Narni, omelia del Vescovo Vecchi per la festa di San Giovenale

Ernesto-Vecchi-vescovoNARNI – Anche quest’anno la Provvidenza mi ha concesso la gioia di celebrare con voi la solennità di San Giovenale, Vescovo e Martire, Patrono della città di Narni. Ringrazio il nuovo parroco don Sergio Rossini – che io stesso ho introdotto in questa comunità parrocchiale – per avermi invitato a presiedere i riti liturgici e devozionali, che costituiscono il culmine di tutte le celebrazioni fatte in memoria del Santo Patrono.

Sono grato al Sindaco e a tutte le Autorità per la loro presenza e per la cordiale collaborazione sempre prestata durante la mia amministrazione apostolica. In particolare sono riconoscente per la loro consapevolezza civica ed ecclesiale, di fronte al ruolo del Vescovo, segno sacramentale della «successione apostolica». È il Vescovo, che in questa terra – da San Giovenale fino ad oggi – connette la Chiesa dei nostri giorni al Signore risorto e il 21 giugno prossimo, tale ininterrotta «successione» tornerà nella pienezza della sua stabilità.

Con la consacrazione episcopale, nella Cattedrale di Terni, e la presa in possesso del suo “ufficio”, il Vescovo eletto Giuseppe assumerà la guida pastorale della Chiesa di Terni-Narni-Amelia, per volontà di Papa Francesco e nello spirito del “poverello” di Assisi. Come è noto, celebrare la festa del Patrono significa intersecare i bisogni più veri e profondi dei singoli e della collettività civica. San Giovenale, infatti, sta all’origine dell’eredità storica e culturale di questa città e si pone come punto di riferimento per compiere, oggi, quella sintesi tra passato, presente e futuro, indispensabile per uscire dalla crisi e superare la “cultura dello scarto e la globalizzazione dell’indifferenza” (Cf. Evangelii gaudium, nn. 53-54).

La Parola di Dio, che abbiamo ascoltato, offre la luce necessaria, per illuminare l’orizzonte della nostra vita e guidare il nostro cammino nella giusta direzione. San Paolo sprona anzitutto noi Sacerdoti con un forte imperativo, che mette a fuoco il nucleo essenziale della nostra missione: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituito come custodi, per essere pastori della Chiesa di Dio» (At 20, 28). Secondo la tradizione, Giovenale era un giovane medico oriundo di Cartagine – nell’odierna Tunisia – venuto a Roma a metà del IV secolo.

Fu Papa Damaso, nel 368, a inviarlo come Vescovo a Narni, dove ha annunciato il Vangelo e confessato la sua fede, fino al martirio, come attesta San Gregorio Magno. Con questa Messa – ripresentazione sacramentale del Sacrificio di Cristo – noi introduciamo nella vita quotidiana, fin dai tempi di San Giovenale, un principio di cambiamento radicale. Innestiamo nella nostra vita una specie di “fissione nucleare”, che suscita un processo di trasfigurazione della realtà, il cui termine ultimo sarà la trasfigurazione del mondo intero (Cf. Sacramentum caritatis, n. 11).

Per questo, lungo i secoli, l’Eucaristia è “sbocciata” ovunque, anche a Narni, contribuendo a dare consistenza e vitalità al tessuto urbano e sociale: nei monumenti, nell’arte, nelle opere di misericordia e di promozione umana, ma soprattutto nel celebrare la Domenica come «giorno di festa primordiale» (Sacrosanctum Concilium, n. 106) e le «feste» patronali come sorgente di vera gioia, senso di appartenenza, capacità di spendere la propria vita per Dio e per il prossimo. Ma questa stupenda realtà trova davanti a sé l’ostacolo dei «lupi rapaci», che insidiano il gregge, dentro e fuori la Chiesa (Cf. At 20, 29-30).

«Negli ultimi tempi – scrive Paolo a Timoteo – verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, senza amore, sleali, intemperanti, traditori, amanti più del piacere che di Dio, gente che ha una religiosità solo apparente» (Cf. 1 Tm 3, 1-5). Di fronte a questo “ospedale da campo” ecclesiale e civile è necessario guardare in faccia la realtà, con una rinnovata capacità di lettura dei «segni dei tempi». Dopo l’epocale rinuncia al pontificato di Papa Benedetto – una delle più alte testimonianze di distacco dal potere – è giunta l’ora di rivisitare lo slancio oblativo di San Giovenale. Ciò è possibile oggi, accogliendo il magistero di Papa Francesco, come una grande occasione che ci è offerta, per riscoprire il disegno d’amore che Dio ha su di noi.

San Giovenale, come Abramo, è uscito dalla sua terra, Cartagine, per seguire la chiamata di Dio e approdare a Narni, dove ha annunciato il Vangelo e donato la sua vita, per la salvezza del suo popolo. Anche noi dobbiamo «uscire» dal labirinto di quelle passioni, che ci tengono prigionieri di un progetto di vita miope, senza slancio e di basso profilo. La festa del Patrono ci ricorda, ogni anno, che la vocazione profonda di Narni è la ricerca di Dio, come dimostra la schiera dei suoi Santi. Da San Giovenale a San Cassio, dal Beato Orso ai santi narnesi dell’Ordine dei Minori: Matteo da Narni, Matteo Prosperi e i Protomartiri francescani. Narni, senza Dio, non va da nessuna parte.

Le rievocazioni storiche – in particolare la «Festa» e la «Corsa all’Anello» – sono un “fiore all’occhiello” di questa città, ma debbono esprimere tutte le loro potenzialità. L’incremento turistico è un traguardo necessario per la crescita economica, ma questa da sola non basta: deve essere accompagnata da una crescita spirituale, per esprimere al meglio l’autentica laicità: «Dare a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare» (Cf. Mt 22,21). Per questo abbiamo bisogno soprattutto di Sacerdoti preparati e santi. Senza di loro il nuovo Vescovo Giuseppe – chiamato a continuare la missione di San Giovenale – non potrà esprimere con la necessaria efficacia il suo ministero apostolico.

Inoltre, questa città deve riattivare le vocazioni di speciale consacrazione, maschile e femminile, nella vita religiosa, autentico “parafulmine” per la terra umbra. La canonizzazione dei Santi Giovanni XXIII, il “Papa buono” e di Giovanni Paolo II, il “grande”, non ha voluto stimolare giudizi storici sui vari pontificati, ma aprire l’orizzonte della “santità”, come vocazione accessibile a tutti, secondo il magistero del Concilio Vaticano II. É attraverso una misura alta della vita che possiamo irrobustire la nostra fede e la nostra consistenza umana e spirituale, ora custodita in «vasi di creta» (Cf 2 Cor 4,7) come ha detto San Paolo.

Per questo è necessaria l’azione dello Spirito Santo che agisce in noi mediante “l’economia sacramentale”, specialmente attraverso la Messa domenicale, dove la Pasqua settimanale di Cristo viene messa a nostra disposizione «per la vita del mondo» (Cf. Gv 6,51).

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