardiaca, prevengono le riacutizzazioni, senza necessità di ricorrere agli steroidi inalatori, sovra impiegati e di recente messi sotto osservazione dall’EMA”.

Nel corso dell’incontro verrà, infatti, trattato il tema dell’importanza per il Medico di Medicina Generale e per lo Specialista Pneumologo di effettuare una diagnosi precoce, impostando in tempi rapidi una corretta terapia. In tal senso, è importante sottolineare che esistono vari stadi della patologia e, di conseguenza, il trattamento si differenzia a seconda del livello di gravità: negli stadi lievi e moderati la terapia è rappresentata da broncodilatatori, beta-2 e anticolinergici per via inalatoria, in quelli più severi è corretto usare anche i corticosteroidi, sempre per via inalatoria. Come terapia di mantenimento, inoltre, è oggi disponibile, in diversi paesi, l’associazione tiotropio/olodaterolo in monosomministrazione giornaliera,  come terapia di mantenimento per pazienti adulti con BPCO. Il farmaco ha ricevuto l’approvazione della Food and Drug Administration (FDA) lo scorso maggio e ha fatto ora il suo ingresso in Europa con le prime approvazioni da parte delle autorità regolatorie di Croazia, Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Slovacchia, Austria, Norvegia, Romania e Spagna. Nei prossimi mesi sono previste le approvazioni dei restanti Paesi europei, tra cui l’Italia.

“Oggi, – conclude Sevieri – assistiamo a un abuso nell’utilizzo dei corticosteroidi, pratica che si sta riducendo dopo che lo scorso maggio l’EMA ha chiesto una rewiew sul loro impiego nella gestione della BPCO. Anche se molti medici li prescrivono per prevenire le riacutizzazioni, è ormai noto che gli anticolinergici e i ß2-agonisti sono gli unici realmente efficaci”.

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