Perugia, Congresso Cgil Umbria, Regione, Confindustria e Cgil a confronto

Tavola rotonda Cgil
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La presidente Marini al congresso della Cgil dell’Umbria: serve più e non meno concertazione

“In questi anni di egemonia conservatrice, dobbiamo rimettere al centro dell’agenda della politica la questione lavoro e sviluppo. Le politiche attive del lavoro devono camminare di pari passo con politiche di crescita. Non possiamo pensare che il lavoro si riattivi semplicemente con sgravi contributivi o con norme che favoriscono le assunzioni”. Così nel suo intervento al XII congresso della Cgil dell’Umbria, in corso di svolgimento a Foligno, la presidente della Regione Catiuscia Marini. La governatrice ha messo in evidenza, accanto alle grandi difficoltà che indubbiamente la regione sta attraversando (sono 2900 le imprese che utilizzano la cassa integrazione in deroga e 1400 quelle in cui ci sono lavoratori a zero ore), anche alcuni elementi di controtendenza: tra questi, ad esempio c’è il distretto dell’aerospazio, ma anche una serie di imprese manifatturiere che si sono concentrate su nuovi mercati, e che grazie ad export e internazionalizzazione sono riuscite a mantenere i livelli occupazionali. Per Marini, poi, in questa fase serve “più e non meno concertazione e più condivisione con le parti sociali”. Il tutto al fine di ricostruire lavoro. “Più lavoro – ha concluso la governatrice – vuol dire meno diseguaglianza. Più welfare vuol dire più giustizia sociale. Più innovazione vuol dire più opportunità per le giovani generazioni”.

Congresso Cgil Umbria: Lamonica, bisogna prendersi cura di questo paese

“L’Italia ha bisogno di investimenti pubblici, bisogna prendersi cura di questo paese: cura del suo assetto idrogeologico, del territorio, cura delle sue scuole e delle sue università”. Ad affermarlo è Vera Lamonica, segretaria nazionale della Cgil che partecipa ai lavori del congresso regionale della Cgil dell’Umbria, in corso di svolgimento a Foligno. “Solo con un’idea di investimenti si può creare lavoro –  afferma Lamonica – non con gli slogan e nemmeno con le regole. Serve la capacità di ricreare occasioni concrete di occupazione soprattutto per i giovani, visto che il vero dramma di questo paese è la questione giovanile. Abbiamo una delle percentuali più alte di disoccupazione giovanile e quando il lavoro c’è è in forme estremamente precarie. Noi stiamo uccidendo il futuro non di una, ma di due generazioni” conclude Lamonica.

Solidarietà e responsabilità: l’esempio dei lavoratori della Sangemini Fruit

Se la crisi della Sangemini, storica azienda delle acque minerali umbre, ha trovato uno sbocco, lo si deve in gran parte al senso di responsabilità e alla solidarietà dimostrata dai lavoratori che nel passaggio alla nuova proprietà (Norda) sono rimasti fuori. Si tratta di 34 persone, 12 dipendenti diretti di Sangemini e 24 della controllata Fruit, azienda che produce succhi di frutta. Il loro sacrificio è stato sottolineato con forza dalla Cgil, impegnata in questi giorni nel suo congresso regionale: “La soluzione della vertenza Sangemini – ha detto il segretario Mario Bravi, nella sua relazione – dimostra ancora una volta, ove ce ne fosse bisogno, il ruolo di contrattazione del sindacalismo confederale e la solidarietà vera nell’assunzione di responsabilità espressa dai lavoratori della Sangemini Fruit, ai quali dobbiamo dare una risposta”.Senza il loro consenso infatti la trattativa con Norda sarebbe saltata. “Abbiamo deciso di firmare pur sapendo di restare fuori dalla nuova società – spiega Stefano Mariantonini, delegato Flai Cgil della Fruit – altrimenti, il concordato sarebbe saltato per tutte e tre le aziende Sangemini, Fruit e Amerino (altra controllata del gruppo, ndr). Una scelta – prosegue il delegato – dettata dalla volontà di salvaguardare una realtà produttiva storica del territorio e un marchio fondamentale per l’Umbria”. Ora, l’impegno della Cgil, ma anche quello delle istituzioni, Regione in primis, è rivolto a trovare una nuova collocazione per questi lavoratori.

Tavola Rotonda: Cgil, Regione e Confindustria a confronto sul ruolo dell’investimento pubblico in Italia e in Umbria

Dopo il “jobs act”, quello che servirebbe all’Italia è un “industrial act”: dare vita cioè, sul serio e finalmente, ad un progetto di politica industriale di cui molti parlano, ma che nei fatti continua a latitare. Intorno a questo spunto, messo sul piatto dal giornalista Rai e moderatore Paolo Raffaelli, si è sviluppato il dibattito della tavola rotonda ospitata oggi, 28 marzo, dal congresso regionale della Cgil dell’Umbria in corso di svolgimento a Foligno e che ha visto confrontarsi Mario Bravi, segretario generale della Cgil dell’Umbria, Vincenzo Riommi, assessore regionale alle Attività Produttive, Marzio Cinti, presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Umbria e Vera Lamonica, segretario nazionale Cgil.

Ed è stata proprio Lamonica ad osservare che “quando si dice che siamo tutti d’accordo sulla necessità di una politica industriale per il paese si dice il falso. Titoli a parte, non siamo affatto d’accordo”. Per il segretario nazionale della Cgil, infatti, è impossibile ipotizzare un reale cambiamento se si mantiene un quadro di riferimento nel quale si nega sostanzialmente la possibilità di immettere risorse pubbliche nel sistema. “Con queste politiche europee non ce la facciamo – ha detto ancora Lamonica – se dal 2015 partiamo con il fiscal compact, che vuol dire 50 miliardi di euro all’anno che se ne vanno a saldo del debito, il paese va ancora di più in ginocchio, altro che politiche di sistema”.

Ma un’alternativa è possibile se si costruiscono alleanze credibili per imporla. E questo è anche l’obiettivo che si pone la Cgil in Umbria, dove, parlando di investimenti e risorse pubbliche il discorso approda inevitabilmente, alla proposta avanzata dal sindacato sul riconoscimento di Terni come area di crisi complessa, passaggio essenziale per recuperare appunto finanziamenti da investire nella ripresa e nell’innovazione del sistema industriale. Una proposta che però continua ad incontrare l’ostilità di Confindustria. “Non è con i soldi pubblici che si ricostruisce lavoro – afferma Marzio Cinti – ma con meno lacci per l’impresa, che nel nostro paese è affogata da oltre 14.000 norme che regolano la sua attività”. Per Cinti, “25 anni di intervento pubblico nell’economia hanno portato alla situazione attuale” e per questo è necessario invece percorrere altre vie, soprattutto “rendere più competitiva l’Umbria sotto il profilo dei costi energetici e del costo del lavoro”.

Diversa la posizione della Regione. “Se siamo d’accordo sul fatto che l’area di Terni e Narni sia oggetto di una crisi industriale complessa sulla quale è necessario intervenire – afferma l’assessore Riommi – allora dobbiamo vedere quali sono gli strumenti a disposizione nel nostro paese per farlo. E purtroppo, non c’è altro che il riconoscimento dell’area di crisi. Sarà uno strumento insufficiente – aggiunge Riommi – ma è quello che possiamo mettere in campo e per questo la Regione intende porre la questione nell’interesse del paese”.

Ma Cgil, insieme a Cisl e Uil, Confindustria e Regione dovrebbero agire insieme anche su altri fronti. Sono quelli posti dal segretario della Cgil umbra Bravi e contenuti nel Piano del Lavoro del sindacato, purtroppo finora rimasto inascoltato, come ha sottolineato lo stesso Bravi. “Al primo punto – afferma il segretario Cgil – mettiamo la necessità di un Patto per il Lavoro che attraverso l’attivazione di risorse importanti, quelle europee e quelle delle Fondazioni bancarie, porti alla creazione di nuova e buona occupazione nella nostra regione. Al secondo punto mettiamo la questione appalti – prosegue il segretario – sulla quale chiediamo un intervento legislativo della Regione per fermare la deregulation selvaggia che sta dilagando in Umbria. Infine – conclude Bravi – c’è una questione di civiltà che è anche strettamente legata al rilancio dei nostri centri storici: quella delle aperture indiscriminate degli esercizi commerciali nei giorni festivi. Crediamo che una terra come l’Umbria, caratterizzata anche per la sua altissima tradizione spirituale, debba intervenire per contrastare la commercializzazione del tempo libero. Pensiamo che su questo la Regione insieme alle parti sociali possa e debba intervenire”.

 

 

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