Tg1 Dialogo puntata numero 97 – L’enciclica dei gesti

prhoiuymmme(UJ.com3.0) PERUGIA – Nei primi 30 giorni del suo pontificato, Papa Francesco ha già scritto la sua prima straordinaria enciclica: l’ “Enciclica dei gesti” , che ha letteralmente sedotto il cuore di tutti, dei vicini e dei lontani, ma soprattutto dei ragazzi che hanno sentito per lui un’empatia che ridisegna sin d’ora e in profondità il rapporto dei giovani con il Papa, anche rispetto al regno di Giovanni Paolo II.

Due i gesti , in particolare, che hanno dolcemente sconvolto il mondo e portato in un pianeta lacerato dalla violenza e dalla tristezza un vento di primavera. Due gesti che si sono come conficcati nel cuore della gente, e che richiederanno molto tempo per essere “metabolizzati”: l’inchino profondo e spontaneo “urbi et orbi”, di fronte alla piazza san Pietro traboccante di gente e al cospetto del mondo, il mondo degli uomini e il creato. Un inchino colmo di pace e di tenerezza, che ha voluto come abbracciare sia le terre della violenza che la Madre Terra crocifissa dalla devastazione ambientale. Un inchino, prima di chiedere a tutti, uomini e creature –proprio come Francesco- la loro benedizione all’inizio della sua missione di “pontiere” tra tutte le diversità, religiose e non, e tutte le frontiere.

Un gesto che ha anticipato quanto avrebbe detto qualche giorno dopo al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede: io porto nella mia biografia di figlio di emigranti la vocazione ad essere ponte di dialogo tra l’Italia e l’Argentina, terre lontanissime tra loro ma bisognose di incontrarsi e di creare spazi reali di autentica fraternità. Un inchinarsi che dice, insomma, tutta la genialità e la creatività dello Spirito, e con il quale il papa gesuita ha compiuto il miracolo di riportare nel nostro Occidente, etimologicamente e metaforicamente terra di un malinconico tramonto, la grazia e il profumo del Cantico delle creature.

Il secondo straordinario gesto, familiare al cardinale di Buenos Aires, ma assolutamente inedito per un papa, è stato quello della messa “in coena Domini” del giovedì santo nel Carcere minorile di Casal del Marmo, quando inginocchiatosi sulla nuda terra, Papa Francesco ha lavato ( e non semplicemente asperso) i piedi, baciandoli, di dieci ragazzi e due ragazze (cristiani, musulmani e atei). Un gesto d’amore, il primo per dei giovani che fino ad allora avevano sperimentato solo la violenza e la ferocia della vita, completato da quello sguardo intenso e pieno d’amore del papa anziano ancora in ginocchio (appunto all’altezza degli occhi dei ragazzi) che cercava il volto dei giovani.

Straordinario ancora, il gesto di presentarsi la sera dell’elezione alla Loggia delle Benedizioni accompagnato dal Vicario di Roma, il cardinal Vallini, per sottolineare, come ha poi spiegato, che la sua era l’elezione a “vescovo di Roma”, e soltanto in forza di questo pontefice che esercita la primazia dell’amore. Devo dire, a questo punto, che a noi innamorati della chiesa del Concilio, di una chiesa collegiale e povera, sembrava di sognare.

E poi, i tanti gesti di papa Francesco, autentico pastore nel profondo dell’anima, del cuore e della carne, che arricchiscono le Udienze del mercoledì, divenute con lui ( e molto di più che con lo stesso Giovanni Paolo II ) un’occasione di travolgente festa umana e cristiana (nello stile della chiesa popolare latino-americana), con quell’abbraccio dalla campagnola scoperta al bambino handicappato che quasi gli faceva saltare gli occhiali, che noi non scorderemo più, allo scambio dello zucchetto bianco con un pellegrino in piazza san Pietro.

E da subito, infine, quell’andare a ritirare di persona i suoi bagagli all’albergo di via della Scrofa, di proprietà del Vaticano, e voler pagare il conto! Un gesto che ha travolto ogni indifferenza e ogni scetticismo.

Un “Enciclica dei gesti”, insomma, che anticipa e condensa un magistero che già appare altissimo nella sua spiritualità ed umanità, e che esemplifica in modo eloquente e affascinante quanto ha sussurrato ai sacerdoti nella Messa crismale del giovedì santo: il pastore deve puzzare delle sue pecore, la chiesa deve uscire da sé e recarsi nelle periferie del cuore e dell’esistenza. Testimoniando la fede e la gioia cristiana innanzitutto, come ha spiegato citando il grande santo d’ Assisi, con l’esempio e la pratica della vita.

Da quanto tempo aspettavamo un papa così, capolavoro geniale dei 114 “sapienti” riuniti nell’ultimo Conclave, che ci hanno finalmente donato un Pastore che in sé incarna tre dimensioni inedite e straordinarie: viene per la prima volta dall’America latina, che è casa della maggioranza dei cattolici del mondo; è un papa gesuita, ricco dell’esperienza dei gesuiti latinoamericani che hanno testimoniato anche con il martirio la loro opzione preferenziale per i poveri; ed è il primo pontefice che ha scelto il nome, che già solo di per sé rappresenta un immenso programma, di Francesco. La scelta del nome che Papa Francesco ha spiegato mirabilmente nella memorabile udienza ai 5.000 giornalisti che avevano seguito la sua elezione: “mi chiamo Francesco perché Francesco di Assisi è il santo dei poveri, e perché è il santo della pace, e perché è il santo della pace con il creato. Canto di primavera per la chiesa e per il mondo, proprio come diceva papa Giovanni parlando del Concilio:“Tantum primavera est”. Il racconto della scelta del nome, che poi, papa Francesco ha completato e perfezionato con una sottolineatura di autentico spirito francescano , quando salutando i giornalisti ha detto: Io ora, consapevole elle differenze che esistono all’interno delle nostre coscienze, vi benedico in silenzio, consapevole che siamo tutti figli di Dio. E molti di noi, in quel momento, hanno sentito l’aula Paolo VI come spalancarsi alla vastità del mondo.

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