Terni, Monsignor Ernesto Vecchi, Messa Crismale del Mercoledì Santo

MESSA-CRISMALE-TERNITERNI – «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con le vostre orecchie». Oggi, il rito solenne che celebriamo nell’imminenza del grande Triduo di Pasqua ci apre all’intelligenza del mistero della Chiesa e – con l’annuncio del nuovo Pastore – per la nostra Santa Chiesa inizia un nuovo «anno di grazia del Signore».

Oggi l’olio di esultanza, che ha consacrato Gesù di Nazaret Messia e Signore dell’universo, si riversa su tutto il suo corpo, santifica tutte le sue membra, dà vita al «regno sacerdotale», lo rinvigorisce e lo dispone per essere offerto alla gloria del Padre. Da Cristo, dalla sua Croce, dalla sua gloria, dallo Spirito che da lui trabocca su di noi, proviene ogni bene a quanti si mettono alla sua sequela e accolgono la sua parola rinnovatrice.
Gli uomini possono apparire in molte occasioni spavaldi e vittoriosi. In realtà, dopo che «il peccato è entrato nel mondo» (Rm 5,12) e «la morte ha regnato» (Rm 5,17), essi, lasciati a se soli, sono deboli e sconfitti, preda facile di ogni follia e di ogni disperazione. Ma da «colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati», viene a noi ogni energia e ogni interiore dinamismo, che ci consente di prevalere sul nostro astuto e irriducibile Nemico, il «diavolo che, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare» (Cf. 1Pt 5,8). L’olio, che dispone alla lotta e al trionfo, sceso su di noi nel battesimo, è il segno e la garanzia che la potenza di Cristo ci è stata partecipata: «Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13).

Da colui che è venuto «per consolare tutti gli afflitti», ci è elargito il balsamo della misericordia. Nel sacramento della riconciliazione e in quello dell’unzione degli infermi, noi troviamo il rimedio a ogni nostro malessere e può rifiorire dentro di noi la serenità di chi sa di aver sempre vicino il Medico capace di ridonare la gioia dell’innocenza, di recare sollievo a ogni sofferenza, di liberare da ogni angoscia e da ogni dolore.

Gli uomini ostentano troppe volte la loro assoluta libertà, e la persuasione di essere autosufficienti anche nello scegliere le norme. In realtà, questa esasperata autonomia li rende schiavi del nulla, li costringe a trascorrere, senza traguardo e senza dimora, il deserto della vita. La loro condizione di creature finite immette nel loro essere – anche se non se ne rendono sempre conto, anche se addirittura lo negano – un insopprimibile bisogno di appartenere a qualcuno, di avere un interlocutore certo, definitivo, non deludente, nella loro volontà di comunicare, di poter indirizzare i propri passi verso una casa.

E il Signore pietosamente ci prende, ci consacra, ci dà un’appartenenza e un valore, ci segna con il suo sigillo che ci sottrae alla tirannia delle cose e alla volubilità degli accadimenti. Il crisma che ripetutamente si effonde da Cristo sul cristiano è l’emblema e il pegno di questo mirabile fatto, di questa «alleanza perenne», per la quale noi siamo diventati «il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2,9). «Non appartenete a voi stessi» (1 Cor 6,19), ci dice San Paolo. Chi appartiene a se stesso, è pronto per tutte le servitù e per tutti gli sbandamenti. Noi invece, che siamo stati «comprati a caro prezzo» (1 Cor 6,20), siamo proprietà di Dio, partecipi del suo destino, eredi della sua gioia.

Come ci sarà riproposto di meditare in questi giorni, dal Signore Gesù, dal suo sacrificio, dalla sua perfetta obbedienza, dalla sovrabbondanza del suo sacerdozio eterno promana sui figli di Adamo ogni salvezza. Ma voi, cari presbiteri, siete coinvolti a uno speciale titolo in questa vicenda di grazia e di consacrazione. Voi vi stringete oggi attorno al Vescovo per riscoprire con nuova e più acuta comprensione, con affetto accresciuto, con gratitudine più consapevole, il mistero della vostra elezione a essere i ministri e i ravvicinati «collaboratori di Dio» (Cf. 1Cor 3,9).
Chiamati a vivere e a operare come fedeli dispensatori dei misteri divini, voi avete tra le mani i mezzi significanti ed efficaci, dai quali nasce, cresce, si fa sempre più splendente di giovinezza il santo corpo del Signore che è la Chiesa. Oggi io pongo nelle vostre mani l’olio dei catecumeni, che richiama il vostro impegno nel promuovere e sorreggere la lotta quotidiana dei vostri fratelli contro ogni forma di male. Adoperatevi instancabilmente a rimettere in libertà i prigionieri di Satana, a ridare la vista a chi è accecato nell’incredulità e nello scetticismo, a salvare tutti dall’oppressione del peccato.

Oggi vi affido l’olio degli infermi, perché ogni umano languore trovi in voi il suo pronto sostegno; perché sappiate consolare e curare ogni animo sofferente; perché tutti i malati – soprattutto quando non hanno più nessun motivo di speranza terrena – vi trovino accanto alla loro miseria con la premura che rianima, con la parola che rasserena, con la preghiera che aiuta, con gli strumenti di grazia che ridanno spirituale vigore.
Oggi la consegna del crisma vi dice che dovete porre ogni impegno per preparare a Dio una nazione santa, per fare di ciascuna delle vostre comunità il tempio della gloria del Signore, per ridare slancio e precisa identità alla missione profetica, sacerdotale e regale che associa ogni battezzato a Cristo mediatore dell’alleanza nuova ed eterna.

Rinnovando le promesse della nostra ordinazione, vogliamo ripartire da questa Messa crismale con l’animo più risoluto a essere quello che siamo, a farci imitatori e icone vive di colui che così da vicino serviamo, a riscoprire in tutto il suo pregio e in tutte le sue esigenze quella carità pastorale verso i fratelli ai quali siamo stati mandati, che deve costituire il nostro essenziale programma di vita.
Per rimanere fermi in questo proposito, attingiamo ancora, a piene mani, dalla grazia dell’incontro con Papa Francesco a Roma il 20 marzo scorso. Il Santo Padre ci ha confermati nella fede e spronati a non smettere mai di sperare in un futuro migliore e, per questo, a fare ciascuno la propria parte. Il dono del nuovo Vescovo è per tutti uno stimolo a ravvivare i vincoli della comunione ecclesiale, senza la quale non si va da nessuna parte.

La nomina di un nuovo Vescovo è un dono straordinario da accogliere con grande riconoscenza e consapevolezza ecclesiale, perché la «successione apostolica» connette la Chiesa dei nostri giorni alla grazia di Cristo Risorto, che rivivremo sacramentalmente in questi giorni.

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