TNT: ADESIONE MASSICCIA ALLO SCIOPERO IN UMBRIA

images(umbriajournal.com) PERUGIA – La Regione Umbria farà la sua parte, insieme alle Regioni più colpite dai tagli previsti nel piano di ristrutturazione annunciato da Tnt (854 licenziamenti in Italia), prima su tutte il Piemonte, per chiedere al ministero dello Sviluppo Economico di intervenire sulla multinazionale olandese e farla tornare sui suoi passi e, nel frattempo, di garantire al più presto la copertura della cassa integrazione in deroga per tutti i lavoratori coinvolti. A livello locale, la Regione si adopererà invece per individuare una copertura anche per i lavoratori dell’indotto, soprattutto su Terni. Sono gli impegni presi oggi, 2 luglio, dall’assessore regionale Vincenzo Riommi, che ha incontrato in mattinata una delegazione di lavoratori delle sedi Tnt di Perugia e Terni, insieme a rappresentanti della Filt Cgil e della Cgil dell’Umbria.

Prima dell’incontro, i lavoratori erano scesi nuovamente in sciopero, con adesioni massicce (oltre il 90%) sia a Terni che a Perugia, dando vita ad un presidio in Corso Vannucci nel capoluogo, sotto la sede della Regione, per testimoniare la propria rabbia e preoccupazione, anche a fronte dell’atteggiamento di chiusura di Tnt rispetto alle richieste dei lavoratori e dei sindacati di avviare, quantomeno, un vero confronto.
“Da un giorno all’altro, con una semplice comunicazione via mail ci troviamo senza il nostro posto di lavoro” ha commentato Riccardo Saccani, lavoratore della Tnt di Terni. Una situazione drammatica, che vede però compatti i lavoratori umbri, con quelli di Perugia (toccati in maniera meno pesante dal piano di ristrutturazione) schierati al fianco dei colleghi di Terni, una delle 24 sedi italiane destinate alla chiusura.

“Ora la palla passa nelle mani del governo nazionale – ha commentato Mario Bravi, segretario generale della Cgil dell’Umbria – perché questa è una vertenza di importanza strategica non solo per il numero enorme di posti di lavoro a rischio, ma perché il disimpegno di Tnt sarebbe l’ennesimo esempio dell’atteggiamento inaccettabile delle multinazionali che, anche in assenza di reali motivi di carattere economico, preferiscono spostare le loro attività all’estero, giocando sull’abbassamento del costo del lavoro e dei diritti”.

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