Solennità di Sant’Ercolano, vescovo e martire, patrono della città dell’Università

La celebrazione eucaristica nella chiesa dell’Ateneo per la ricorrenza del dies natalis del santo patrono martirizzato dai Goti di Totila il 7 novembre dell’anno 547

Solennità di Sant’Ercolano, vescovo e martire, patrono della città dell’Università

Solennità di Sant’Ercolano, vescovo e martire, patrono della città dell’Università. Carissimi fratelli e sorelle, ricordiamo stasera sant’Ercolano, vescovo e martire, “defensor civitatis” e patrono della nostra Università. A lui è legata profondamente la storia della città di Perugia e dello “Studium perusinum”, perché il sapere, come la città, è qualcosa che va amato, custodito, difeso. Lo abbiamo visto in questi giorni con il violento terremoto che ha distrutto interi paesi della nostra Umbria e delle regioni vicine, per fortuna stavolta senza fare vittime. Tuttavia, con il crollo di case, chiese, mura cittadine e palazzi, un intero patrimonio storico-culturale è andato irrimediabilmente perduto. Molto si potrà ricostruire, ma quello che si è sbriciolato non tornerà più. Molte persone sensibili hanno provato un senso di disperazione di fronte alla catastrofe che si è abbattuta su di noi. Questo perché le nostre città, i nostri borghi rurali, sono delle realtà viventi, insieme alle persone ci sono gli animali, ma ci sono anche le “cose”, gli edifici, le pitture, gli arredi, le biblioteche, gli archivi. La città è un patrimonio inestimabile, la cui protezione e custodia è sacro dovere di tutti.

Così avvenne al tempo di Ercolano. Allora erano i cosiddetti “barbari” a premere alle porte per conquistare la città, saccheggiarla e a volte distruggerla. Ercolano, vescovo coraggioso e sapiente, si fece guida anche civile e animò la resistenza contro i conquistatori. Catturato dopo un tradimento, fu messo a morte. Egli dunque è martire, perché fu ucciso in odio alla fede, ma è anche “defensor civitatis”, perché protesse la sua città dalla distruzione. Era dunque giusto che lo “Studium perusinum” lo scegliesse come patrono, perché, salvando la città, egli ha salvato la sua storia, la sua cultura millenaria. E l’Università è l’istituzione che meglio raccoglie ed esprime l’identità di un intero popolo; essa elabora sempre nuova cultura, crea collegamenti con le culture di altri popoli, sviluppa quel fecondo dialogo che rende possibili legami amicali, promuovendo così la collaborazione e la pace.

Sant’Ercolano ha rappresentato al meglio il ruolo del Buon Pastore. Ha raccolto e protetto i suoi concittadini, che erano anche i fedeli di Cristo, donando per loro la sua stessa vita. Non come il mercenario che nell’ora del pericolo fugge e lascia il popolo da solo in balia dei nemici. Il vero amore per la gente e la sua cultura non si può misurare con l’interesse economico o con il potere. Il vero amore si dimostra con il servizio disinteressato, fino alle estreme conseguenze. Questo vale anche per l’uomo di cultura, chiamato alla ricerca scientifica e alla qualità dell’insegnamento, non per un mero interesse personale, ma per il vero progresso sociale e umano della sua comunità.

Anche lo studio significa sacrificio e dedizione. E al tempo stesso significa amare. Amare il bello, amare la conoscenza. Amare il luogo stesso in cui si studia. Mai come in questo momento storico, così carico di inquietudini, c’è bisogno dello studio. Di uno studio serio, coraggioso, che non si pieghi mai a logiche del potere o dell’economia, che non si presti ad uso pretestuoso e polemico, ma che sappia andare autenticamente alla ricerca del vero e del bello. C’è bisogno di uno studio che sappia dar lustro a quelle antiche radici, che legano l’Università non solo a Perugia e all’Umbria, ma a tutta la cultura europea.

Vedendo crollare la millenaria basilica di San Benedetto a Norcia abbiamo avvertito un brivido di sconforto e di dolore. E’ come se una storia di secoli, che ha abbracciato tutto il nostro continente e l’Occidente intero, fosse venuta meno; come se un patrimonio storico e ideale che ha fondato la nostra cultura e la nostra civiltà si fosse perduto per sempre. Uomini e donne di ogni dove si stanno facendo avanti per offrire aiuto per la ricostruzione. Noi diciamo grazie a tutti coloro che fin da ora si adopereranno per far risorgere la nostra terra.

Ma forse uno dei modi per far rivivere questa cultura fatta di storia, di arte, di bellezza è il nostro impegno per la verità, per il dialogo; è lo studio, la ricerca culturale e scientifica, fatta con lo spirito giusto, che è quello di dare tutto se stessi per il bene della collettività e delle Istituzioni. Alla disgregazione materiale e spirituale portata dal terremoto possiamo rispondere con l’essere una comunità unità e solidale; un “solo gregge”, che ascolta la parola del vero pastore, che non dimentica le proprie radici, ma le cura e ne fa tesoro.

In tal modo, saremo in grado, come ha esortato Papa Francesco, di superare le paure del presente e di affrontare “una delle grandi sfide del nostro tempo: trasmettere il sapere e offrirne una chiave di comprensione vitale”, per formare le giovani generazioni, e renderle consapevoli dalla grande eredità di storia e di fede di cui è carica la nostra millenaria civiltà.

Carissimi fratelli e sorelle, in questa solennità di Sant’Ercolano, Vescovo e martire, possa il suo esempio farci diventare degli autentici testimoni della Verità, senza paura, con coraggio e senza scendere a compromessi con la mentalità di questo mondo. Possa Sant’Ercolano proteggere questa città e questa Università e farne un modello di vita comunitaria, culturale e di rispetto delle diverse culture. Che la Santa Vergine Maria benedica la vita di ogni donna e di ogni uomo che, anche nella più umile delle sue mansioni, partecipa allo sviluppo e alla vita dell’Università di Perugia. Amen!

+ Gualtiero Card. Bassetti

Arcivescovo metropolita di Perugia-Città della Pieve

 

1 Commento su Solennità di Sant’Ercolano, vescovo e martire, patrono della città dell’Università

  1. Rispetto la venerazione dei cittadini di Perugia verso Sant’Ercolano, soprattutto in questo periodo di paura e di dolore dovuto al terremoto. Ma reputo opportuno fare qualche precisazione sulla figura storica di Totila, il re dei Goti a cui la tradizione attribuisce il feroce martirio del santo vescovo. Il Totila che emerge dalla cronaca del suo contemporaneo Procopio di Cesarea non è affatto un sadico persecutore. Questo re, dopo le sue vittorie, esortava i Goti a rispettare la popolazione: «Se volete conservare la fortuna che vi è capitata, è chiaro che dovete rispettare la giustizia. Se cambierete condotta, avrete subito contro di voi anche Dio. Egli infatti non ha intenzione di proteggere una particolare razza di uomini o una determinata nazione, ma chiunque mostri di osservare maggiormente la giustizia». Inoltre, Totila agì con un’etica militare piuttosto evoluta per la sua epoca: proibì all’esercito di far violenza alle aristocratiche romane rifugiate a Cuma, fece distribuire viveri ai Napoletani affamati che si arresero dopo l’assedio, mise a morte un suo soldato che fece violenza a un’adolescente napoletana, accolse la supplica di Pelagio e risparmiò gli abitanti di Roma e la vedova di Boezio, lasciò liberi i nemici fatti prigionieri dopo le sue vittorie.
    Neppure il massacro dei cittadini di Tivoli è attribuito da Procopio a un ordine di Totila ma a una scorreria di un drappello di Goti nella città di cui avevano trovato le porte aperte. Non ci sono sospetti di piaggeria riguardo a Procopio perchè questo intellettuale era a servizio dei Bizantini e avrebbe quindi avuto interesse a dipingere il re nemico come un crudele despota. Per di più, anche una fonte cattolica come il Liber Pontificalis, che avrebbe dovuto vedere con una certa ostilità un uomo di fede eretica come il re dei Goti, scrisse che Totila si comportò con i Romani come un padre con i figli (Vita Vigilii).
    Un sovrano capace di tanta umanità non può aver ordinato il supplizio di un uomo vecchio e inerme qual era Ercolano. Infatti, riguardo alla conquista di Perugia, Procopio ci riferisce che Totila non era presente perchè impegnato nell’assedio di Roma e che la città fu presa dai suoi generali. Quindi, una ricostruzione storicamente coerente e plausibile è che Ercolano sia stato ucciso dai soldati che saccheggiavano la città mentre il re non si trovava sul posto a controllarli. Perché allora Gregorio Magno accusa Totila in persona di questo martirio? Perché scrisse a oltre quarant’anni di distanza dai fatti, influenzato da un clima culturale assai ostile a Totila, un sovrano oltretutto colpevole di essere un eretico: Totila era stato sconfitto e ucciso nel 552 e i Bizantini vincitori avevano portato avanti un’accesa campagna di demonizzazione dipingendolo come un nefando tiranno per motivi propagandistici.

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