Ilserv, nove prescrizioni AIA violate, Liberati, anche emissioni in atmosfera

Puntano oggi le carte della mega diffida emessa dalla Provincia di Terni grazie alla collaborazione di ARPA

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Mentre si continua a leggere sui giornali di ridimensionamenti e vere e proprie chiusure, mentre è già realtà la desertificazione produttiva in Umbria e in Italia, sconcerta come gran parte della classe dirigente umbra non riesca univocamente ancora a indicare la sostenibilità ambientale quale sola via certa per tentare non soltanto una lunga, difficile e costosa azione di risanamento della Conca Ternano-Narnese, ma anche per generare nuova occupazione anche qualificata, offrendo così una prospettiva concreta ai tanti, troppi giovani titolati che se ne vanno, nonché maggiori sicurezze a coloro che restano e vivono in Umbria.

Guardiamo ad esempio cosa accade a Ilserv: spuntano oggi le carte della mega diffida emessa dalla Provincia di Terni grazie alla collaborazione di ARPA Umbria. Intanto un filo comune unisce le storie che da mesi e anni raccontiamo. Facile scorgerlo.

In Ilserv sono state dunque conculcate ben nove prescrizioni A.I.A., tra cui alcune relative alle emissioni in atmosfera -anche di tipo ‘diffuso’, quelle che per intenderci ricadono ‘tranquillamente’ sui lavoratori e sulla sottostante città- con violazioni concernenti anche contaminazioni dell’acqua, senza dimenticare qualche sfregio in tema di rifiuti ed energia. Gran finale a pagina 10 dell’allegato, con il noto problema dell’enorme giacenza di scorie nell’area c.d. metalrecovery: “Nel corso della verifica ispettiva presso l’area MR è stato accertato che la scoria da trattare risulta stoccata in grossi cumuli che vanno bel al di fuori delle aree individuate come giacenza di fase. Risulta inoltre non funzionante il sistema di drenaggio realizzato in quanto come si evince dall’allegato fotografico i cumuli di scoria sono circondati da ingenti accumuli di acqua stagnante. L’azienda dichiara che il trasporto della scoria da AST all’area MR è di competenza di ILSERV, benché AST sia responsabile delle aree”.

Seguono patetiche giustificazioni da parte dell’impresa, considerando che quanto rilevato da ARPA non sorprende, perché di vecchia data e in larga prevalenza riconducibile alla vetustà di impianti di processo oltretutto evidentemente sottodimensionati. 

Si può davvero continuare così? Una risposta, possibilmente non parolaia, dovrebbe giungere dall’A.D. di AST, ma anche da parte di politici e sindacalisti, magari prima che siano altri protagonisti a intervenire al fine di ripristinare pienamente lo Stato di diritto, salvaguardando ambiente e salute umana di dipendenti e residenti

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