Omicidio Polizzi, Riccardo Menenti, “Io non mi sono pentito di un… ho deciso di farmi giustizia da solo”

Tante intercettazioni, una lunga lista lunghissima dove sembra apparire chiaro l’intento omicida di Riccardo Polizzi. Le ha lette, una dietro l’altra, il pubblico ministero Antonella Duchini durante la sua requisitoria.

Dialoghi fatti con il figlio Valerio o con gli altri detenuti del carcere, dove spiega quello che successe in via Ettore Ricci. Ecco le intercettazioni lette in aula:

18 maggio – Riccardo: “Io non mi sono pentito di un cazzo. Io se me ce ritrovo lo faccio n’altra volta”. “Ho deciso di farmi giustizia da solo, per questo sono andata a casa del Polizzi e della Torsi”. E’ questa dunque la ragione che avrebbe spinto Riccardo Menenti ad agire: per pura e semplice vendetta. Una sete senza remore di cui, come afferma il pm in aula, Tiziana, moglie del presunto assassino, e Valerio sapevano. Ed è proprio per questo che l’intera famiglia Menenti avrebbe mentito, affermando che il padre quella tragica notte dell’omicidio si trovava solo nel casale di Todi. Una menzogna portata avanti con l’intento di creare un alibi al padre.

9 marzo – in carcere Riccardo afferma, parlando con un concellino: “Ci sono andato io, è la realtà. Io sfido chiunque a mettersi al mio posto, vedere il figlio agonizzante che sembra morto”. Nella stessa conversazione dice al detenuto “Io ho fatto quello che ho fatto. Non è il fatto della soddisfazione è che a un certo punto vai fuori di testa te vogliono ammazza il figlio”.

10 maggio – E’ sempre Riccardo a parlare “Qui tutti quanti se son messi nei panni nostri e tutti quanti avrebbero fatto esattamente la stessa cosa, vedi che ti ammazza il figlio e purtroppo se cdi con le persone sbagliate”. “ce l’abbiamo messa tutta per cercà de…e va bhé ormai quello che è stato è stato”.

11 maggio – In questo caso tentano di giustificare il drammatico gesto: “L’alternativa quale cazzo era? Che aspettavamo che te davano un colpo in testa e che eri orto? Questa era l’alternativa?”. “C’è una parola Ricca’ sopravvivenza” dice Valerio al padre confortandone la condotta.

30 aprile – E’ sempre il padre ad affermare in cella: “Si, si Valè sul serio, io tanto quello che dovevo fa grazie a Dio l’ho fatto” Valerio non si sconvolge, rimane impassibile. Non dice una parola sull’accaduto

Il 20 maggio – Ancora Riccardo Menenti, ma questa volta a un compagno di carcere: “Alla fine è una storia semplice perché questi un altro po’ ammazzavano il mi figlio e io so entrato e ho fatto quello che ho fatto. Punto. Non è che ce vole tanto”

Primo maggio – Sempre Riccardo, ma al figlio: “Quello la prossima volta te faceva morì. Toccava vende tutto e andassene. Noi purtroppo abbiamo sbagliato”.

11 maggio – Paragone del padre con il duplice omicidio di Cenerente: “Quelli stavano a casa loro e l’hanno ammazzati, non avevano fatto niente de male. A noi ce so venuti a rompe i coglioni a casa”.

18 maggio: Riccardo: “Io non mi sono pentito di un cazzo. Io se me ce ritrovo lo faccio n’altra volta”. “Ho deciso di farmi giustizia da solo, per questo sono andata a casa del Polizzi e della Torsi”. E’ questa dunque la ragione che avrebbe spinto Riccardo Menenti ad agire: per pura e semplice vendetta. Una sete senza remore di cui, come afferma il pm in aula, Tiziana, madre dell’imputato, e Valerio sapevano. Ed è proprio per questo che l’intera famiglia Menenti avrebbe mentito, affermando che il padre quella tragica notte dell’omicidio si trovava solo nel casale di Todi. Una menzogna portata avanti con l’intento di creare un alibi al padre.

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