I Vescovi dell’Umbria davanti alla Santa Sindone

«E’ un segno molto bello per la nostra Chiesa piemontese questa vostra presenza alla vigilia del primo dei tre laboratori in preparazione al V Convegno ecclesiale nazionale di Firenze, che sarà ospitato a Perugia. Il tema che tratterà è molto interessante, è una riflessione di carattere storico-filosofico e socio economico dell’umanesimo, integrata dall’aspetto del dialogo interreligioso, aperto anche ai non credenti». Con queste parole l’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia, presidente del comitato preparatorio del Convegno ecclesiale di Firenze, ha salutato i vescovi dell’Umbria in pellegrinaggio alla Sacra Sindone.

Proprio sulla Sindone il presule ha incentrato il suo dialogo con i confratelli umbri, comunicando loro che «si coglie un grande interesse per l’Ostensione e molti dei fedeli che giungono a Torino sono dei Paese dell’Europa dell’est». Colpisce la partecipazione delle famiglie: «è davvero emozionante vedere tanti genitori con i bambini raccogliersi in preghiera davanti alla Sindone – ha detto Nosiglia -. Per aiutare a leggerla meglio, in una dimensione di silenzio, viene proposto ai fedeli la visione di un filmato sui segni della passione di Cristo. E’ una esperienza molto forte e significativa, e la gente esce con le lacrime agli occhi. Abbiamo dedicato questa ostensione in modo particolare a due realtà: i disabili e malati, e i giovani». Mons. Nosiglia ha spiegato che il motivo dell’ostensione 2015 è il bicentenario della nascita di S. Giovanni Bosco (1815-2015), «un evento che sta portando in Piemonte molti ragazzi e ragazze da tutto il mondo. Saranno proprio i più giovani a preparare l’accoglienza il 21 giugno a Papa Francesco. Mentre il 14 maggio è attesa la visita del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella».

Mons. Nosiglia ha anche evidenziato che «la Sindone, a prescindere dalle discussione circa la sua autenticità, è una riflessione con il Vangelo. Certo, non è un oggetto di fede, ma la sostiene». Il presule ha concluso l’incontro con i vescovi umbri ricordando un passaggio del messaggio di papa Francesco: «non siamo noi a guardare e contemplare la Sindone, ma è Gesù che ci parla».

“Non c’è amore più grande” è la frase scelta per questa ostensione

«E’ un’esperienza personale nella quale ognuno si avvicina con un mondo proprio, ma anche di Chiesa in comunione – racconta mons. Benedetto Tuzia, vescovo di Orvieto-Todi e delegato Ceu per la carità -. Come per il Corporale che custodiamo ad Orvieto, così la Sindone rappresenta una memoria preziosa, un privilegio e uno stimolo in più nel consegnarla agli altri come segno di fede e dell’amore di Dio. Nel contemplare questi segni la fede ne esce stimolata, arricchita e se ne trae un ulteriore beneficio. Sono stati due giorni di contemplazione, nei quali il silenzio coglie un po’ tutto. Davanti alla Sindone è come se noi siamo esposti a Lui e Lui si espone a noi, in una reciprocità ricca di messaggi perché il silenzio lascia spazio al discorso interiore di ognuno. Per noi è stato bello vederci come Chiesa, portando un pezzo d’Italia, anche se piccola, ma significativa. Chiese poste nella contemplazione e nella ricezione di un messaggio, quello di un uomo che mostra la sofferenza, assai diffusa nel nostro mondo e che chiede di essere intercettata. Un simbolo che invita a trattenere lo sguardo sull’uomo del dolore, per aprirsi al dolore umano che si fa presente in tanti aspetti, in tanti volti di uomini e di donne che ogni giorno incontriamo, che ci chiede di porci in ascolto e di accogliere. L’Uomo del dolore, che richiama quelli di questo mondo, si coniuga con un forte sentimento di amore, vissuto fino in fondo. In questo si fondono l’amore più grande e il dolore più grande, che diventa lo scrigno del grande amore di Dio per noi. La contemplazione del dolore ci porta ad approfondire il senso dell’amore di Dio per noi, quell’amore che ognuno è chiamato a sprigionare da sé. La Sindone rappresenta il volto di un uomo che si è consegnato pienamente alla volontà del Padre e che a noi richiama l’atteggiamento di affidamento e di farci custodire dagli altri».

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