Perugia: l’economista Stefano Zamagni al Convegno pastorale sul rapporto lavoro che manca

pugni chiusiPer lungo tempo la scienza economica si è fondata su una visione antropologica ristretta: l’uomo è homo economicus. Oggi, con il complicarsi della dinamica sociale, politica ed economica, tale prospettiva appare superata. Tra i nuovi paradigmi, l’economia civile offre un modello di pensiero e di prassi economica che coniuga individuo e comunità, libertà e fraternità, mercati e vita civile, spirituale, gratuità e contratto. Economia cooperativa e non-profit, dono, gratuità, beni relazionali: questi i temi chiave dell’Economia civile, centrata sul soggetto agente non visto unicamente come individuo, ma come persona. Di questo abbiamo parlato con l’economista dell’Università di Bologna, professor Stefano Zamagni, ospite lo scorso 14 marzo a Perugia, nella sala dei Notari, al convegno su “Il lavoro che manca, il lavoro che cambia: attese dei giovani e delle famiglie”promosso dall’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro in collaborazione con la Pastorale giovanile diocesana in occasione del 25° anniversario della morte dell’arcivescovo Cesare Pagani.

 

Professor Zamagni, in che modo sta cambiando il lavoro e con quali strumenti  è possibile governare questa trasformazione?

Il lavoro manca perché il lavoro sta cambiando, e la società – in particolare chi dentro la società ha responsabilità politico-amministrative – non se ne sta rendendo conto adeguatamente e quindi non attua tutti quei provvedimenti che sarebbero possibili per creare opportunità di lavoro. Occorre essere chiari su questo punto. Molti pensano che il lavoro manchi perché ci siano cause oggettive o fatalità: questo non è vero. La causa sta nel fatto che noi ci ostiniamo a organizzare il processo lavorativo come se fossimo nella stagione precedente, quella cioè della società industriale, mentre oggi siamo nella società post-industriale. Se ragioniamo in questi termini, è facile trovare le vie di uscita, a due condizioni. La prima, dobbiamo renderci conto che il lavoro è fondativo della persona, della sua identità e dignità, e quindi non possiamo continuare a tenere in piedi una concezione materialistica del lavoro, secondo cui il lavoro serve solo a procurare potere di acquisto. La seconda, dobbiamo liberarci dalle vecchie idee e facciamo uno sforzo di interpretazione delle “res novae”, delle cose nuove, mandare al macero le vecchie categorie di pensiero e aprirsi al nuovo.

Come si lega la crisi del lavoro con la crisi della famiglia?

 

Una delle questioni oggi più acute è come armonizzare i tempi di lavoro e i tempi di vita familiare. Poiché non stiamo affrontando questo nodo, il risultato è che l’occupazione femminile cala, quindi la situazione economica generale peggiora, e quindi diminuisce anche la vitalità del mercato del lavoro, la capacità di creare nuova occupazione. Oggi armonizzare lavoro e famiglia è un modo non per accontentare le donne – come qualcuno dice – ma per creare nuove opportunità per tutti, e quindi far uscire la società delle secche attuali.

Che ruolo può avere il terzo settore, l’economia civile, nell’uscita dalla crisi del lavoro?

Il concetto di economia civile è una tradizione di pensiero tipicamente italiana, che ha raditi profonde e nasce già nel Settecento. L’economia civile è una prospettiva secondo la quale certi principi, come quello di reciprocità e del dono come gratuità, devono entrare nell’agire economico ordinario e non invece nell’attività collaterale – quella che si svolge il sabato e la domenica. La mentalità corrente ragiona invece nel modo seguente: il mercato ha le sue regole, l’economia ha le sue leggi che non possono essere toccate, e allora dobbiamo cercare di compensare i danni che questo modo di condurre l’economia crea, facendo volontariato, filantropia e beneficienza. Questo è un modo inaccettabile, che non funziona più e grida vendetta. La dottrina sociale della Chiesa ci ha insegnato, al contrario, che principi come fraternità, reciprocità, dono, devono entrare nell’economia dal lunedì al venerdì, non solo il sabato e la domenica. Credo sia chiaro il senso della metafora.

In che modo occorre oggi ripensare il welfare?

Il welfare state deve essere ripensato perché oggi non è più sostenibile. Occorre passare a una welfare society: questo non vuol dire rinunciare al welfare tout-court – come qualcuno in malafede dice – ma vuol dire comprendere che le esigenze del welfare, cioè del benessere, devono essere un impegno dell’intera società e non più solo dello Stato. Lo Stato è pur sempre una parte, seppure importantissima, della società, ma non in grado di contenerla interamente. Welfare society vuol dire trovare il modo di applicare il principio di sussidiarietà circolare, attraverso il quale le diverse componenti della società realizzano un rapporto di partenariato, così da determinare in modi efficienti ed efficaci la fornitura dei diversi servizi sociali.

Che cosa si aspetta dal nuovo pontefice, Papa Francesco, in termini di riflessione e di proposta sui temi economici e del lavoro?

Sono molto lieto dell’elezione al soglio pontificio del cardinal Bergoglio, ora Papa Francesco, perché ho avuto modo di conoscerlo e di frequentarlo a lungo, recandomi da molti anni in Argentina. Conosco la sua matrice culturale e soprattutto il suo carattere umano, e ritengo che possa contribuire meglio e più di ogni altro ad affrontare i nodi fondamentali, tra cui quello della vita economica e del lavoro. Papa Francesco ha una caratteristica che ha rivelato proprio scegliendo questo nome, un nome molto impegnativo. Francesco d’Assisi è una figura notevole di grande riformatore; proprio dal pensiero francescano è nata l’economia di mercato, le istituzioni economiche come le banche. Mi aspetto che Papa Francesco sviluppi la linea di riflessione già avviata dal Benedetto XVI con l’enciclica Caritas in Veritate e che la porti al suo massimo compimento.

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