Narcotraffico e droga in Umbria: no al “bavaglio”

spaccio-droga-perugiadi Norma Ferrara
Perugia capitale della droga. Averlo scritto ha creato “allarme sociale”? Sei anni dopo possiamo dire senza timore di essere smentiti: è stato soltanto giornalismo. Secondo la ricerca “La droga in Umbria” pubblicata dalla Regione Umbria e da Libera, l’Umbria ha un tasso di morti per overdose quattro volte superiore alla media nazionale. Un dato che isolato però non racconta tutta la verità sull’emergenza droghe in regione. Come spiegano, infatti, i curatori del corposo, coraggioso e trasparente lavoro di analisi del fenomeno, “Perugia è capitale della droga” soltanto se si guardano i dati nazionali. Potrebbe non esserlo se si riuscisse a dimostrare l’altra faccia della medaglia: un sistema disomogeneo di rilevazione dei morti per overdose nel Paese. Questo “con molta probabilità” può aver alterato la classifica annuale redatta dai servizi centrali antidroga che posiziona l’Umbria in cima, per decessi causati dalle sostanze stupefacenti, in relazione al numero di abitanti (circa 25 persone annualmente).

Quello appena descritto è solo uno dei meriti del lavoro presentato lo scorso 30 aprile a Perugia insieme al presidente di Libera, Don Luigi Ciotti, alla presidente della Regione, Catiuscia Marini e con l’intervento introduttivo del sindaco di Perugia, Wladimiro Boccali. All’interno molte altre “novità”: l’appassionato lavoro fatto negli anni dalle unità di strada e dal dipartimento regionale sociosanitario, il lavoro d’inchiesta dei giornalisti Fabrizio Ricci (curatore del volume) e Matteo Tacconi, una interessante rivelazione sul “marketing” dei mercanti di droga a cura del giornalista Antioco Fois e alcune ricerche universitarie. Un dossier che è uno spartiacque – come detto durante la presentazione – uno strumento per continuare ad interrogarsi sul fenomeno a livello regionale, come ha chiarito anche la presidente Marini (“non abbiamo risposte – ha aggiunto – vanno cercate insieme e va fatta prevalere nuovamente la dimensione del sociale su quella del penale”). Torniamo a parlarne, alcuni giorni dopo la cronaca della presentazione, per un’altra ragione.

La presidente della Regione, il primo cittadino di Perugia e persino il prefetto Antonio Reppucci, nei loro interventi spiegano di non aver gradito il modo in cui la stampa nazionale si è occupata del racconto di una “Perugia in emergenza droga”(ad onor del vero in tre sole occasioni nell’arco di decenni: una trasmissione televisiva e due articoli sulla carta stampata). Non solo. Hanno “ammonito” la stampa locale rea di aver “enfatizzato” i dati del traffico di droga e usato in maniera strumentale l’emergenza sicurezza. Facciamo un passo indietro, dunque.

Libera Informazione opera in Umbria dal 2008 e ha messo in evidenza l’aggressione criminale al territorio da parte della rete dei trafficanti di droga e di esseri umani, dei clan mafiosi, provando a dare voce alla società civile che chiedeva maggiore informazione da parte della stampa, attenzione delle amministrazioni pubbliche e delle forze dell’ordine. La Regione Umbria, con una Commissione d’inchiesta regionale, progetti nelle scuole, incontri pubblici, un Osservatorio Antimafia animato dalle associazioni, ha mostrato di saper stare al passo con questa richiesta che veniva “dal basso”.

Così come – racconta anche il sindaco durante la presentazione del dossier – “sono stati presi provvedimenti per migliorare la vita del centro storico perugino, riappropriandosi degli spazi, togliendoli ai criminali-trafficanti di droga”. Libera Informazione ha chiesto però, sin dal primo giorno, un impegno maggiore alla stampa regionale che – all’epoca – trattava in maniera isolata casi di cronaca che meritavano una lettura complessiva organica. E questa risposta è arrivata. Aver raccontato sulle colonne dei quotidiani locali dello spaccio di droga nella città, delle lotte fra bande criminali, della diffusione della tossicodipendenza cercando di fornire un quadro complessivo, è stato soltanto giornalismo. I cronisti (non sempre i loro direttori o i direttori editoriali) di fronte a fatti come la sparatoria nel salotto buono della città, il famoso “8 maggio”, hanno applicato le regole del mestiere.

A loro, con tutti i loro limiti e le loro fragilità, i loro errori, va reso merito di non aver ammorbidito la penna pensando di “infangare” il buon nome della città, di non aver ceduto all’autocensura raccogliendo nelle cronache l’opinione dei cittadini, di non aver avuto timore di “disturbare” l’azione di chi amministra (che non ha – fra l’altro – su di sé tutte le responsabilità che vanno invece ripartite nelle diverse articolazioni dello Stato su un territorio). Alcuni giornalisti hanno fatto il mestiere mettendo nero su bianco una informazione parziale o strumentale.

Altri, hanno esercitato il dubbio, interrogato l’amministrazione locale, posto domande alle conferenze stampa, chiesto informazioni a chi indaga il fenomeno. Sapevano, questi ultimi, che per poter raccontare serve capire, un percorso che mette in conto il rischio di sbagliare l’interpretazione dei dati e del fenomeno, di doversi fidare delle fonti consultate, stretti fra precariato giornalistico e conflitti d’interesse delle loro testate di riferimento. Una critica lucida al mondo dell’informazione dovrebbe tradursi per gli amministratori locali in un maggiore sostegno agli operatori del mondo del giornalismo, in un dialogo aperto e sereno: unica vera chiave per arrivare all’opinione pubblica con una “giusta” informazione.

La presentazione del dossier “La droga in Umbria” è un passo in questa direzione che con intelligenza le amministrazioni in Umbria hanno compiuto. Serve però recuperare, e non solo in questa regione, una più alta cultura del ruolo dell’informazione nel nostro Paese, primo concreto passo per migliorarla e riformarla. Chiudiamo su un dato. La situazione dell’ illegalità in Umbria è certamente meno grave che in altre regioni ma davanti a questa osservazione ricordiamo le parole del compianto procuratore Nicola Maria Pace in forza nel 2002 alla procura di Trieste che ad un giornalista che chiedeva se quella città fosse un’isola felice, rispose: “Se uno dice che qui si sta bene, che è una cittadina tranquilla è un ottimista.

E l’ottimismo fa bene, aiuta a vivere meglio. Se lo dice un procuratore della Repubblica significa che è un cretino. Perché vuol dire che non ha visto tutto quello che c’è di sommerso. La microcriminalità, che è quella che più colpisce la gente, è obiettivamente al di sotto della media nazionale, è una città ultra presidiata dalle forze dell’ordine, che si avvale di un assetto sociale estremamente positivo nei confronti dell’ordine pubblico. Un posto facile per chi fa il mio mestiere. Se qui accade una rapina e il rapinatore è stato intravisto dopo cinque minuti qualcuno si fionda e me lo dice.

Ma fino a quando non so cosa passa per il porto, dove un giorno si un giorno no, si intercettano quintali di droga devo dire che Trieste ha dei suoi problemi specifici molto grossi […]. L’intervista continua proprio con un invito a raccontare, a conoscere, a tenere alta l’attenzione: parole rivolte alla città di Trieste che risuonano chiare anche per Perugia e l’Umbria.

Perché – come aveva capito il procuratore Pace – i fatti, anche quelli positivi o quelli invisibili ad occhio nudo – non possono rimanere nella testa o nelle mani di chi detiene il potere o l’ordine pubblico. Il giornalista, non abusando del suo ruolo, muovendosi soltanto dentro le regole del mestiere, ha il dovere di traghettarli verso l’opinione pubblica che – se correttamente informata – può fare molto nell’amministrazione di una città e fare da argine contro l’avanzata di mafie, illegalità, corruzione, narcotraffico e la più diffusa violazione dei diritti umani.

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