Giorno di sangue, Perugia un territorio in difficoltà tra reati e insicurezza

la paura del crimine è molto più alta rispetto al numero dei reati effettuati

Giorno di sangue, Perugia un territorio in difficoltà tra reati e insicurezza

di Marcello Migliosi e Morena Zingales – Giorno di sangue, Perugia un territorio in difficoltà tra reati e insicurezza «Uno è uscito da una casa e aveva un coltellaccio di quelli da cucina ed è andato a bussare alla porta della abitazione di un’altra persona, entrambi nordafricani, entrambi parlavano, agitati, nella loro lingua». Queste scene si ripetono ogni giorno e la tensione è palpabile. Poco dopo l’accoltellamento un transessuale – se tale si può chiamare -, alto un paio di metri, nero e magrissimo, è uscito urlando da un’autovettura per infilarsi in casa rapidamente. La testimonianza arriva direttamente da un commerciante della zona. «Litigano continuamente tra di loro – racconta – e, si scannano a vicenda. E Ponte Felcino sta lì incredula. I residenti, quei pochi rimasti, ogni santo giorno li vedono passare. Su e giù per la via. Chi ha coltelli in mano, chi ha droga. E un continuo via vai. Sono sempre gli stessi che vivono nelle case “scomode” del centro del paese, la zona vecchia per intenderci. Non lavora nessuno – aggiunge -, non fanno nulla, vivono di droga e di spaccio. Alcuni di loro hanno anche moglie e figli».

Ponte Felcino, oggi alle 13 dopo l’accoltellamento era un paese fantasma. Siamo riusciti a parlare con una signora, straniera anche lei. Era spaventatissima, aveva con sé una bimba piccolissima: “Ho avuto tanta paura – ha detto – appena ho sentito le urla e ho capito che si stavano prendendo a coltellate, sono scappata in casa portando via subito la bambina”.

«Ponte Felicino sembra quasi un ghetto – racconta il nostro confidente -, dove a comandare sono solo loro. Gli umbri veri, quelli sono quasi tutti scappati. Sono pochi quelli che hanno il coraggio di  rimanere perché la situazione è diventata insostenibile». Il racconto del commerciante è accorato e rimarca quanto l’intero paese sia oramai invivibile. Il degrado e la deriva sociale sono davanti agli occhi di tutti: «Si vede benissimo, non ci vuole tanta esperienza per capire».

Vivono in case prese in affitto, i proprietari si sono accomodati meglio in altri luoghi e l’unica maniera per fare soldi e quella di darle agli stranieri. «L’affitto lo pagano – ha detto il commerciante -, non vedo facce nuove, sono sempre gli stessi da tanto tempo. E’ continuo, giorno e notte, si ha paura ad uscire, paura di incontrarli nel momento sbagliato, e poi non sai mai quando è il momento, come quello di oggi durante la Santa Messa prima di mezzogiorno, il momento in cui la zona è più frequentata. Non hanno interesse dove, come o quando, se è arrivato il momento regolano i loro conti, un po’ come nel far west, ma quelli erano film».

Secondo il commerciante, basterebbe un occhio in più. La situazione è talmente visibile che non si capisce come mai, nessuno fa nulla. Sempre il commerciante: «Mi viene un dubbio, ma che tipo di interesse ci possa essere in tutto questo? La cosa è talmente evidente che lo capiscono anche i bambini. Vivo qui da anni e questa zona è diventata un ghetto, e si modifica in peggio, giorno dopo giorno».

Le Forze dell’ordine passano spesso e non possono non vedere, non sapere e non sentire: «Non capisco – ha aggiunto il residente – che tipo di meccanismo ci sia, mi sembra che non ci sia la volontà di risolvere il problema. Non possiamo dire che siamo abbandonati, le forze dell’ordine ci sono tutti i giorni, ma non intervengono, la situazione non migliora e questo e la cosa che dispiace di più. Se succede un episodio violento allora arrivano e fanno il loro dovere».

E’ desolante tutto questo. Il commerciante vive a Ponte Felcino da oltre cinquant’anni. L’apertura di un bar nella zona per fortuna ha ridato vita al paese che via via stava morendo. E’ una situazione invivibile e quei pochi italiani che ci sono scappano via e non tornano più.

E’ un ghetto quello che l’indifferenza al problema sta costruendo. Secondo il commerciante la responsabilità è delle amministrazioni che si sono succedute nel tempo e di coloro che affittano le case a queste persone.  Desolato conclude: «Se loro faranno restare questi personaggi, questo posto non sarà più vivibile per le persone normali, questa è la realtà dei fatti e più tempo passa, più risolvere sarà difficile». Razzismo, xenofobia, intolleranza? No, niente di tutto questo, solo e semplicemente, paura della criminalità Ponte Felcino vive, di fatto sulla sua pelle – ma non è la sola zona di Perugia – il problema della sicurezza urbana. Una questione che, più genericamente, ha polarizzato, nel corso di questi ultimi anni, l’attenzione della politica e di conseguenza dei programmi di governo. Andando, anche di conseguenza ai fatti e alle programmazioni messe in campo, a costituire focus attivi per i media. A volte si parla dell’aumentata percezione ai delitti. La risposta da parte delle forze dell’ordine c’è ed è evidente, forse proprio questo fa vedere un fenomeno dai contorni più forti. Ma è anche vero che, di fronte a due accoltellamenti avvenuti nel giro di pochissime ore e a distanza di qualche chilometro, il pestaggio di quel giovane dell’altra notte, non si può né si deve rimanere inerti.

Serve fare di più! Sono certamente degenerate le modalità con cui vengono effettuati i reati contro la persona. Caratterizzati sempre più spesso da spietatezza e violenza che trovano cassa di risonanza sui media anche di carattere socio aggregativo. Come detto, la sensazione d’insicurezza è certamente legata ai livelli di criminalità o devianza delle aree cittadine del nostro Paese e Perugia non è immune da questa “patologia”. Si vive sull’effetto di una interiorizzazione delle paure che poi genera indicatori di tensione non ignorabili. E chiaro che, seppure interessata dal fenomeno, Perugia non è flagellata come altre realtà suburbane dell’Italia, ma resta comunque un comune molto vasto e per questo non facilmente governabile sotto diversi punti di vista. A questo si aggiunga la conseguenze della crisi economica mondiale, le difficoltà finanziarie che ne sono scaturite, il deterioramento sociopolitico, l’insicurezza del posto di lavoro, la povertà incombente sul ceto medio basso, il grave problema occupazionale, la labilità di valori fondamentali, l’arrivo di persone da territori lontani e anche di religioni diverse. Tutto questo aumenta la sensazione d’insicurezza che è anche e certamente legata ai livelli di criminalità o devianza che si manifestano.

A questo, ancora, secondo uno studio del 2014, va aggiunto che la sensazione di insicurezza è legata anche ad indicatori di tensione secondari, generati dal deterioramento ambientale sul cui sfondo si snoda la nostra esistenza. Tra questi ne elenchiamo alcuni: il degrado edilizio, il costante danneggiamento dell’arredo urbano, lo scempio graffitaro sui muri delle case e su qualsiasi superficie sfruttabile, l’illuminazione insufficiente, la mancanza di telecamere di sorveglianza, la mancanza di manutenzione delle strade primarie e secondarie e dei luoghi pubblici, la presenza diffusa della prostituzione e la presenza di gruppi di extracomunitari o nomadi che importunano chiedendo con insistenza elemosina o il lavaggio dei vetri delle autovetture ai semafori. Si tratta di reati che alcuni criminologi definiscono “soft crimes” cioè reati morbidi che sono tuttavia da considerare veri e propri atti di inciviltà che segnalano lo scadimento di un ordine sociale, cui fa riscontro la paura diffusa dei cittadini di rimanere vittime di eventi capaci di mettere a rischio l’incolumità personale o l’integrità dei propri beni.

Molte indagini sociologiche, annotiamo infine, hanno dimostrato che la paura del crimine è molto più alta rispetto al numero dei reati effettuati.


[/su_document]

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*