Cie Perugia, no deciso della Cisal Umbria

Vincenzo Filice: "L’accoglienza deve essere messa a sistema coordinata a livello regionale"

Cie Perugia, no deciso della Cisal Umbria

Cie Perugia, no deciso della Cisal Umbria

Sulla questione dell’istituzione di un Cie (Centro di identificazione ed espulsione) a Perugia, interviene anche Vincenzo Filice, segretario regionale della Cisal (Confederazione italiana sindacati autonomi lavoratori) Umbria. “Non è pensabile che un assessore della giunta targata Romizi, come Francesco Calabrese – chiosa Filice -, possa aver proposto di aprire un Centro di identificazione ed espulsione nel capoluogo umbro. Siamo nettamente contrari in quanto non risolvono nessun problema riguardo le espulsioni degli irregolari, anzi il rischio è che diminuiscano drasticamente.

Inoltre, i Cie sono dei veri e propri luoghi di detenzione, dove coloro che vengono trattenuti, la maggior parte innocenti alla ricerca di una vita migliore, vivono in condizioni inaccettabili per una nazione civile”. “I Cie sono ormai uno strumento superato – spiega Vincenzo Filice -, che non hanno il potere di risolvere il problema della sicurezza nelle nostre città, piuttosto la loro presenza può portare ad un’invasione in Umbria di clandestini e ‘criminali’ anche provenienti da altre regioni.

Nei Cie, che non vanno confusi con i centri di prima accoglienza, oltre allo straniero irregolare e incensurato o a chi si è visto scadere il permesso di soggiorno, ci sono anche molti soggetti pericolosi che vengono trattenuti dopo avere scontato condanne, anche pesanti per i più svariati reati, e che devono essere espulsi a seguito dell’ordine del giudice o del decreto del questore”. Per il segretario regionale della Cisal Umbria, Vincenzo Filice, l’idea è irricevibile su tutti i fronti.

“L’accoglienza deve essere messa a sistema – aggiunge -, coordinata a livello regionale. Con la Regione che dovrebbe svolgere un ruolo importante di supporto agli enti locali e di coordinamento con prefetture e Anci. Assistiamo, invece, a continui annunci che non spostano di una virgola il problema e, sistematicamente, lasciano soli amministratori e comunità locali”.

“La soluzione potrebbe essere l’identificazione in carcere degli stranieri o incentivando e agevolando il rimpatrio volontario o assistito – suggerisce Filice -, o come afferma il sottosegretario agli interni Gianpiero Bocci, stringere accordi bilaterali con i Paesi di origine come è avvenuto in Tunisia per agevolare e valorizzare le operazioni di rimpatrio. Perché il vero problema, purtroppo, è la lentezza dell’identificazione di questi personaggi da parte dei paesi da cui provengono”.

Cie Perugia

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