Terni, Celebrazione della Passione del Signore del Venerdì Santo nella Cattedrale

passione_del_signore_terniTERNI – Nella cattedrale di Terni, venerdì santo 18 aprile, il vescovo Ernesto Vecchi ha presieduto la celebrazione della Passione del Signore con la lettura del Vangelo della passione e l’adorazione della croce, alla quale ha preso parte anche il prefetto di Terni Gianfelice Bellesini.

L’omelia di mons. Vecchi: “Abbiamo rivissuto ancora una volta il grande dramma, che si è consumato sul Calvario. L’abbiamo seguito passo passo nei vari momenti, che si sono susseguiti quasi incalzandosi in un crescendo di atrocità, di umiliazione, di volontà di uccidere.

Il mare dell’umana ingiustizia si è abbattuto sul Gesù a ondate sempre più soffocanti, fino ad arrivare alle estreme conseguenze: l’arresto, il processo, le percosse, la flagellazione, la via dolorosa, la crocifissione, la morte. È stato come un accanirsi delle potenze diaboliche e mortali contro colui che era la sorgente della Vita. La sera di quel venerdì, sull’altura del Calvario resta solo la croce a stagliarsi, orribile e nera, contro gli ultimi bagliori del tramonto.
Davvero a questo punto «tutto è compiuto», e tutto per noi pare senza speranza. E invece da quella croce tutto riparte: segnato dalla croce, l’universo inizia una nuova storia; nel nome di quella croce, la forza rinnovatrice dell’amore pervade e lievita la nostra vicenda; elevando sugli eterni odi degli uomini l’emblema della croce, la fede in Cristo accende nella coscienza dell’intera famiglia umana gli ideali di fraternità, di solidarietà, di pace.

È ben motivata dunque l’adorazione che tra qualche istante tributeremo a questo antico patibolo degli schiavi, divenuto il simbolo della nostra salvezza. Ben a ragione potremo proclamare tra poco: «Dal legno della Croce è venuta la gioia in tutto il mondo».
Il dramma, che abbiamo insieme ripercorso, ci ha presentato una folla di personaggi: Simon Pietro, così coraggioso e spavaldo da opporsi con la spada alle guardie del sinedrio, e così pavido e vile da rinnegare il suo Maestro davanti a qualche insinuazione pettegola; Giuda, l’apostolo che bacia e tradisce per una somma miserevole; Anna, Caifa, Pilato: i potenti della politica, che si rimandano l’un l’altro questo misterioso e inquietante accusato, in una specie di tragico gioco che ha come ultimo approdo la morte; le donne, che ai piedi della croce sono le sole, col discepolo prediletto, a non smentire la loro fedele e affettuosa amicizia; e Maria, la madre, nel cui cuore verginale in quelle ore di buio universale si erano rifugiate tutta la fede e tutta la speranza che ancora palpitavano sulla terra.

In questo campionario di varia e contrastante umanità, noi, a essere schietti, ci dobbiamo riconoscere rappresentati un po’ da tutti, tanto sono incoerenti e mutevoli i nostri sentimenti, le nostre decisioni, le nostre scelte esistenziali, e tanto è strano e stranamente composito questo guazzabuglio del cuore umano. Ma non c’è neppur bisogno di cercare rappresentanti: anche se i nostri nomi non compaiono nella narrazione evangelica, noi siamo direttamente e personalmente parte del dramma. «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci ha dato salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5-6).

Dunque, quella sofferenza è stata patita per me. Quel sangue è stato versato per me. Quella morte è stata accettata per me, in un atto di amorosa obbedienza che ha risollevato la sorte di tutta la nostra stirpe di peccatori. Dopo aver cercato e attuato attraverso le grida, le lacrime, la sopportazione e il sacrificio supremo, la piena adesione alla volontà del Padre, Gesù, il Figlio di Dio, vittima resa perfetta dalla cruenta liturgia del Golgota, «divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9).

Questo è il sacerdote unico e vero, che dà certezza alle nostre attese di perdono e di vita nuova; è il pontefice, sempre vivo e potente alla destra di Dio e al tempo stesso capace di «compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa» (Eb 4,15). «Perciò accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno» (Eb 4,16).
Come si vede, il Venerdì Santo non è giornata di lutto: è il giorno in cui ci è data nuova e più salda consapevolezza di quanto sia ben fondata la speranza cristiana, che nessuna. ragione umana di sconforto può mai arrivare ad estinguere. Il nostro di stasera non è un rito funebre: il Crocifisso del Calvario è perennemente vivo, e proprio in virtù della sua immolazione è sempre in grado di ridarci la vita e la gioia. Per questo la nostra celebrazione avrà come sua conclusione l’incontro eucaristico con Cristo, colui che era morto, ma ora vive per sempre e ha potere sopra la morte e sopra gli inferi (cf. Ap 1,18).

La Chiesa non commemora oggi la sua prima sconfitta; al contrario canta ed esalta la sua unica ed eterna vittoria. Del resto, l’antica profezia ce lo aveva già detta: «Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce… Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini» (Is 53,11.12). Noi siamo il suo premio; noi, che siamo stati riscattati dal suo dolore, siamo la sua corona di gloria. Noi, che oggi come non mai sentiamo di aver avuto parte con le nostre colpe alla malvagità dei suoi persecutori, oggi come non mai abbiamo la rasserenata persuasione che siamo divenuti partecipi anche della sua vita immortale e della sua risurrezione”.

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