L’aborto in Umbria è veramente una “corsa a ostacoli”?

Una riflessione del dott. Angelo Francesco Filardo, della Federazione Umbra Movimenti per la Vita, circa alcune notizie apparse sulla stampa locale nei giorni scorsi

L’aborto in Umbria è veramente una “corsa a ostacoli”? PERUGIA  – “Nei giorni scorsi ci è toccato di leggere sul Corriere dell’Umbria affermazioni gratuite su una presunta difficoltà di abortire volontariamente in Umbria a causa dell’alto numero di ginecologi obiettori (2/3 ovvero il 65,6% nel 2014 cfr. pag. 53 della Relazione del Ministro della Salute del 15 dicembre 2016). La citata relazione del Ministro della Salute al Parlamento sull’applicazione della legge 194/1978 negli anni 2014 e 2015 offre una serie dettagliata di numeri che fotografano esattamente la realtà di ogni singola regione per cui è facile vedere come stanno realmente le cose. Ci stupisce che una rappresentante della CIGL dopo il pronunciamento definitivo del 6 luglio 2016 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa che ha respinto la denuncia presentata dalla GIGL contro l’Italia  in merito alla mancata applicazione della legge 194/78 riguardo all’accesso ai servizi IVG in relazione all’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari in data 17 gennaio 2013, continui a fare simili affermazioni sulla stampa, che i dati di seguito riportati smentiscono clamorosamente.

Le strutture in cui si praticano le IVG in Umbria sono più numerose (6,3) di quelle in cui si partorisce (5,8) per 100.000 donne di età compresa tra 15-49 anni. Il carico di lavoro medio per ogni ginecologo umbro non obiettore nel 2014 è stato di 1,2 ivg a settimana, nettamente inferiore alla media nazionale (1,6).

Per quanto riguarda la lamentata poca opportunità offerta alle donne umbre di ricorrere all’aborto farmacologico con la RU 486 e del ritardo della Regione Umbria nell’approvare il protocollo regionale ritorniamo a ribadire che è più che un danno per le donne umbre  debba considerarsi un vantaggio per due motivi: 1. l’aborto farmacologico con la Ru486 può essere più comodo e vantaggioso per il medico che lo prescrive che per la donna che lo pratica. Infatti per questa il vissuto dell’aborto così provocato si prolunga per diversi giorni ed avviene con la donna sveglia il più delle volte nella propria casa anche alla presenza di altri figli od in altri luoghi e – come raccontano le stesse donne che si sottopongono a psicoterapia a causa della sindrome post abortiva – è molto più scioccante del vissuto dell’aborto volontario chirurgico; 2. è molto più pericoloso dell’aborto chirurgico se viene praticato in regime di day hospital come purtroppo dimostra la relazione ministeriale che nel 2014 fa registrare la morte di una giovane donna a Torino dopo assunzione in regime di day hospital di Ru486 e prostaglandine e di un’altra giovane donna a Nocera Inferiore dopo somministrazione di prostaglandine e ritorno a casa in attesa della dilatazione del collo uterino: una mortalità (1,7/ 10.000 aborti farmacologici) nettamente superiore a quella degli aborti chirurgici!

La dott.ssa Toschi di Perugia afferma che gli aborti volontari in Umbria diminuiscono grazie al lavoro svolto dai Consultori, ma i dati forniti dal Ministero ci dicono che il 91,60 % delle delle 1024 donne che nel 2014 si sono recate nei 33 Consultori Familiari pubblici umbri sono tornate a casa con il certificato per abortire. In che modo gli operatori del Consultorio, questa “unica porta aperta che non ti giudica, che ti informa, che ti consiglia, che ti assiste dal punto di vista medico”, ha messo in atto l’art. 2 della legge 194/78:? Ossia: informando la donna sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio; b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante; c) attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a); d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza.

I consultori, infatti, sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita. In particolare chi chiediamo  riguardo al punto d) dell’art. 2 in che modo i Consultori Familiari umbri collaborano con i Centri di Aiuto alla Vita Umbri per aiutare le donne a superare le difficoltà che le inducono a chiedere l’aborto volontario. Un’altra questione riguarda il perché la Regione Umbria non ha ancora recepito le ripetute richieste di aprire all’interno degli ospedali dove si svolgono gli aborti volontari uno sportello del CAV (Centro di Aiuto alla Vita) che possa offrire alle donne l’aiuto di cui hanno bisogno per evitare il dramma dell’aborto.

Ricordiamo, inoltre, che il ricorso alle pillole del/i giorno/i dopo non è prevenzione dell’aborto volontario ma suo occultamento o camuffamento. Se analizziamo tutti i dati ci rendiamo conto che abbiamo poco per cui gioire: – le vittime dell’aborto volontario fino al 31 dicembre 2015 sono 100.566 ( pari alla popolazione di Foligno, Spoleto e Bevagna!); il tasso di fecondità (28,4 nati vivi/1000 donne in età fertile) più basso d’Italia ( media 35,4); il secondo posto dopo la Liguria per tasso di abortività (252,8 ivg/1.000 nati vivi); il sesto posto in Italia per rapporto di abortività (7,2 ivg/1.000 donne 15-49 anni); e che la presenza dei Consultori Familiari pubblici ha probabilmente alimentato in Umbria una anti life mentality, responsabile del suicidio demografico, reso meno drammatico solo dall’apporto delle coppie straniere che hanno partorito il 18,4% dei nati vivi in Umbria  nel 2015 pur rappresentando solo l’11% delle donne in età fertile, cui gli Amministratori Regionali assistono passivamente.

Forse per altre prestazioni sanitarie i cittadini umbri, in particolare i meno abbiente ed i più indifesi, debbono fare le corse ad ostacoli o mettere mano al portafoglio già vuoto, per poter fare una mammografia (tempi di attesa 13-16 mesi) un’ecografia ginecologica (tempi di attesa 120-150 giorni) od altri accertamenti, ma di queste cose che riguardano il vero bene comune delle persone non è politicamente corretto parlare.

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