Il 2.0 è vintage. A sinistra meglio originalità e attualità.

Il 2.0 è vintage. A sinistra meglio originalità e attualità.
Piccolotti

Il 2.0 è vintage. A sinistra meglio originalità e attualità.

Di Elisabetta Piccolotti
C’è chi vuole rifare l’Ulivo 2.0, chi esclude un NuovoPds, chi paventa Rifondazione 2.0, chi discetta di Nuova Balena Bianca, chi rifonderà il Centro-Sinistra e chi è arrabbiato perché accusa qualcun altro di pensare ad una Sel 2.0. Eccola qua la sinistra italiana vista dalle pagine di cronaca politica di queste settimane. Qualcuno avrà pensato che abbiamo cercato una sintonia linguistica con i palinsesti estivi, pieni di repliche di vecchi film. Altri, più visionari, ne trarranno la conclusione che stiamo cercando di leggere il futuro nei fondi di un caffè bevuto in un tempo remoto. Tant’è che ho buone ragioni per pensare che nessuno possa appassionarsi davvero ad un dibattito così, nel cui reticolo incrociato di accuse di ‘passatismo’ non resta che scegliere quale sia stato il ‘passato migliore’ e impegnarsi a rianimarlo.

E sia chiaro, non è perché si affrontino questioni di lana caprina, tutt’altro. E nemmeno per l’irresistibile stilema della brutta figura di cui la sinistra pare non poter fare a meno, proprio nei giorni in cui si viene a sapere che circa 100.000 cittadini le hanno accordato fiducia e finanziamenti. E infine non è semplicemente per l’imbarazzo di dover prendere atto della difficoltà nel parlare di progettualità e aspirazioni, parlando il linguaggio della concretezza delle vite e dei provvedimenti presi dal Governo.

E’ per qualcosa di più profondo, qualcosa che ha a che vedere con la dinamica del ‘nuovo’ e del ‘vecchio’, e che soltanto la sinistra sembra in questo paese non aver mai compreso. C’è al fondo di tutto un indefinito senso di disagio, come quello che ci coglie quando qualcuno ci parla di cose importanti usando parole fuori contesto. E’ il disagio della generazione dei ‘nati due volte’, oggi nel pieno della sua vita attiva e tra le cui fila, non è un caso, la sinistra gode di bassissimo consenso. Messi al mondo due volte: la prima come speranza del futuro e la seconda come scarto del presente. Se si votasse nella primavera del 2018 farebbe all’incirca un decennio dalla loro seconda nascita. Un decennio di rovine.

Un piano inclinato chiamato crisi su cui sono andati a rotoli speranze, benessere, sogni. Nati nel mondo delle magnifiche sorti e progressive dell’economia globalizzata della conoscenza, i trenta quarantenni si sono risvegliati ad un certo punto in quello dell’impoverimento diffuso, del deperimento della democrazia, del terrorismo e perfino dei cadaveri dei bambini sulle spiagge. E’ così che la generazione perduta si è ritrovata intorno alla culla della maturità parenti affaccendati a mettere da parte risparmi, immobili e assicurazioni per regalargli una lunga vita di benessere, obiettivo unanimemente considerato quasi impraticabile per chi debba far conto solo sul proprio lavoro. Nascere due volte produce una certa avversione per il passato.

Di prima, di quando si pensava di poter star sempre meglio, non piace infatti ricordare granché, essendo le speranze deluse materia poco piacevole da tener continuamente presente alla mente. Cosa dovrebbero pensare queste persone di chi sembra dibattere tra rifare Rifondazione e rifare Italia Bene Comune o il Pds? Renzi, Salvini e Grillo con il loro cieco odio contro il passato recente, dimostrano ogni giorno di averlo capito molto bene: queste persone di tutto ciò preferiscono non sentire parlare.

Per questo credo che non ci serva nessun progetto 2.0, nessuna rivitalizzazione di nessuno degli schemi di quel che fu. Per far tornare il futuro dalle nostre parti serve grande originalità e innovazione. L’unico solido riparo per la parte migliore della nostra cultura politica, quella costruita negli anni delle nostre sperimentazioni di buon governo e buona politica, è guadagnare il porto della novità e della discontinuità. Serve un progetto originale, attuale, diverso da tutti quelli a cui – noi ma anche tanti altri – abbiamo dato vita fin qui.

Non c’entra l’anagrafe, e tantomeno la rottamazione. Tantomeno c’entra l’orrore del settarismo e la stupidità del ‘purismo’. C’entra invece l’aspirazione di darsi un obiettivo autonomo, a partire dalla madre di tutte le questioni, cioè quella dell’Europa, fondato su proposte chiare ed efficaci su fisco, lavoro, immigrazione, innovazione, impresa, ambiente, cittadinanza. E una volta che queste proposte ci saranno, c’entra la volontà di farle vivere, dargli volti, portarle in giro per l’Italia, sperimentarle nei territori e nei governi locali dove è possibile, dirle davanti a qualsiasi microfono ci venga offerto, farne occasione di iniziativa sociale. Se vogliamo governare l’Italia in futuro, da soli o con chiunque condividerà almeno in parte le nostre proposte, serve prima imparare a camminare sulle proprie gambe. Chi barcolla, chi non ha un consenso certo, se si appoggia alla spalla del vicino che cammina in un’altra direzione, non va molto lontano e rischia di essere lasciato indietro alla prima occasione. Non abbiamo molto tempo: o scegliamo velocemente cosa vogliamo diventare da grandi o rischiamo che la ferocia della storia possa relegarci nell’indistinto e nell’insignificante.

 

Il 2.0 è vintage

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