Un 14 febbraio poco dolce per gli operai Nestlé-Perugina di San Sisto

Nessun “Bacio” per gli operai in esubero

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Un 14 febbraio poco dolce per gli operai Nestlé-Perugina di San Sisto

PERUGIA – “Quando i sindacati fanno il gioco delle aziende – afferma il consigliere regionale del “Gruppo Misto Umbria-Next” Sergio De Vincenzi– i lavoratori hanno ben poco da augurarsi, se non farsi forza tra di loro. Nella fattispecie gli operai di produzione della Nestlé-Perugina, attualmente in cassa-integrazione, sono stati messi alle strette dall’azienda e, ci risulta, anche dalle sigle interne (CGIL, CISL e UIL), incitati a firmare “in modo volontario” una riconversione del contratto di lavoro che penalizza fortemente le condizioni orarie e retributive che si inquadreranno nella nuova normativa sul lavoro introdotta dal Jobs Act.

Tutto prende origine dal piano di rilancio proposto dalla Nestlé che solo per lo stabilimento di San Sisto ha messo a disposizione 60 milioni di euro. Già alla fine del 2016, però, gli operai avevano assistito a degli smantellamenti interni alla fabbrica, compresa la cessazione e l’asportazione di alcuni macchinari, fra i quali quelli necessari per la produzione delle caramelle “Rossana”.

A questo segue un annuncio ufficiale della Nestlé che dichiara la presenza di 364 lavoratori in esubero da gestire. In questa prima fase le sigle sindacali hanno organizzato rumorose manifestazioni anche di fronte al palazzo romano del M.I.S.E (Ministero per l’Economia e lo Sviluppo Economico). Ma il problema non si era certo riassorbito. Infatti nel mese di luglio 2017 vennero convocati 260 lavoratori del comparto produttivo presso l’ufficio di collocamento di Ponte San Giovanni, ai quali venne proposta una buona uscita, oppure un futuro ricollocamento. Circa 60 dipendenti decisero di prendere l’incentivo e salutare per sempre l’azienda. I restanti duecento vennero richiamati successivamente per un “corso di formazione” promosso dall’azienda.

In realtà si trattava di una assemblea con gli apicali della Nestlé e le sigle sindacali al seguito, che in uno scenario più vicino agli Hunger Games che a un’assise di lavoratori, venivano additati come i “privilegiati”, i “sopravvissuti agli esuberi” e il “futuro dell’azienda”. La proposta per questi operai, però, ha ben poco di lusinghiero. Infatti nella giornata di venerdì 2 febbraio, sono stati convocati nuovamente negli uffici di collocamento per ritirare il modulo di accettazione volontaria del cambiamento delle modalità contrattuali, da controfirmare e consegnare entro il prossimo 14 febbraio in azienda, scegliendo fra: part-time annuale con 13 mensilità, full-time semestrale, contratto di lavoro stagionale oppure nel settore spedizioni.

Per tutti è richiesta massima disponibilità. E i sindacati? Da quanto è emerso nei colloqui con gli operai che abbiamo avuto modo di ascoltare, anche i sindacati hanno caldeggiato a firmare il nuovo contratto. L’alternativa non c’è, se non il licenziamento. Il fare perno sul giustificato timore di tante madri e padri di famiglia, anche in età non propriamente giovane, è la leva sulla quale si sta affondando il piede, in funzione dell’appuntamento del 15 febbraio al M.I.S.E, durante il quale l’azienda dovrà portare all’attenzione del governo i “galloni” della gestione di questa ristrutturazione.

In sintesi: stipendio ridotto all’osso e massima disponibilità da parte degli operai con i rischi tutti interni al Jobs Act e la certezza, qualora sopraggiungessero nel tempo dei licenziamenti, di usufruire di un assegno di disoccupazione irrisorio anche per chi ha più di vent’anni di servizio. Inoltre, sempre in agguato, c’è anche il fantasma della mobilità. Tutto questo – conclude De Vincenzi – accade all’indomani dell’approvazione in Consiglio Regionale della riforma del lavoro che cerca di mettere dei cerotti all’emorragia occupazionale, piuttosto che creare le condizioni per un reale sviluppo economico.

In questo quadro così drammatico, come sempre l’unica possibilità di far valere i propri diritti da parte degli operai della Nestlé-Perugina è quella unirsi il più possibile e di non cedere alla proposta fatta dall’azienda, sostenuta dai sindacati, chiedendo maggiori tutele e alternative contrattuali che rispettino pienamente, non diciamo molto, ma almeno il primo articolo della nostra Costituzione”.

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