Unipegaso

Detenuto italiano di 30 anni si impicca al carcere di Spoleto

Il suicidio di tre detenuti in pochi giorni è semplicemente allarmante

Carcere Perugia, detenuto straniero insulta e minaccia medico poi aggredisce poliziotto

Detenuto italiano di 30 anni si impicca al carcere di Spoleto

SPOLETO – Arriva la notizia di un nuovo suicidio, sabato scorso, di un detenuto in un carcere italiano, a poche ore dalla notizia di analoghe morti nelle carceri di Ferrara e Avellino. Si tratta di un detenuto di 30 anni, pluripregiudicato, in custodia cautelare dal 8 maggio 2017 per furto  aggravato,  tossicodipendente seguito dal Sert anche all’interno del carcere. E’ stato ritrovato impiccato alle grate della finestra dall’Agente di Polizia Penitenziaria di servizio alle 1.40 circa della notte del 15 luglio e nonostante il tempestivo intervento del personale di Polizia Penitenziaria e del medico di turno che ha provato a rianimarlo, ma non c’è stato nulla da fare. 

A quanto risulta non ha lasciato lettere o biglietti e non aveva dato segni di squilibri. Il personale di Polizia Penitenziaria di Spoleto è riuscito a salvare negli ultimi anni vari detenuti che avevano tentato il suicidio; questa volta non ci sono riusciti, ma nulla toglie al continuo impegno del Personale per assicurare l’ordine e sicurezza all’interno dell’istituto ed alla professionalità ineccepibile nell’affrontare i molteplici eventi critici che inevitabilmente avvengono”. A dare la notizia è Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l‘Umbria del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE.

Interviene, da Roma, anche il segretario generale del SAPPE, Donato Capece: “Il suicidio di tre detenuti in pochi giorni è semplicemente allarmante. Un detenuto che si toglie la vita in carcere è una sconfitta dello Stato e dell’intera comunità. Il suicidio costituisce solo un aspetto di quella più ampia e complessa crisi di identità che il carcere determina, alterando i rapporti e le relazioni, disgregando le prospettive esistenziali, affievolendo progetti e speranze. La via più netta e radicale per eliminare tutti questi disagi sarebbe quella di un ripensamento complessivo della funzione della pena e, al suo interno, del ruolo del carcere. 

Questo nuovo drammatico suicidio di un altro detenuto evidenzia come i problemi sociali e umani permangono, eccome!, nei penitenziari, lasciando isolato il personale di Polizia Penitenziaria (che purtroppo non ha potuto impedire il grave evento) a gestire queste situazioni di emergenza. Il suicidio è spesso la causa più comune di morte nelle carceri. Gli istituti penitenziari hanno l’obbligo di preservare la salute e la sicurezza dei detenuti, e l’Italia è certamente all’avanguardia per quanto concerne la normativa finalizzata a prevenire questi gravi eventi critici.

Ma il suicidio di un detenuto rappresenta un forte agente stressogeno per il personale di polizia e per gli altri detenuti. Per queste ragioni un programma di prevenzione del suicidio e l’organizzazione di un servizio d’intervento efficace sono misure utili non solo per i detenuti ma anche per l’intero istituto dove questi vengono implementati.

E’ proprio in questo contesto che viene affrontato il problema della prevenzione del suicidio nel nostro Paese. Ma ciò non impedisce, purtroppo, che vi siano ristretti che scelgano liberamente di togliersi la vita durante la detenzione”.

Negli ultimi negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 21mila tentati suicidi ed impedito che quasi 168mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze”, conclude il leader nazionale del primo Sindacato del Corpo. “Il dato oggettivo è che la situazione nelle carceri resta allarmante. Altro che emergenza superata!”

Print Friendly, PDF & Email

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*