Un mercato è la calda voce di tutti

da Vanni Capoccia
Il dibattito che si è aperto sul Mercato coperto di Perugia ha avuto il merito di aprire la scatola dei miei ricordi. Di quando bambino mia madre mi prendeva per mano dicendo: “Andamo nsu, che devo andà al mercato”.

Mercato allora era una parola ampia, inglobava via Mazzini, piazza Matteotti ed il Mercato coperto. Per me bambino un mondo incantato: i sensali che in via nova “spaccavano le mani” ai venditori e compratori di animali di grossa taglia. I venditori di stoffe di piazza Matteotti che con gesti antichi misuravano gli “scampoli” con il braccio o usando le misure scolpite sul muro del Tribunale. La “pesca all’alchermes” che la mamma mi comprava da una delle due donne che le vendevano all’ingresso del Mercato coperto.

Ma, soprattutto, era la voce che usciva dal lucernaio del mercato coperto, un brusio incessante dentro il quale c’immergevamo scendendo dalle scale. Quel brusio sintetizza in me ciò che deve essere un mercato: tante voci diverse che ne diventano una, un noi, un tutti noi. Organismo vivente, cuore pulsante dell’anima popolare di una città.

Mi è tornato in mente anche un convegno organizzato al Pavone da Italia Nostra alcuni anni fa, ”Uso, abuso e consumo dei centri storici. Il caso del Mercato coperto di Perugia”.

In quell’incontro Urbano Barelli, ora vicesindaco allora presidente di Italia Nostra Perugia, disse “non dobbiamo portare la periferia al Centro”. Intendendo per periferia il rapporto esclusivamente mercantile e senz’anima dei vari centri commerciali, per centro l’antica vocazione del mercato arricchito da nuove idee che ne esaltassero la funzione sociale e culturale.

Al termine di quell’incontro, con Primo Tenca scambiammo in Corso Vannucci le nostre impressioni con Raffaele Rossi. Ci parlò della partecipazione non come perdita di tempo, ma come fase importante del processo democratico. Ci disse che un mercato è un luogo della partecipazione per antonomasia, che qualunque decisione su di esso non poteva che venire dopo un precedente faticoso processo di ascolto e confronto d’idee e che, per questo, tra il pubblico avrebbe dovuto esserci qualche amministratore comunale.

Perché poi, che cos’è un mercato se non un luogo della partecipazione? Un luogo plurale dove le varie anime d’una città s’incontrano. Un luogo socialmente caldo dove ci si conosce e riconosce comunità, che giorno dopo giorno genera futuro in termini commerciali e di cittadinanza.

È per tale motivo che un progetto sul Mercato coperto di Perugia scodellato dall’alto non potrà che essere freddo, senz’anima e produrre poco o niente di buono. Correrà questo rischio perché non lo sentiremo nostro. E se un mercato non lo si sente proprio, se una volta là dentro non ci si riconosce nella faccia di chi ci sta accanto o di fronte. Se non sarà la calda casa di tutti mantenendo la sua funzione pubblica e se lì, oltre all’acquistare, non andremo a fare anche altro sarà destinato al fallimento sociale e difficilmente renderà dal punto di vista commerciale. Avrà un futuro incerto, perché non lo costruirà.

Perugia è il capoluogo della Regione Umbria. La sua città più popolosa. La più importante dal punto di vista culturale ed economico La Regione ha assicurato parecchi denari per il Mercato coperto di Perugia, siccome è già iniziata la campagna elettorale per il nuovo Consiglio regionale penso che i cittadini umbri abbiano il diritto di sapere dai candidati regionali come debba essere, secondo loro, dal punto di vista commerciale, sociale e culturale il Mercato Coperto di Perugia.

Che gli aspiranti Presidenti della Regione debbano dire se ha senso che soldi pubblici (anche quelli della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia sono soldi pubblici) vengano investiti in un progetto non partecipato, economicamente rischioso, privo di spessore sociale e culturale.

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