Scuola, M5S, Regione impugni pessima riforma governativa

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“La Giunta deve impugnare presso la Corte Costituzionale la pessima riforma della scuola del governo Renzi”. È quanto chiedono in una mozione i consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle Andrea Liberati e Maria Grazia Carbonari, visto che la legge numero 107 pubblicata il 15 luglio in Gazzetta Ufficiale “tocca una materia concorrente e viola vari principi costituzionali”.

Per i consiglieri del Movimento 5 Stelle, che sperano che l’atto possa essere messo all’ordine del giorno dell’Assemblea legislativa del 3 settembre, “l’istruzione rientra tra le materia di legislazione concorrente tra lo Stato e le Regioni.

E deve rilevarsi il vulnus di costituzionalità riscontrabile nelle deleghe conferite, peraltro vaghe, visto che la legittimità della delega dovrebbe essere subordinata alla fissazione dei principi e criteri direttivi: ciò rende assai problematico che l’oggetto della delega stessa possa, a propria volta, essere costituito da principi. Dubbi di legittimità costituzionale riguardano la limitazione della libertà di insegnamento; la disparità di trattamento tra i docenti immessi in ruolo sino all’anno scolastico in corso e coloro i quali saranno immessi in ruolo in base alle norme introdotte dalla legge che si contesta; l’accesso ai concorsi pubblici, che prevede che per ciascuna classe di concorso o tipologia di posto possono partecipare solo i candidati in possesso del relativo titolo di abilitazione mentre non può partecipare il personale docente ed educativo già assunto con contratto a tempo indeterminato nelle scuole statali”.

“Con questa riforma – si legge nell’atto – vengono violati i principi di uguaglianza formale e sostanziale dell’articolo 3 della Costituzione, visto che si prevede che a partire dall’anno scolastico 2016/2017 il personale docente delle istituzioni scolastiche statali, con contratto a tempo indeterminato, sia destinatario di incarichi triennali proposti dai dirigenti scolastici degli albi territoriali provinciali.

Ne deriva un’immissione in ruolo scevra di un’effettiva assegnazione di posto che risulta eventuale e appannaggio delle scelte del dirigente scolastico, col rischio che le stesse assumano carattere di arbitrarietà. Il principio di uguaglianza, infatti, richiede che situazioni uguali siano trattate alla stessa stregua e situazioni eterogenee siano trattate in maniera diversa. In questo caso si verrebbero a creare due categorie di lavoratori, astrattamente omogenee, ma con trattamento differente, soprattutto con riferimento alla posizione nei confronti del dirigente scolastico”.

“Quando la riforma parla di alternanza scuola-lavoro – continuano i consiglieri di opposizione – si fa esplicito riferimento all’obbligo e non alla mera possibilità di svolgere delle esperienze lavorative. Questo lede il diritto al solo studio, da intendersi come formazione culturale generale e non come formazione tesa a soddisfare le esigenze del mercato del lavoro. Inoltre si profila la lesione dell’autonomia degli organi collegiali a favore di un organo monocratico, il dirigente scolastico.

Infatti il Consiglio di Istituto, diversamente dal passato, non definisce gli indirizzi del piano dell’offerta formativa ma è il dirigente scolastico a dettare gli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e amministrazione. Prima era il Consiglio di Istituto che dettava gli indirizzi a cui il Collegio dei docenti si doveva attenere nell’elaborare il Piano, per poi essere adottato dal Consiglio. Con la riforma si dà al dirigente scolastico un potere soverchiante rispetto agli organi collegiali, che può respingere le elaborazioni del Collegio o le approvazioni del Consiglio di istituto, qualora non siano conformi agli indirizzi da lui dettati.

Così gli organi collegiali, seppur indirettamente, vengono svuotati delle loro funzioni essenziali. Il collegio, organo tecnico professionale con competenza in ambito pedagogico didattico potrebbe perdere o vedere fortemente depauperate le sue funzioni”. “Infine – concludono Liberati e Carbonari – si potrebbe ritenersi che il governo sia andato oltre il limite dei principi generali, spingendosi fino a prevedere norme di dettaglio, non limitandosi ad indicare principi organizzativi in materia di istruzione, ma andando ad invadere il riparto di competenze in materia di formazione professionale, riservata alle Regioni in via esclusiva”.

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