Ordinazione Giuseppe Piemontese, celebrazione a Terni

assemblea-ecclesiale-vescovo-vecchi-terniE’ stata celebrata, venerdì sera 30 maggio, nella Cattedrale di Terni l’assemblea ecclesiale straordinaria in preparazione all’ordinazione episcopale di padre Giuseppe Piemontese, vescovo eletto di Terni – Narni -Amelia Un incontro di riflessione e preghiera di tutta la comunità, sacerdoti e religiosi, operatori parrocchiali e pastorali, rappresentanti delle associazioni e movimenti ecclesiali, espressione dell’unità, della comunione e della missione della Chiesa locale, presieduto dal vescovo amministratore apostolico Ernesto Vecchi. In rappresentanza dei laici sono hanno dato la loro testimonianza Augusto Magliocchetti presidente dell’Azione Cattolica e Emanuela Buccioni segretaria del Consiglio pastorale diocesano. Di seguito il testo integrale dell’intervento di mons. Ernesto Vecchi: 1 . “Anzitutto, porto il saluto del Vescovo eletto, Mons. Giuseppe Piemontese, che ringrazia per la nostra preghiera e si unisce spiritualmente a noi, in questo momento di attesa. Nei prossimi giorni si immergerà nel silenzio degli Esercizi spirituali, per invocare dallo Spirito Santo la luce e la forza necessaria per disporsi, nel modo migliore, a ricevere la grazia dell’ordine episcopale. Tutti dobbiamo essere consapevoli che quest’«ora», per la nostra Chiesa, è un’«ora» decisiva, cioè ricca di grazia. Il dono di un Pastore, che viene a reggere – in modo stabile – la Chiesa di Terni-Narni-Amelia, richiede, da parte nostra, un supplemento di consapevolezza storica ed ecclesiale. Infatti, mediante la «successione apostolica», è Cristo che ci raggiunge, ci parla e ci santifica come vero pastore e guardiano delle nostre anime (Cf. Benedetto XVI, Udienza Generale, 10 maggio 2006), nei «tempi e nei momenti» che solo Dio conosce (Cf. At 1, 7).
Il racconto degli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato, offre la luce necessaria, per illuminare l’orizzonte della nostra vita e guidare il nostro cammino nella giusta direzione. San Paolo sprona anzitutto i Pastori con un forte imperativo, che mette a fuoco il nucleo essenziale della loro missione: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi, per essere pastori della Chiesa di Dio» (At 20, 28). Ma anche il gregge è chiamato in causa perché – come ci ha detto l’antifona d’ingresso della Messa di oggi – «Ci hai redenti, o Signore, con il tuo sangue da ogni tribù e lingua e popolo e nazione, e hai fatto di noi un regno di sacerdoti per il nostro Dio» (Ap 5, 9-10). Anche San Leone Magno, citando la prima lettera di Pietro dice al popolo convocato per l’Eucarestia: «Anche voi venite impiegati come pietre vive, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,9). Ma questa stupenda realtà trova davanti a sé l’ostacolo dei «lupi rapaci», che insidiano il gregge, dentro e fuori la Chiesa (Cf. At 20, 29-30).

«Negli ultimi tempi – scrive Paolo a Timoteo – verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, senza amore, sleali, intemperanti, traditori, amanti più del piacere che di Dio, gente che ha una religiosità solo apparente» (Cf. 2 Tm 3, 1-5). Di fronte a questa situazione, la Chiesa si comporta come Gesù: «Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore che non hanno pastore» (Mt 9, 36). Pertanto, la Chiesa deve attrezzarsi, proprio come un “ospedale da campo” – come dice Papa Francesco (La Civiltà Cattolica, 3918, 461) – per curare le ferite e riscaldare i cuori. Ma, con la mancanza di vocazioni sacerdotali, religiose e laicali, l’“ospedale” ecclesiale rischia di non avere i mezzi adeguati per il suo drammatico servizio. Ma è Gesù stesso che ci suggerisce il rimedio: «La messe è abbondante, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9, 37-38). In tale prospettiva, la venuta in Diocesi di un Vescovo stabile e a tempo pieno, si colloca su questo orizzonte di “adeguamento ospedaliero”. Fuor di metafora, un nuovo Pastore oggi assume le caratteristiche di un vero e proprio «segno dei tempi» da accogliere, amare, ascoltare e seguire, come opportunità «cairologica» cioè come un tempo favorevole per riaprire le vie dello Spirito e dare pieno compimento alle potenzialità del sacerdozio di Cristo, ripresentato sacramentalmente nella Chiesa, nel dono del sacerdozio ministeriale e nel sacerdozio regale dei fedeli.

2. L’Esortazione Apostolica Pastores gregis di S. Giovanni Paolo II (2003) ricorda che spetta soprattutto ai laici l’evangelizzazione delle culture, della famiglia, del lavoro, dei media, del tempo libero e l’animazione cristiana dell’ordine sociale e della vita pubblica. Il Vescovo deve avere una cura particolare per loro, singoli o associati (n. 51). Il Vescovo non ha la «sintesi dei carismi», ma il «carisma della sintesi», in forza della grazia sacramentale, che riceve con l’ordinazione episcopale. Pertanto, tocca a lui verificare l’autenticità dei carismi e dei ministeri e armonizzarli per un’azione pastorale in “uscita”, verso le “periferie esistenziali”. Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium, ha detto che il Vescovo deve favorire sempre la comunione missionaria nella sua Chiesa, perseguendo l’ideale delle primitive comunità cristiane, nelle quali i credenti avevano un cuore solo e un’anima sola (Cf. At 4, 32). Perciò non deve vivere isolato, ma in mezzo al popolo (Cf. n. 31): davanti, per dare l’esempio nel portare la Croce; in mezzo, per “sentire l’odore delle pecore” (n. 24) e poterle conoscere (Cf. Gv 10, 14); dietro, per vedere da che parte soffia lo Spirito Santo e in che direzione spinge il «senso dei fedeli».

Per questo dovrà stimolare la maturazione degli organismi di partecipazione proposti dal Codice di diritto canonico (in particolare il Consiglio per gli affari economici e il Consiglio pastorale). Lo scopo è quello di ascoltare e coinvolgere tutti, non solo alcuni. L’obiettivo di queste strutture pastorali non è in primo luogo l’organizzazione ecclesiale, ma il sogno missionario di arrivare a tutti (Cf. n. 31). La prospettiva missionaria indicata dal Papa parte da una scelta di fondo: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che attendono la luce del Vangelo (n. 20). Per questo occorre una conversione pastorale e missionaria che non può lasciare le cose come stanno (Cf. n. 25). L’importante è non camminare da soli, contare sempre sui fratelli e specialmente sulla guida del Vescovo, in un saggio e realistico discernimento pastorale (Cf. n. 33).

3. Quest’anno, Papa Francesco ha voluto aprire personalmente la 66a Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana. Dopo la prolusione ufficiale, è stato proclamato l’«extra omnes», e il Papa è rimasto in colloquio con i soli Vescovi. Rispondendo alle loro domande, ha citato un testo classico di Romano Guardini: «La fine dell’epoca moderna». Qui il noto teologo e filosofo cattolico tedesco, di origine italiana, ha tentato di interpretare i tempi moderni, cominciati col Rinascimento ed entrati nella fase conclusiva, proprio un secolo fa, con la prima guerra mondiale. Papa Francesco ha ricordato come Romano Guardini, a suo tempo, abbia scavato a fondo e messo in evidenza l’ottimismo ingenuo della modernità, che ha visto – sbagliando – la cultura in profonda simbiosi con la natura. Icona di tutto questo può essere considerata la Belle Époque, al sorgere del XX secolo, dove il progresso umano era considerato componente idilliaca di «madre natura» e sorgente di alti indici di entusiasmo.

In realtà il Novecento ha segnato uno dei periodi più bui della storia, con due guerre mondiali, milioni di vittime, e forte regresso della civiltà europea, sotto i colpi di due totalitarismi di segno opposto: il comunismo e il nazifascismo. Oggi, appena entrati nel nuovo secolo, sono già apparsi i segni delle sfide in campo, che spingono tutti a guardare in faccia la realtà: per una «piena umanizzazione» non basta un «mero umanesimo», ma occorre un umanesimo arricchito dall’«umanità di Dio», che, in Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, ci ha regalato «una nuova e più piena umanità» (Cf. CEI, Orientamenti Pastorali per l’anno 2000, 35). La modernità, dunque, non ha recepito ciò che la postmodernità ha messo in triste evidenza. Lo spirito umano è libero di fare il bene e il male, di costruire e di distruggere, proprio come si esprime la Rivelazione cristiana. È apparsa con chiarezza una incontrovertibile realtà: una cultura che vuole costruirsi eliminando Dio, non può riuscire, per il semplice fatto che Dio esiste (Cf. Romano Guardini: La fine dell’epoca moderna, Morcelliana, 1960, p. 87).

L’uomo è chiamato da Dio ad elaborare la natura (Cf. Gen. 2,15), ma l’uomo è persona finita, che ha la stupenda e terribile libertà di conservare o di distruggere il mondo e perfino di perdere se stessa. Pertanto il pericolo per l’uomo proviene soprattutto da ciò che costituisce la base di ogni elaborazione culturale, cioè dal potere di trasformare ciò che esiste (Cf. ib.). Ora questo potere è polivalente: può creare il bene e il male, costruire o distruggere. Tutto dipende dal pensiero che lo regge. Le nuove tecnologie hanno dilatato al massimo la potenzialità culturale, fino alle manipolazioni antropologiche che tutti conosciamo.

4. Sull’orizzonte culturale, l’Evangelii Gaudium presenta le sfide delle culture moderne. É interessante che il Papa, alla luce della Rivelazione, dica che la pienezza dell’umanità e della storia si realizza in una città: la nuova Gerusalemme, la Città santa (Cf. Ap 21,2-4). Pertanto abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, cioè da uno sguardo di fede (Cf. n.71). Nella città la Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile, perché essa produce una sorta di ambivalenza: mentre vengono offerte ai cittadini infinite possibilità, nel contempo appaiono anche numerose difficoltà, per il pieno sviluppo delle virtù di molti. Tutto ciò provoca sofferenze laceranti (Cf. n. 74).
La proclamazione del Vangelo è una base per ristabilire la dignità delle virtù umane in questi contesti, perché Gesù vuole spargere nelle città la vita in abbondanza (Cf. Gv 10,10). Perciò – dice il Papa – dobbiamo vivere fino in fondo ciò che è umano entrando nel cuore delle sfide, col fermento della testimonianza cristiana. Il Concilio Vaticano II ci ha detto che ciò è possibile vivendo in pienezza l’Eucarestia: «Il pane che io vi darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).

5. A conclusione della nostra riflessione, sembra importante porci un interrogativo fondamentale: «Questa città e questa terra umbra ha ancora il diritto di sperare o deve rassegnarsi ad un tramonto amaro ed infelice? Davanti al Signore del tempo e della storia, l’umile Amministratore Apostolico, che sta per finire la sua missione, vi dice che questa comunità ha il diritto di sperare; ha consistenti ragioni per non rassegnarsi al suo tramonto». Tra queste ragioni vi ricorda le radici cristiane della nostra terra, che costituiscono una forza coesiva, per le tante potenzialità che essa continua ad esprimere. E questo non perché i cristiani siano i migliori, ma perché sono, mediante la Chiesa, i testimoni di una “presenza” misteriosa, quella di Cristo che, specialmente nell’Eucaristia, accompagna il cammino del popolo “pellegrino” in questa città. La fede cristiana ci dice che l’Eucaristia offre ad ogni creatura risorse straordinarie e spesso inedite per “riuscire” a sfondare la barriera del proprio egoismo, per lasciare spazio a “quel Dio che a molti sembra latitante, e invece ha scelto di restare con noi in tutte le ore della nostra esistenza”. Lungo i secoli, nella Chiesa di Terni-Narni-Amelia, l’Eucaristia è sbocciata a tutto campo, contribuendo in modo determinante a dare consistenza e vitalità al tessuto urbano e sociale: nei monumenti; nell’arte; nelle opere di misericordia e di promozione umana; nelle strutture educative e ricreative; nelle forme celebrative ricche di contenuti, di gioia, e di autentica festa.

Per tutto questo dobbiamo aiutare la gente a riconsiderare il loro rapporto con la Messa domenicale, se vogliamo recuperare quell’“armonia” interiore che gli antichi chiamavano “otium”, una sintesi tra contemplazione e azione, propria dell’uomo che aderisce al suo essere, al creato di cui fa parte e a Dio, attingendo così alle sorgenti della vera cultura.
È nel contesto di questa armonia che fiorisce la gioia, l’amore come dono, la capacità di un’ordinata accoglienza, l’esigenza di una vita intensa e piena di senso, da mettere al servizio del prossimo e del bene comune (Cf. Giovanni Paolo II, Dies Domini, n. 67). Con l’arrivo di mons. Giuseppe Piemontese, la comunità eucaristica di Terni-Narni-Amelia troverà una nuova Presidenza, che aprirà sorgenti inedite alla nostra speranza.

Print Friendly, PDF & Email

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*