Volontariato all’Emporio della Solidarietà: un’esperienza «che ti fa sentire utile»,

C’è Giuseppe, pensionato, che sostiene come la cosa più bella sia poter dare qualcosa agli altri. «A volte – aggiunge – basta un sorriso». «E’ tanto quello che si dà – gli fa eco una giovane, Chiara – ma non è certamente meno quello che si riceve». «La verità – sintetizza a sua volta un altro ragazzo, Filippo – è che fai del bene sia a te che agli altri. Per me è stato importante aprirmi a questa esperienza e confrontarmi con persone che si sono fidate di me, che mi hanno raccontato la loro vita…».

Giuseppe, Chiara, Filippo, sono tre volontari che dedicano chi uno, chi più giorni della settimana al servizio nell’Emporio. Un servizio che permette a tante persone (non solo immigrati, ma anche nuclei italiani il cui capofamiglia ha perso il lavoro) di poter attingere a prodotti alimentari e sbarcare in qualche modo il lunario. Tante persone che, come sottolinea ancora Filippo, la prima cosa che ti dicono è: «Grazie».

Ma il discorso del volontariato va ben oltre. Ognuno di quelli che s’avvicinano al servizio sperimenta molto di più. «Dal primo giorno che sono venuto qui – ammette Giuseppe – mi ha colpito l’approccio di chi porta avanti tutto questo, mi si sono allargati gli orizzonti, ho imparato a lavorare insieme, a rapportarmi con gli ospiti».  «In un periodo di crisi, socialmente vuoto – rimarca dal canto suo Chiara – è facile riscoprirsi solo e dare importanza ad altre cose. Sono invece convinta che la scelta migliore sia quella di qualcosa che ti fa sentire utile. Per questo sto cercando di coinvolgere alcune amiche. E un domani, se avrò figli, vorrei farlo anche con loro».

Pienamente convinti dell’importanza di questa scelta anche Lorenzo e Giovannella, che s’adoprano per la raccolta di farmaci e lei, insegnante in pensione, anche per aiutare a livello scolastico i bambini delle famiglie accolte al Villaggio. Così come Rolando e Vera, anch’essi pensionati, da un anno e mezzo al servizio di questa accoglienza, raccontano storie di nuclei dove sembrava che fosse tutto perduto e dove invece si è poi riusciti a superare difficoltà e scogli che apparivano insormontabili.

Tutto questo grazie anche a chi non ha avuto paura di intraprendere la strada del servizio. Un discorso che speriamo si allarghi sempre più. Specialmente con il coinvolgimento di più giovani, che con il loro entusiasmo e la loro freschezza possano facilitare l’approccio con gli ospiti.

Ma, anche al di là del volontariato, la realtà dell’Emporio della Caritas ci richiama un fronte che deve vederci tutti impegnati: quello della lotta allo spreco. Un tema su cui Papa Francesco è tornato più volte, citando quella “cultura dello scarto che contagia tutti”. “Una volta – sostiene il Pontefice – i nostri nonni erano molto attenti a non gettare nulla del cibo avanzato. Il consumismo ci ha indotti ad abituarci al superfluo e allo spreco quotidiano di cibo, al quale talvolta non siamo più in grado di dare il giusto valore. Ricordiamo bene, però, che il cibo che si butta via è come se venisse rubato dalla mensa di chi è povero, di chi ha fame!».

A suggello della sua esortazione, il Pontefice ha poi citato il Vangelo, il miracolo dei pani e dei pesci che si verificò a Tabga (che è anche il nome dato all’Emporio della Caritas). In proposito ha tenuto a sottolineare come, grazie ai cinque pani e due pesci messi a disposizione da un ragazzo,  tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi avanzati: dodici ceste. Dodici come le tribù d’Israele, come dire tutto il popolo. «E questo ci dice – ha sostenuto in conclusione papa Francesco – che quando il cibo viene condiviso in modo equo, con solidarietà, nessuno è privo del necessario, ogni comunità può andare incontro ai bisogni dei più poveri».

A cura di Franco Volpini /

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