Oltre sei milioni di donne hanno subito violenza

il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne

Maltratta la compagna davanti alla figlia, Polizia di Terni lo arresta

Oltre sei milioni di donne hanno subito violenza

da Simona Meloni
Responsabile Diritti e Pari opportunità della segreteria regionale del Pd Umbria

Sara ci pone ancora di fronte all’ennesima agghiacciante realtà; perché  Sara è la storia potenziale di ognuna di noi, perché la violenza sulle donne si consuma ogni giorno e compito nostro è non dimenticarcene per tutte le Sara che sono state e che purtroppo saranno o non saranno più.  Sono  6 milioni e 788mila – secondo i dati dell’ultimo rapporto Istat – le vittime che hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della propria vita, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Praticamente una donna su tre ed aumenta la percentuale dei bambini che hanno assistito ad episodi di violenza sulla propria madre (si è passati dal 60,3% del 2006 al 65,2% del 2014). Diana Russel sostiene che tutte le società patriarcali hanno usato –e continuano ad  usare- il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne”.

Che siamo di fronte ad un problema Culturale con la C maiuscola e strutturale è palese e va aldilà degli omicidi delle donne ma riguarda tutte le forme di discriminazione e violenza di genere che sono in grado di annullare la donna nella sua identità e libertà non soltanto fisicamente, ma anche nella loro dimensione psicologica, nella socialità, nella partecipazione alla vita pubblica. Pensiamo a quelle donne che subiscono per anni molestie sessuali sul lavoro, o violenza psicologica dal proprio compagno, e alla difficoltà, una volta trovata la forza di uscire da quelle situazioni, di ricostruirsi una vita, di riappropriarsi di sé perché l’uccisione della donna non è che l’ultimo atto di una continua violenza di carattere economico, psicologico, fisico; in alcuni casi di tutti e tre gli elementi.  La violenza si esercita in differenti modi ed agendo su differenti leve.
Se vogliamo fare uno sforzo e superare le “chiacchiere da bar” e soprattutto trasformare in maniera pragmatica le parole in azioni  dobbiamo partire innanzitutto dal riconoscimento serio delle differenti forme di violenze e da come affrontarle. Partire da una cultura dell’ascolto della vittima; partire dai dati e raccoglierli per capire se le donne chiedono aiuto;  se quando chiedono aiuto ci sono strutture pronte ad accoglierle, personale competente ed appassionato; se le donne sono sufficientemente informate; se i fondi sono sufficienti a “coprire e sopperire” alle richieste; se le leggi esistenti vengono male applicate e se il rischio di tornare nuovamente vittima, qualora la prima fase venga “superata” , viene valutato in maniera adeguata; se viene fatta una formazione specifica ed approfondita ai singoli operatori e se ogni anno viene fatto lo status quo in ogni singola realtà. Allo stesso tempo è fondamentale reperire le informazioni dalle varie istituzioni (procure, centri antiviolenza, strutture di accoglienza, centri di ascolto, tribunali, organizzazione civili, inchieste giornalistiche, dati Istat, organizzazione di volontariato).
Passi in avanti sono stati fatti ma non sono ancora sufficienti; per fare il salto occorre una reazione collettiva fatta non solo di donne ma anche di uomini che siano in grado di superare pregiudizi e stereotipi legati al potere, alla gestione della famiglia, alla virilità, all’onore, alle aspettative  ed alle desiderata che si ripongono sulla donna e che se non attese creano i disagi e spesso i disastri a cui assistiamo, fino al ruolo dell’uomo e della donna nella coppia e nella società tutta.  Tutto questo insieme ad una formazione e a una cultura che diventi parte della e permeata nella società, dalla scuola materna all’età adulta, perché le condizioni delle persone, che cambiando spesso creano i disagi e le reazioni che conosciamo, siano invece affrontate e superate da uomini e le donne in nome del rispetto reciproco, dell’affetto e di ciò che si è condiviso, per poco o per tanto tempo; insieme alle istituzioni che hanno il dovere di domandarsi se è stato fatto tutto quello che si poteva fare, o se sono necessari investimenti ed azioni correttive in materia; insieme all’uso del linguaggio comune ; perché è un errore svuotare le parole del loro significato, sarebbe come svuotare le azioni del loro obiettivo.
Ecco perché la violenza non deve essere solo cosa delle donne; per non parlarne con troppa leggerezza, in maniera autoreferenziale ; per riempire di significato parole come “pari opportunità”, che non è un vezzo o una fissazione di un gruppo di femministe frustrate, ma deve essere la via per riaffermare in maniera concreta, a fronte di una realtà sotto gli occhi di tutti, i diritti fondamentali delle donne, primo fra tutti il diritto alla vita e ad una vita libera da violenze di qualsiasi genere e dalla facoltà di decidere con serenità per il proprio futuro , come dovrebbe essere consentito a tutti gli esseri umani. In questo senso, le pari opportunità si costruiscono insieme, altrimenti la disinformazione annulla i benefici derivanti dalle politiche intraprese; così come i servizi, la professionalità offerta dalle associazioni di donne, dai centri antiviolenza, dal volontariato, vengono vanificati se non possono essere portati avanti nel tempo per il mancato finanziamento da parte delle Istituzioni.
E’ un cane che si morde la coda. Occorre essere allineati con chi sa fare meglio di noi, unirsi, trovare soluzioni , formare le competenze, crederci ed uscire sempre dalla logica dell’emergenza che non sana e quando lo fa ( raramente) è nel breve periodo e questo ci porta a continuare a guardare il dito che indica la luna e perdiamo di vista la luna che invece ci illuminerebbe consentendoci non solo di sognare ma di progettare un futuro migliore.

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