In cucina con Massimo D’Alema a Otricoli tra vino e tartufo

è così: scrupoloso e assorto, concentratissimo sulla precisione dei gesti

In cucina con Massimo D’Alema a Otricoli tra vino e tartufo

da Lucio Biagioni 
OTRICOLI – Il Presidente, come lo chiamano tutti quelli che arrivano alla spicciolata, controlla la cottura, sollevando scrupolosamente i coperchi delle pentole in lenta sobbollizione davanti a lui, poggiate su moderni fuochi a induzione, e con una “mìscola”, come si diceva un tempo e ancòra si dice nella vecchia Umbria, ne rimesta garbatamente il contenuto, più per segno di cura e di attenzione amorevole che per reale necessità, perché la vivanda è bell’e pronta, e dai due recipienti si sprigiona un buon profumo di lenticchie alla umbra.

Massimo D’Alema, in cucina

Lucio Biagioni

Massimo D’Alema, in cucina, è così: scrupoloso e assorto, concentratissimo sulla precisione dei gesti.La stessa che impiega quando, nelle more della cottura delle lenticchie,ostinatatamente si dedica a scarnificare e separare dalla polpa un osso di prosciutto. Trìbola, ma persevera. Ci mette un po’, fatica, ma alla fine la vince lui. È un bell’osso di prosciutto. “Non lo butti via, Presidente”, dico, suggerendo che può venirci una pasta fantastica, una variante alleggerita del mitico “rancetto” umbro. “Sì?” mi fa, mostrando di darmi educatamente retta e mettendo da parte l’osso che lo ha fatto tanto penare. Mi taglia un assaggio di prosciutto con una mitica Berkelrossa (“Non è di queste di oggi”, mi dice, “è un pezzo degli Anni Trenta”), e la signora Linda, padrona di casa che mette tutti a proprio agio, mi ci offre d’accompagno un bicchiere di “Nerosé”.

La Madeleine

È lo spumante metodo classico della cantina “La Madeleine” di Massimo e Linda D’Alema. È la prima volta che lo bevo, e sono sorpreso. Sorpreso, per eccesso. Va bene che c’è la consulenza di un big come Riccardo Cotarella, ma il vino mi pare abbastanza stupefacente, con consistenza e finale da vero “champagne”. Sto zitto. Potrei sbagliarmi, sono solo un amateur, un dilettante dei vini.

Quest’anno non sarà prodotto, stagione caldissima, uve troppo zuccherine, che abbasserebbero la qualità, dice il Presidente mentre mi spiega che le pentole sul fuoco elettrico sono due, perché diverse sono le lenticchie: da un lato, quelle di Castelluccio; dall’altro, quelle di Colfiorito. Gli dico che, secondo me, queste di Colfiorito, di tonalità pastello e consistenza più cremosa, sembrano profumare di più. “Quella di Castelluccio è più delicata”, ribattegarbato col suo tono asciutto. “Sono diverse, e allora, visto che siamo in tanti, le ho fatte tutt’e due”.

LE LENTICCHIE

La zuppa di lenticchie, con tartufo nero e olio moraiolo, è stata offerta come piatto forte agli invitati delle umbrissime nozze, celebratesi ierifra il vino prodotto dalla famiglia D’Alema e il tartufo della famiglia Martinelli (“Giuliano Tartufi”). L’idea, spiegata dagli stessi Massimo D’Alema e Giuliano Martinelli nel corso della degustazione promozionale, che si è svolta presso la Cantina “La Madeleine” nella campagna fra Narni ed Otricoli, è quella di offrire ai consumatori l’opportunità di avere in un’unica confezione (una scatola dalla grafica semplice ed elegante) una bottiglia di vino e i prodotti legati al tartufo.

(Le confezioni, in realtà, sono due, una di base, più spartana, ed un’altra, con qualche ricercatezza in più, che si traduce in un prezzo maggiore.)

Un omaggio all’Umbria, una iniziativa per valorizzare due prodotti-simbolo delle eccellenze agroalimentari umbre. Un elogio della vita semplice, della vita agricola, dell’ambiente, della natura, del gusto. Dei valori a cui più spesso dovrebbe ispirarsi anche la politica. E con la politica finisce qui.

La “Madeleine” (il nome proustiano non deriva dai D’Alema: “Lo abbiamo ‘ereditato’ dai precedenti proprietari”, spiega il Presidente agli astanti, “e abbiamo deciso di lasciarlo, un po’ per la corrispondenza con la bellezza tutta umbra del paesaggio evocata dal nome, un po’ perché ci sono in  fondo le iniziali di ‘Massimo’ e ‘Linda’”) si distende dolcemente per una quindicina di ettari, un po’ meno della metà riservati al vigneto, con una produzione vitivinicola di circa 40 mila bottiglie all’anno e 350 olivi.

Uso pressoché esclusivo dell’energia solare. I vini prodotti sono quattro: tre rossi (“Sfide”, “Pinot nero” e “NarnOt”), oltre allo spumante rosato di cui si ragionava all’inizio, il “Nerosé”, risultato di uve di Pinot nero e metodo classico.

La zuppa di lenticchie presidenziale è buona, mangiata all’aperto in questa bella giornata di tarda estate ottobrina. Giunto al “clou” della sua fatica, Massimo D’Alema impiatta, decora con le scaglie di nero e irrora del suo moraiolo di cui va fiero, è contento degli elogi degli ospiti e non si scompone nemmeno quando io, facendo il bis, lo chiamo scherzosamente “chef”.

In giardino, m’imbatto in Carlo Carini, produttore di ottimi e premiati vini. “Lo sai?”, dice. “Quel rosé mi ha veramente impressionato. Non so come abbia fatto a venirglicosì buono”.

Però. Tanto amateur, forse, non sono.

 

 

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