Quote Rosa, Francesca Vignoli, “Gli errori del sindaco e dei consiglieri”

Licenziata dipendente infedele, Comune Assisi parte civile, sospeso agente

conferenza-pro-loco-santa-mariada Francesca Vignoli
Sulla questione delle cosiddette “quote rosa”, l’errore del sindaco Ricci (e di alcuni consiglieri del comune di Assisi dalla “penna facile” ma spesso priva di buon gusto) è quello di perseverare in una posizione di chiusura mentale che non giova a nessuno. Né a lui (e a loro), né tantomeno ad Assisi, della cui immagine il sindaco a parole si fa paladino.

L’errore del sindaco Ricci è quello di continuare a considerare questa sentenza “politica” e di non volerne comprendere, invece, il significato reale e ben più ampio di sentenza “di civiltà”. I tre ricorsi, di cui due da noi vinti (uno al Tar dell’Umbria, nel 2012, e uno al Consiglio di Stato, di questi giorni), sono stati firmati da 15 donne (in rappresentanza di molte altre) e da 5 associazioni femminili, oltre che da alcuni uomini, di cui 4 consiglieri di opposizione. Perché il sindaco considera solo questi (nei suoi comunicati sulla recente sentenza cita, non senza astio, sempre e solo l’opposizione) e non prova invece a “vedere” noi donne che abbiamo voluto e firmato il ricorso?
Non serve scrivere “le donne, da sole, con la loro forza e intelligenza, sanno bene come acquisire i giusti ruoli” oppure “le donne sanno conquistarsi da sole, con la proprie capacità e ampia intelligenza, i giusti ruoli di responsabilità e governo” (un bel dire, che sa tanto di luogo comune maschile…), se poi le donne non si “vedono”. Non è discriminazione, è peggio: è cecità.

È quella cecità che permise al sindaco di scrivere nel 2012 che «pur avendo rilevato alcune disponibilità di donne, sia in forma scritta che verbale, non si sono evidenziate le condizioni richieste di “esperienza ed immediata operatività”» e precisare «che quelli che vorrebbero fare gli assessori senza averne le caratteristiche, prendano atto che non si tratta di ‘occupare poltrone’ ma di sapere fare per i cittadini». Questa dunque la motivazione della scelta di una giunta esclusivamente maschile: nel comune di Assisi non esistevano donne all’altezza del vicesindaco e dei 4 assessori uomini (Antonio Lunghi, Lucio Cannelli, Moreno Fortini, Moreno Massucci e Francesco Mignani), ma esistevano donne presuntuose che “vorrebbero fare gli assessori senza averne le caratteristiche”.
È la stessa cecità che tristemente fu alla base dell’accettazione da parte del Tar dell’Umbria (al quale avevamo di nuovo fatto ricorso nel 2013) della teoria ricciana che nel comune di Assisi non ci fossero donne all’altezza del vicesindaco e dei 4 assessori uomini.

È contro questa cecità di Ricci e dei suoi accoliti che abbiamo lottato, giungendo fino al Consiglio di Stato, perché sapevamo di avere ragione e volevamo che ci fosse riconosciuta ufficialmente.
È contro la cecità anche dei tre giudici del Tar dell’Umbria, Cesare Lamberti, Stefano Fantini e Paolo Amovillia, che abbiamo combattuto. Perché con quella squallida sentenza del 20 giugno 2013 avrebbero potuto fare, a partire da quel momento, giurisprudenza.

Ed è sempre contro questa cecità che il Consiglio di stato ha espresso il suo giudizio, riparando così a una grave mancanza di rispetto nei confronti delle donne di Assisi. Una mancanza di rispetto sia del sindaco, della sua giunta e dei consiglieri di maggioranza (che ci hanno sommerso, in questi tre anni, di contumelie), sia del tribunale regionale dell’Umbria.

Siamo molto contente di aver vinto la nostra battaglia affinché le donne siano presenti nella giunta del comune di Assisi: è stata una battaglia di democrazia al di là di ogni appartenenza politica. Una battaglia che saremo pronte a riprendere, se necessario, di fronte a qualsiasi altra improvvida azione/esternazione in materia di parità di genere, indipendentemente dal “colore” di provenienza. Fino al giorno in cui, ci auguriamo presto, non ci sarà più bisogno di combattere, perché la “cecità” sarà scomparsa dalla testa degli uomini, anche di quelli più protervi nella strenua difesa dei propri privilegi.

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