Unipegaso

Federico Centrone ex procuratore aggiunto indigna turpe solidarietà all’aggressore

il problema sicurezza esiste anche nella piccola Perugia

Federico Centrone ex procuratore aggiunto indigna turpe solidarietà
Ex procuratore aggiunto di Perugia, Federico Centrone

Federico Centrone ex procuratore aggiunto indigna turpe solidarietà

dal Profilo Facebook di Federico Centrone
Ex Procuratore aggiunto Perugia
PERUGIA – Indigna la turpe, sconsiderata  solidarietà data da tanti su Facebook al vile aggressore dei due valentissimi  miei ex colleghi Umberto Rana e Francesca Altrui , impegnati nel quanto mai delicato settore della giustizia fallimentare, sicuramente bersaglio per loro decisioni non bene accette.

A dimostrazione del clima di “benevolenza” dominante nei confronti dei magistrati.
Non conosco, ovviamente, i fatti di causa. Ci sarebbe tuttavia da interrogarsi sul perché degli innumerevoli fallimenti nel nostro paese, che ne rendono sempre più problematica la gestione da parte dei giudici, con carichi di lavoro paurosi e normative sempre più farraginose e di difficile applicazione.
Per capire le dimensioni attuali del disastro produttivo italiano bisogna considerare che nel nostro Paese complessivamente, nel primo trimestre di quest’anno, sono fallite in media 47 imprese al giorno, circa 2 ogni ora.
Sabati, domeniche e festività incluse. Giorno e notte. Malgrado il ripiegamento del fenomeno va sottolineato come il numero dei fallimenti registrati risulti decisamente più elevato rispetto al 2009, quando la crisi strutturale dell’eurozona esplose.
LA RISPOSTA HA RISVOLTI POLITICI
E qui la risposta non può che avere risvolti politici e non la si può certo individuare in comportamenti dolosi, omissivi o anche solo colposi di pochi magistrati che devono assicurare le loro decisioni nel rispetto delle procedure. Il trend positivo registrato in questi ultimi anni, sottolineato con soddisfazione dai governanti, trova invece giustificazione solo nel sorgere di un minor numero di imprese o di “arditi” desiderosi di intraprendere attività economiche nonostante gli intralci burocratici e le esosità del Fisco.
La giustizia civile, con oltre 5 milioni di cause pendenti negli uffici giudiziari italiani, è allo sfacelo totale. Impossibile amministrarla in modo accettabile da parte di chiunque.
Non c’è riforma codicistica che tenga, figurarsi quelle, fatte, rifatte, riviste, rielaborate, modificate, in materia di procedura civile. E anche qui c’è da chiedersi il perché di tanta diffusa litigiosità, record negativo in tutta Europa. Neppure questo mi pare possa ricadere, salvo rare eccezioni, sulle spalle dei giudici.
I due o più contendenti di ogni causa agiscono nella convinzione, ognuno, che la ragione sia dalla loro parte. E chiunque riesca ad averla penserà ad una giustizia che, seppure in ritardo di anni, ha fatto il proprio dovere. Il soccombente, nella maggior parte dei casi, sarà invece di contrario avviso e scaricherà sul giudicante tutta la propria avversione…

Due milioni e mezzo di litiganti, insoddisfatti, avranno da lagnarsi di chi la giustizia amministra, contestandone l’operato. Un mio vecchio Presidente mi diceva, celiando, “Se la tua decisione scontenta tutti e due, vuol dire che hai giudicato bene… “.

La visione di uno Stato “sans ni juges ni gendarmes” è d’altra parte utopica; ma non irraggiungibile, con un minimo di buona volontà,  dovrebbe essere  il traguardo verso una società senza troppo accentuati squilibri sociali, con leggi ponderate, giuste e comprensibili, con rapporti interpersonali di pacifica convivenza, senza demonizzazione del prossimo, in particolare dell’avversario politico.

Non rappresenterebbe, questa, la premessa per un più ordinato svolgersi della vita civile, senza il continuo ricorso alle aule dei tribunali?  Che è poi la condizione imprescindibile perché anche la commissione di fatti delittuosi possa attenuarsi.
Il problema sicurezza. Quanto a suo tempo accaduto a Milano dimostra che ciò, a maggior ragione, potrebbe accadere nelle sedi di minori dimensioni dove controlli, ispezioni, presenza di  forza pubblica sono molto più carenti, se non addirittura assenti. E’ il caso della nostra città di Perugia.
Ci si dimentica dell’attentato incendiario fatto nella sede della ex Pretura, via Baglioni, in quell’epoca sede isolata dei giudici del lavoro; dell’aggressione fatto all’ex collega Giuliano Mignini, anche qui da persona armata di coltello, subito fuori della sede dell’ex Procura Circondariale in piazza Michelotti.

Forse la memoria è corta e i fatti sono passati nel dimenticatoio, soprattutto per volere di chi nulla intendeva fare per prevenire simili accadimenti.

E che oggi deplora, ostenta sdegno, versa lacrime.  Qui le responsabilità non vanno ricercate troppo lontano.   E’ ben vero che le aggressioni  possono essere compiute anche al di fuori dei luoghi di lavoro, che espressioni minatorie e insulti possono arrivare a destinazione dove meno ci si aspetta (io stesso, a suo tempo, l’ho sperimentato a mio danno), ma ben più grave è che ciò possa avvenire proprio nei luoghi dove la giustizia viene amministrata.

Anziché costruire un unico palazzo di giustizia, decentrato, si sono voluti mantenere uffici giudiziari sparsi qua e là, per  garantire  la sopravvivenza all’acropoli ed al centro storico. Certamente un disagio per tutti e minor possibilità di controllare, con gli opportuni apparati e con minor impiego d risorse umane, un’unica via di accesso.

Ma tant’è. Se ne parlava già e non lo si volle fare allora (trentacinque anni fa, quando presi servizio alla Procura della Repubblica), non lo si vuole fare oggi.  La storia si ripete?

 

Print Friendly, PDF & Email

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*