Confindustria, Antonio Alunni nuovo presidente, puntiamo sull’identità umbra

Cesaretti: “Non abbiamo fatto abbastanza per i giovani”

Confindustria, Antonio Alunni nuovo presidente: “Puntiamo sull’identità umbra”

Confindustria, Antonio Alunni nuovo presidente, puntiamo sull’identità umbra

ASSISI – Passaggio di testimone tra Ernesto Cesaretti e Antonio Alunni al vertice di Confindustria nella tradizionale Assemblea al Lyrick di Assisi. Assemblea alla quale partecipano anche il ministro Giuliano Poletti e il professor Giulio Tremonti. Luca Tacconi e il vicepresidente. “L’anno scorso – ha detto Cesaretti – ho chiuso la relazione richiamando il principale dovere che grava sulle classi dirigenti: prendersi cura delle prossime generazioni. Non lo abbiamo fatto a sufficienza. Lo dimostrano la bassa occupazione giovanile, che è il vero “tallone d’Achille” italiano, ed anche umbro, e la fuga dei cervelli: oltre 50.000 nell’ultimo anno.

Per arginare il “depauperamento” del capitale sociale e umano, Confindustria ha sostenuto con forza la necessità di tagliare il cuneo fiscale per i primi tre anni per i giovani neo assunti a tempo indeterminato. Abbiamo quindi accolto con grande soddisfazione la decisione del Governo di destinare a questa misura risorse significative nella manovra finanziaria. È una strategia sociale, competitiva, ed economica perché produce inclusione, immette nel ciclo produttivo competenze di frontiera, alimenta la domanda. È molto più che una questione generazionale. È una questione culturale, che vuole inserire i nativi digitali nella società analogica, per farla evolvere in senso moderno, contrastando le povertà di prospettive e le disuguaglianze di opportunità”.

Quindi anche un richiamo al ruolo delle associazioni di categoria: “I sistemi di rappresentanza possono crescere solo se si evolvono e si adattano al cambiamento. Cercare nuove vie per dare pieno senso allo stare insieme degli industriali è un compito difficile, che non sfugge a coloro che riflettono sulle prospettive di una Associazione che è nata e si è sviluppata in un quadro differente da quello attuale.

Questa sfida è stata compresa perfettamente dal Presidente Boccia, che guida con saggezza e lungimiranza Confindustria, collocando le posizioni confederali in un orizzonte nuovo, europeo e centrato sul futuro. Ridurre il “divario giovani” è una priorità, tanto più in uno scenario produttivo come quello attuale, caratterizzato dalla digitalizzazione dei processi. Industria 4.0 è l’obiettivo a cui puntiamo. Il Presidente Boccia lo ha detto all’Assemblea di maggio: “Industria 4.0 è la visione che perseguiamo”. Guardare “oltre”, per intravedere i segnali del cambiamento che dovremmo anticipare, non subire. “Oltre” le posizioni di comodo, le piccole convenienze, gli interessi di parte. Consapevoli che la rivoluzione che ci sta per attraversare ha una portata amplissima, e che occorre organizzarci per affrontarla con successo. Tutti insieme: politica, corpi sociali, rappresentanze, scienza, mondo della finanza dobbiamo lavorare per portare le imprese e la comunità regionale all’appuntamento con il futuro. Dando vita ad un “Impegno per il futuro”, che richiama il “Patto per la fabbrica” proposto dal Presidente Boccia. Tenendo presenti due cose: la libertà e l’ambizione”.

“Nonostante i progressi compiuti, riscontriamo il prevalere di protagonismi individuali sulla dimensione istituzionale, che se hanno il pregio della flessibilità, presentano il limite di tagliare fuori le enormi connessioni scientifiche che solo un’Istituzione, e non un singolo, può attivare e rendere disponibili. Significa riformare il rapporto con la pubblica amministrazione, che, spesso, con le sue farraginosità, è più di ostacolo che di aiuto. Ricordo che un mio predecessore disse che “o si è forza di burocrazia, o si è forza di progresso”.

Senza arrivare a questa contrapposizione, non vi è dubbio che si debbano riallineare le prassi ed i tempi del pubblico con quelli del privato, per evitare un dualismo che alla fine sarebbe di danno per entrambi. Creare una nuova corresponsabilità significa, infine, ripensare i rapporti con la scuola e la formazione, con le professioni e l’intellettualità. Insomma, scommettere tutti insieme su un grande disegno per le imprese, i cittadini e la regione. L’impegno per il futuro è perciò la risposta più adeguata che si possa dare in Umbria alla questione industriale. Questione industriale, ovvero riaffermare la centralità del manifatturiero nella produzione del reddito. Fare dell’impresa il motore dello sviluppo. Rendere funzionali alla crescita ed alla competitività le scelte pubbliche, correggendo un clima che spesso si qualifica per l’attitudine quantomeno di riserva nei confronti dell’intrapresa. È l’industria del futuro. Interconnessa, innovativa e sostenibile”.

“Confindustria Umbria ha cominciato ad affiancare le imprese che si avvicinano ad Industria 4.0 con investimenti che introducono in fabbrica l’interconnessione delle macchine, la gestione dei big data, le tecnologie d’avanguardia. Siamo stati i primi in Italia a costituire il Digital Innovation Hub, che coinvolge le eccellenze locali e nazionali nelle varie tecnologie abilitanti. Gli abbiamo dato una fisonomia che valorizza le competenze umbre, aprendoci a prestigiose realtà internazionali, come l’Istituto Italiano di Tecnologia. Siamo pronti a dare operatività al Digital, e ad accelerare la digitalizzazione delle imprese, che sarebbe bene potessero beneficiare di incentivi regionali per agevolare e sostenere l’acquisto di mirati servizi reali. In Germania, dove il tema è stato affrontato seriamente dal 55% degli imprenditori, solo un industriale su tre considera di avere una buona conoscenza di Industria 4.0.

In Umbria non siamo a questi livelli, e dobbiamo recuperare. Consapevoli che da soli possiamo fare molto, ma non possiamo fare tutto. Da qui nasce l’esigenza di costruire e di condividere una nuova visione dell’Umbria. Sentiamo forte, cara Presidente Marini, la necessità di definire insieme un nuovo progetto per la regione, per le imprese, per la società. Un progetto che raccolga le sfide poste dalla modernità scientifica, tecnologica, organizzativa, e che sappia ad esse rispondere in maniera coerente ed originale, calibrata sulla nostra identità e sulle nostre caratteristiche”.

Alunni ha esortato a fare attenzione alle sfide della globalizzazione: “Il mondo vive nell’era della globalizzazione. La cultura è diventata globale, la politica sta diventando sempre più globale. Soprattutto, l’economia è diventata globale. La globalizzazione economica ha senz’altro prodotto una enorme crescita dell’economia mondiale nel suo complesso. Tuttavia la crescita economica mondiale dovuta alla globalizzazione non è un fenomeno che ha conseguenze soltanto positive per tutti i Paesi, per tutte le persone e per tutte le imprese. Come ogni altro grande fenomeno della storia, esso genera enormi spostamenti e redistribuzioni di ricchezze. Introduce una velocità di cambiamento sociale ed economico tale da mettere in discussione rapporti sociali secolari, modelli produttivi consolidati, posizioni privilegiate in vigore da decenni. La globalizzazione obbliga ogni persona, ogni impresa, ogni territorio, ogni Paese, a ripensare le proprie competenze, il proprio capitale umano, il proprio capitale fisico, la propria vocazione produttiva. Perché la competizione globale significa che si può avere successo soltanto comprendendo appieno i propri vantaggi comparati, e migliorandoli significativamente attraverso la formazione, gli investimenti, i cambiamenti normativi e regolativi”.

“E’ per questa ragione che non è un paradosso il fatto che, mentre il mondo si globalizza, ovunque vi è un ritorno alla considerazione delle proprie radici e della propria storia. Perché essere consapevoli delle proprie radici e della propria storia significa avere coscienza della propria identità, come persone, come comunità sociali, come territori, come imprese. Essere consapevoli della propria identità non è uno sguardo volto al passato: è uno sguardo volto al futuro, perché è dalla conoscenza della propria identità, con i suoi punti di forza, ed anche con le sue debolezze, che nascono le vere scelte che servono a progredire come persone, come comunità, come imprese. Noi viviamo in una Regione che ha radici identitarie straordinarie. “Il popolo umbro è ritenuto il più antico dell’Italia”, scriveva Plinio il Vecchio. Alla identità italica, etrusca e poi romana, si aggiungerà la straordinaria identità del Medioevo cristiano. E’ un umbro, San Benedetto, che salvò letteralmente la civiltà classica. Ed è ancora un umbro, San Francesco, che ebbe un ruolo fondamentale per restaurare la missione e la grandezza del Cristianesimo. Tant’è che non un umbro, ma un toscano, Dante Alighieri, arrivò a dire che la città di San Francesco non doveva esser chiamata Assisi, bensì Oriente, perché da essa nacque un sole che illuminò il mondo. Questa identità straordinaria e complessa è nota a tutti gli umbri, e non solo agli umbri. E’ una identità che innerva le nostre comunità e le nostre vite personali. Ma l’identità non è un oggetto statico. Se le sue radici sono antiche, è altrettanto vero che su di essa si sono innestati mutamenti ed innovazioni non meno importanti. E che noi dobbiamo averne consapevolezza, se vogliamo davvero onorare le nostre tradizioni. Perché la tradizione, come è stato splendidamente detto, non significa conservare le ceneri ma alimentare il fuoco. L’identità dell’Umbria ha una parte essenziale costituita dall’industria. Basta una conoscenza anche solo superficiale della nostra storia per verificare che senza l’industria l’Umbria non sarebbe mai entrata nella modernità. E’ il sorgere dell’industria che ha permesso a decine e decine di migliaia di persone di avere un lavoro nella propria terra, di non dover emigrare, e di avere un reddito decoroso per sé e per la propria famiglia. Senza l’industria l’Umbria avrebbe avuto il destino demografico di alcune delle regioni più sfortunate d’Italia”.

“Se l’Umbria è la regione che, pur tra tanti problemi, presenta un quadro per tanti aspetti positivo della sua vita civile e sociale, lo deve in misura fondamentale alla sua industria. Noi imprenditori siamo chiamati a fare la nostra parte per il bene comune della nostra Regione. E siamo chiamati a farlo e lo facciamo da un secolo e mezzo. Dobbiamo fare sempre di più e sempre meglio. Ma deve essere chiaro che non possiamo riuscire adeguatamente nel nostro lavoro se la centralità dell’industria non è pienamente percepita e se il clima politico, civile e sociale intorno all’industria non muterà da quello attuale, che è almeno di scetticismo, ad uno di condivisione. Noi siamo pronti a fare la nostra parte di dialogo con tutti. Ci aspettiamo, per il bene comune della nostra Regione, che tutte le forze politiche e sociali vogliano fare lo stesso”.

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