Morte Antonio Perrella, niente Parkour, solo tragica fatalità

Morte Antonio Perrella, niente Parkour, solo tragica fatalità
Tragedia a Bastia, i carabinieri sul posto

BASTIA UMBRA – Subito dopo la morte di Antonio Perrella, il 15enne ucciso da un palo di sostengo della rete, si è cominciato a parlare con fora di “Parkour” a Bastia Umbra. Il PK, disciplina cittadina nata in Francia agli inizi degli anni ‘90, non c’entra niente. La morte, al di là delle considerazioni e degli accertamenti che sono in corso e che dovranno essere ancora essere fatti, è stata una tragica fatalità. Un incidente mortale, che certo si sarebbe potuto evitare, ma che ha avuto dalla sua una perfida e maledetta sfortuna. Quel palo non è certo piantato per reggere il peso di qualcuno che sale sulla rete, ma solo per sostenere questa che serve per bloccare i palloni “alti” di chi gioca a calcetto.

Antonio Perrella

Un palo che non ha retto al peso dei due ragazzi che erano saliti sopra. Antonio, da quanto si apprende, non era neanche troppo in alto, non più di un metro e mezzo. Il suo amico era più su, ma più distante dal palo stesso. Quando il pilone di metallo ha cominciato a cedere, colui che era più in alto si è gettato e l’erba ne ha attutito la caduta. Per la giovane vittima, invece, una sorte maligna. Sarebbero bastati 4 o 5 centimetri fuori dall’asse e ora non staremmo qui a raccontare di questa tragedia.

Proprio il fatto di essere più in basso, probabilmente, ha impedito a Perrella di potersi mettere in salvo, magari rotolandosi sul fianco e il palo gli è rovinato addosso.

Chi deve indagare, intanto, fa il suo lavoro e non è escluso che, come atto dovuto, nei prossimi giorni possa arrivare un avviso di garanzia in Comune. Di certo non perché il palo era piazzato male (ricordiamo che stava lì solo per sostenere la rete e non per fare arrampicate), ma proprio come itinerario procedurale che, in questi casi, la giustizia segue.  Di chi si arrampica sul tetto del PalGiontella si vocifera da tempo. Come pure chi abita in quella zona dice che i giovani – molto giovani – spesso sono ubriachi. Ma, lo ribadiamo, per il Parkour le premesse sono decisamente altre.

Il parkour trae ispirazione dal metodo naturale di Georges Hébert, ufficiale di marina francese, che nei primi anni del novecento sviluppò un particolare metodo di allenamento per l’addestramento delle truppe, definito Hébertismo, il cui motto è «Essere forti per essere utili». Il principio alla base del metodo hérbertiano è che il miglior modo per allenare un uomo è farlo esercitare nei movimenti naturali che sa fare, in situazioni che la natura gli presenta e gli richiede.
Il passaggio da tale pratica di allenamento al parkour è dovuta a David Belle, figlio di un pompiere addestrato proprio con il metodo di Hebert, che fin da giovane sperimenta percorsi e tracciati. Da adulto egli intraprende una carriera militare, che lo porta a vincere numerosi trofei nei “percorsi del combattente” e a maturare esperienze che si rifletteranno poi nella nascita del movimento. Alla carriera militare segue il mestiere di pompiere, che David è costretto ad abbandonare per via di un infortunio al polso. Ancora innamorato del movimento, in quel periodo Belle unisce le sue esperienze agli insegnamenti dell’hérbertismo in una vera filosofia e fonda così il Parkour, che risulterà più funzionale degli stessi addestramenti militari precedenti. David non è il solo fondatore della disciplina, in cui viene affiancato da varie personalità tra cui il gruppo degli Yamakasi, fondatori dell’Art du déplacement e Sebastien Foucan, ambasciatore delFreeRunning.

La diffusione del parkour avvenne in primo luogo tramite passaparola, ricevendo in seguito l’attenzione di internet: da diversi anni, infatti, il principale mezzo di diffusione del Parkour è stata la rete, grazie ai numerosi video caricati su YouTube e siti affini, che contribuiscono all’ulteriore diffusione e conoscenza di questa pratica. Proprio alcuni di questi video, però, tendono a diffondere una immagine fuorviante del parkour, poiché contengono spezzoni di allenamento e movimenti superflui che tendono a scontrarsi con l’idea di percorso continuo teorizzata da Belle. Attualmente il parkour vive una svolta commerciale: le sue tecniche sono utilizzate e rielaborate in diversi film, pubblicità, e video musicali.

Ora, se avete dato uno sguardo al filmato, potrete ben capire che di PK sopra al tetto del PalaGiontella non si può certo parlare e di certo non c’entra nulla la disciplina sportiva con quanto è accaduto. Lo ripetiamo, al di là del fatto che lassù non si doveva salire, la morte è stata una triste e maligna sfortuna.

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