Riprendiamoci ciò che è nostro: espropriamo Basell

basellLettera aperta sulla vertenza del polo chimico ternano
(UJ.com3.0) TERNI – La storia è ormai nota a tutti. Nel mese di febbraio del 2010, malgrado un utile di bilancio di diversi milioni di euro, la multinazionale Basell decide la chiusura dell’impianto di Terni. Lo stabilimento è parte fondamentale del polo chimico ternano in quanto fornitore del materiale base per le altre produzioni; la sua chiusura innesca una reazione a catena, che sconvolge gli assetti determinatisi dopo lo “spacchettamento” della ex Polymer.

 Ad una ad una entrano in crisi tutte le aziende del polo chimico: la Meraklon, la cui vecchia proprietà è adesso sotto processo per associazione a delinquere, mentre i lavoratori, dopo mesi di cassa integrazione, rischiano il licenziamento; la Treofan, su cui pesa, come per Meraklon, la perdita dell’approvvigionamento di polipropilene da parte di Basell; la centrale elettrica della Edison, strettamente dipendente dalle attività delle aziende del polo chimico. Di questo passo il progetto di realizzare a Terni il polo della chimica verde potrebbe lasciare per sempre la nostra città.

 La chiusura di Basell ha messo a nudo il vero volto della svendita del patrimonio industriale italiano, di cui hanno beneficiato, sulla pelle dei lavoratori e delle loro famiglie, avventurieri ed opportunisti di ogni tipo, indisponibili a rischiare alcunché al di fuori dei posti di lavoro degli operai e pronti in ogni momento a fare le valigie. Al danno subito dai lavoratori si è aggiunta la beffa con cui il Tribunale di Terni, nel marzo scorso, ha dichiarato inammissibile la loro costituzione come parte civile nei confronti di Fiorletta, ex proprietario di Meraklon, e dei suoi collaboratori.

 Una situazione di fronte alla quale le Istituzioni si sono dimostrate impotenti quando, a ben vedere, impotenti non erano e non sono. Sono ormai tre anni che si è aperta la crisi della chimica ternana: una crisi che ruota, a detta di tutti, intorno all’impossibilità di disporre dei quaranta ettari all’interno del polo chimico di proprietà della Basell. Questa multinazionale, dimostratasi non solo indisponibile alla vendita delle proprie aree, ma persino al confronto con altri operatori economici e con le Istituzioni, sta di fatto tenendo sotto ricatto un intero territorio, ponendosi in manifesto contrasto con l’interesse collettivo e con l’articolo 41 della nostra Costituzione, secondo il quale la libera iniziativa privata “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

 Possiamo accettare che il lavoro, i diritti e la dignità di centinaia di persone e delle loro famiglie siano cancellati dall’arbitrio, dal profitto, dall’indifferenza delle multinazionali, persone giuridiche che la globalizzazione neoliberista fa prevalere sulle persone in carne ed ossa?

L’articolo 42 della Costituzione afferma che la proprietà privata può essere espropriata per motivi d’interesse generale. Una previsione, quella della nostra Carta Costituzionale, che va alla base della vertenza del polo chimico ternano, la cui positiva risoluzione è appunto motivo d’interesse generale, che solo può essere garantito assicurando l’acquisizione delle aree di proprietà della Basell ed il rilancio produttivo, economico ed occupazionale del Polo stesso. La vicenda dello Iutificio Centurini, occupato nel 1970 dai lavoratori ed espropriato su iniziativa dell’allora Sindaco di Terni, Dante Sotgiu, dimostra la percorribilità di questa via per rimediare alla condotta di società che, al pari della Basell oggi, si dimostrano totalmente disinteressate alle sorti delle produzioni e dei lavoratori.

Un’iniziativa unitaria delle forze vive del lavoro e della città è dunque possibile e necessaria; un’iniziativa che imponga a tutte le Istituzioni di svolgere il proprio ruolo e che costringa la multinazionale a liberare le aree di sua proprietà, permettendo alla nostra comunità di riappropriarsi di ciò che le spetta di diritto e di difendere quel bene comune che si chiama lavoro

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