Cgil, Le insidie del “decreto del fare” e l’accordo alla Ipi di Pierantonio

ipi(umbriajournal.com) PIERANTONIO – Le misure varate dal governo nel cosiddetto “decreto del fare” in tema di sostegno all’occupazione non rappresentano la risposta che sarebbe stata necessaria ad un rilancio dell’economia e dello sviluppo del paese. Esse sono sostenute di fatto dalla filosofia che il paese non cresce per i troppi vincoli di un mercato del lavoro troppo statico (ricordate i lacci lacciuoli di berlusconiana memoria). Si continua a pensare che le imprese non assumono non perché c’è una grande contrazione del mercato (soprattutto quello interno), ma perché i lavoratori costano troppo, oppure non possono essere licenziati. Questa impostazione, che è stata il cavallo di battaglia delle destre neoliberiste e dei settori più conservatori delle associazioni datoriali negli ultimi venti anni, è miseramente fallita sul piano economico oltre ad aver provocato una deregolamentazione gigantesca delle regole che sovraintendevano il mercato del lavoro con un aumento esponenziale del precariato fra tutte le fasce di età (non solo fra i giovani) e una profonda riduzione della capacità competitiva del paese. A conforto di questo ragionamento vorrei citare alcuni fatti: guardiamo cosa è successo in Spagna, che dopo aver liberalizzato i contratti a termine per i giovani, ha visto aumentare la disoccupazione giovanile ben oltre il 50%; oppure in Italia dove lo smantellamento da parte del governo Monti dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, ovviamente, dopo un anno non ha creato neanche un posto di lavoro in più; e che dire dell’Umbria dove ad un tasso di precarietà superiore e un livello salariale inferiore alla media nazionale non è corrisposta una crescita né di PIL né di occupazione; di contro invece un accordo aziendale (è vero, un’esperienza piccola e limitata nel tempo) che abbiamo realizzato alla IPI di Pierantonio insieme alla Cisl in una realtà che grazie agli investimenti e ai mercati esteri oggi è in grado di competere non puntando sul basso salario o sulla compressione dei diritti dei lavoratori, ma addirittura riducendo l’orario individuale e aumentando la capacità produttiva dell’azienda, il salario e l’occupazione, dimostra che sono possibili e percorribili strade alternative.
Il governo in una fase come questa dovrebbe affrontare i nodi veri che sono causa della crisi, a partire dal crollo della domanda interna, causato a sua volta dall’acuirsi delle diseguaglianze tra le classi sociali. Dovrebbe reperire le risorse (perché le risorse da qualche parte ci sono) per sostenere politiche industriali che attraverso investimenti pubblici e privati possano invertire la tendenza (aree dove intervenire ce ne sono a iosa e non starò a rifare l’elenco).
Ma inoltre il decreto nasconde altre pericolosissime insidie, così come sottolinea il giurista Piergiovanni Alleva in una lettera aperta al segretario del PD, come le nuove norme sui contratti a termine a scadenza automatica e rinnovabile solo se il datore di lavoro lo vuole, di fatto conferisce uno strapotere contrattuale micidiale al datore di lavoro durante tutto lo svolgimento del rapporto, e mette di fatto fuori gioco lo Statuto del lavoratori ed ogni altra legge protettiva, che nessun lavoratore precario oserà più invocare per timore di un mancato rinnovo del contratto a termine. Se passerà la “Riforma Letta” (o Giovannini), aggiunge Alleva, tutte le nuove assunzioni saranno a termine, ed il precariato sarà la condizione normale dei lavoratori, privati di tutela e di dignità.
Nel rispetto della migliore tradizione democristiana il governo si appresta a “tirare a campare” che se è pur vero, come era solito dire un autorevole esponente di quelle fase, che è sempre meglio tirare a campare che tirare le cuoia, non sarà utile a far uscire il paese dalla crisi. Del resto, ci ripetono ogni giorno in maniera bipartisan che questo è il miglior governo possibile nella situazione data e tra un ritocco alle pensioni e un giro di vite sul mercato del lavoro ci si sta avviando a fare le cosiddette “scelte impopolari”. Ma perché mai bisognerebbe fare scelte impopolari se si parte dall’assunto che la crisi non la si vuol far pagare ai ceti popolari? Ho l’impressione che dietro alla facciata di questo governo ci sia un gigantesco imbroglio ancora una volta a scapito delle classi lavoratrici e dei pensionati e che alla fine a pagare saranno i soliti noti. La CGIL ha il compito di smascherare questo imbroglio e di organizzare la mobilitazione dei lavoratori e l’opposizione sociale contro questo governo.

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