Primarie Pd, Andrea Orlando a Perugia, bagno di folla ai Notari per Unire l’Italia, unire il Pd

Prima di lui l'intervento della senatrice Valeria Cardinali

Nasce comitato coordinamento provinciale mozione Orlando a Terni

Primarie Pd, Andrea Orlando a Perugia, bagno di folla alla Sala dei Notari PERUGIA – In campo per unire, per ascoltare e per dare voce a chi non ce la fa, per cancellare le diseguaglianze, per mantenere la promessa di un Pd aperto, plurale, dove le differenze siano un valore e il confronto sia un esercizio quotidiano, progressista, riformista, fortemente europeista, perno di un centrosinistra vero. Per un progetto, non contro qualcuno.

Sono solo alcune delle ambizioni che muovono, nella sua corsa alla segreteria nazionale Pd, Andrea Orlando che ieri ha presentato, in una sala dei Notari gremita per l’occasione, la sua – la “nostra” ha preferito definirla – candidatura e la mozione “Unire l’Italia, unire il Pd”. A fare gli onori di casa il giovanissimo Michelangelo Grilli, presidente del comitato regionale a sostegno del guardasigilli.

“Proprio in un momento così difficile – ha detto – abbiamo bisogno del Pd che ci era stato promesso: un luogo da sentire nostro, una comunità aperta ma dall’identità chiara e definita, una struttura libera ma sensibile, uno spazio non di protagonismo ma di partecipazione”.

Perché Orlando? “Perché ci serve uno che si metta al servizio del partito, non che metta il partito al suo servizio, un segretario, uno di noi, uno come noi” e Orlando “ci chiede di fare una battaglia che non è sua ma che può essere nostra. Non è l’ultima speranza, ma la migliore che abbiamo, per cambiare il Pd, cambiare l’Italia, cambiare le cose. Uniti, in un vero partito”.

“E’ tempo che questo partito cambi – ha aggiunto la senatrice Valeria Cardinali, coordinatrice umbra della mozione – che torni ad essere plurale. E noi vogliamo cambiarlo standoci dentro e facendo una battaglia vera, non di testimonianza e non contro qualcuno. Vogliamo un partito inclusivo, europeista, progressista, perno di un centrosinistra vero, non vittima delle correnti, un partito radicato e popolare. Siamo convinti che non si può tenere tutti insieme con una battuta, non si può solo rompere, ma a un certo punto si deve ricucire, ci si deve confrontare; non abbiamo bisogno di un leader, ma di un punto di riferimento”.

E allora “Orlando rappresenta – parola della senatrice – unità, capacità di ascolto, partecipazione, determinazione al servizio di un disegno più grande” e di un progetto “nato e partito dal basso e che sta crescendo con forza e determinazione”.

La discussione sull’opportunità di mettere in campo un’altra candidatura è iniziata all’indomani del referendum, “non perché non avessimo avvertito prima le difficoltà – ha spiegato Orlando – ma perché quel momento è stato un po’ come un faro acceso in faccia”. “La mappa del voto – ha continuato il ministro – ci rende plasticamente come quel voto parlasse d’altro, non della riforma elettorale. Ci sono aree nelle quali la partecipazione alle urne ha superato non solo il dato delle ultime politiche ma anche quello delle amministrative, segno che c’è stata una mobilitazione per esprimere un sentimento che voleva dire qualcosa di profondo”.

Nelle periferie, dove c’è un basso tasso di scolarizzazione, alta disoccupazione, dove le difficoltà sono più evidenti, ha stravinto il no; in alcune aree del mezzogiorno la partita è finita 90 a 10. “Se avessimo il gusto di approfondimento, del confronto – ancora Orlando – non ci sarebbe sfuggita la significativa differenza tra nord e sud e avremmo riflettuto sul fatto che 7 giovani su 10 hanno votato no”.

C’è una “connessione tra disagio e voto. Avremmo dovuto provare a dare una risposta a quel messaggio, tutti insieme. Si è invece scelto di andare in un’altra direzione”. Ora “non possiamo non vedere come il dato che ha segnato la vita pubblica negli ultimi anni è la crescita delle diseguaglianze, che no non riguarda solo il reddito e non riguarda solo gli ultimi, ma anche quelli che fin qui ce l’hanno fatta e ora hanno paura di non farcela più”.

Ecco: “Rischia di fallire progetto Pd se con questo congresso non sapremo rispondere alla crescita delle distanze che si sono approfondire in questi anni. Dalla nostra discussione era scomparsa un’Italia che soffriva, abbiamo raccontato solo quella che ce l’aveva fatta, dimenticandoci di un’Italia su cui le luci si erano spente. C’è tantissima gente che sta male e chiede alla politica una risposta”.

C’è anche un vocabolario da aggiornare e da tornare a declinare con proposte concrete: “Non si parla più – ad esempio – di povertà; il merito è un imbroglio se alle spalle non c’è la stessa opportunità di partenza; l’innovazione va anche incoraggiata e stimolata” e bisogna sapersi far carico degli effetti che produce; “crescita: si è inseguita l’idea di una crescita quantitativa, senza visione, senza qualità con il rischio di consegnare alle giovani generazioni un mondo invivibile”.

Su questi e altri temi, “inseguire la destra ci ha lasciato senza strumenti e oggi questa destra mette in discussione l’assetto delle nostre democrazie. Il populismo e la destra speculano e scommettono su ignoranza e povertà, infilano nella società luoghi comuni, dividono gli ultimi dai penultimi, creano paure. Per questo dobbiamo fare tutta un’altra cosa: provare a unire la società, che è quello che volevamo fare quando è nato il Pd”.

E allora “mi sono candidato per realizzare il progetto originario del Pd, quello di un partito largo, inclusivo, in grado di tenere insieme modi diversi di vedere e sentire ma accomunati da una condivisione di valori e dal fondamento costituzionale della nostra Repubblica.

Oggi questo progetto è a rischio”. A populismi e divisioni “noi dobbiamo rispondere: Europa. Guai se su questo le nostre parole vengono confuse con quelle dei populisti. Le tecnocrazie ci sono perché la politica non ha saputo fare il suo mestiere e noi non possiamo sparare nel mucchio.  Dobbiamo difendere l’Europa perché è il luogo minimo dove realizzare uguaglianza. Dobbiamo sforzarci di spiegare alle persone che i luoghi comuni portano a sbattere, che il populismo indica scorciatoie e dice alle persone quelli che vogliono sentire, anche se non è la verità”.

voucher

Sui voucher “per fare propaganda dovrei dire: viva! Ma non sarebbe giusto, perché in alcuni settori servono a far emergere il lavoro nero e chi lavora in questi settori sa che non mistifico; ma è faticoso spiegarlo, perché è un ragionamento che non sta in un tweet; è faticoso ma bisogna tornare a fare questa fatica”. Bisogna tornare al confronto, alla partecipazione.

Sulla legge elettorale “non si può continuare a dire Mattarellum quando tutte le atre forze politiche non lo vogliono, è un modo per tenere questa legge elettorale, ma poi bisognerà spiegare agli italiani o che si rivota tra sei mesi o che si fanno le larghe intese e io non voglio né l’una né l’altra”.

“In questi anni – ha spiegato Orlando – si sono fatte leggi buonissime, come quella sugli Ecoreati, quella sul Dopo di noi e tante altre: cosa avrebbe tolto alla forza di questi provvedimenti se li avessimo discussi con la società? La democrazia è anche capacità di interlocuzione. E’ finita la stagione degli uomini soli al comando. Avere una leadership forte in questi anni, in una stagione difficile, è servito, ma ora bisogna imprimere un nuovo passo e dire che un gruppo dirigente largo non è segno di debolezza ma segno di intelligenza. Vince nel mondo chi costruisce leadership inclusive.

Per questo serve un altro partito, quello che abbiamo voluto e sognato e che doveva unire in una società divisa”. Invece “rischiamo di essere parte del problema. Siamo una sommatoria di camere stagne che non parlano tra di loro e troppo spesso viviamo lo sconforto di riunioni che finiscono come sono iniziate. L’unità non è frutto di appelli ma di fatica” e Orlando cita Moro (ha citato anche Pio La Torre, Pietro Conti, Pietro Nenni) e l’importanza che le forze politiche si sappiano contaminare reciprocamente.

“La politica è bella quando la gente arriva all’improvviso – ha aggiunto – quando non te l’aspetti; quando invece ci si divide la gente rimane a casa. La scissione di cui dobbiamo avere paura non è quella dei gruppi dirigenti ma di tutte quelle persone che rimangono a casa e che non hanno più voglia di venire a darci una mano”. Oggi “se un ragazzo si avvicina a un circolo non può diventare classe dirigente, non gli si chiede quale contributo porta ma di chi si vuole diventare il galoppino”.

Le parole d’ordine, per Orlando, sono ascolto, pluralismo, unità, dialogo. “Se infili le dita negli occhi a tutti – ha detto – poi tutti si incontrano e ti presentano il conto. L’ascolto, il pluralismo non sono solo bon ton istituzionale”. 

La sfida per il Paese è ambiziosa e impegnativa, ci sono risposte urgenti da dare ai giovani, ai lavoratori: “Si è fermato l’ascensore sociale e o lo rimettiamo in moto o la nostra proposta sarà indebolita”. Certo, “non possiamo vivere la sfida congressuale come se dentro questa sfida si risolvesse il mondo”, ma “noi questa battaglia la vogliamo fare, anche per chi coglie oggi il frutto di qualcosa che ci è stato lasciato da altri, parlando agli italiani a tutte le forze politiche del centrosinistra. Ci metteremo umiltà, determinazione, fermezza”.

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