Moonlilght il film di Barry Jenkins domani sera al Frontone Cinema all’aperto [VIDEO]

Moonlight racconta l'infanzia, l'adolescenza e l'età adulta di Chiron, un ragazzo di colore cresciuto nei sobborghi difficili di Miami

Moonlilght film di Barry Jenkins domani sera al Frontone Cinema all’aperto

Moonlilght il film di Barry Jenkins domani sera al Frontone Cinema all’aperto

INTERPRETI

Moonlilght, film vincitore di tre premi Oscar, sarà domani sera – sabato 24 giugno 2017 al Frontone Cinema, alle ore 21,30 (biglietteria dalle 20,30 in poi).

Diretto e sceneggiato dal regista Barry Jenkins, “Moonlight” è tratto da una storia di Tarrell Alvin McCraney e rivela il percorso di formazione di Chiron, nero e gay, attraverso due decenni della sua vita a Miami. A interpretare il protagonista Chiron, che in “Moonlight” vive le tre diverse fasi della sua vita (infanzia, adolescenza, età adulta), sono tre attori differenti. Chiron a dieci anni è interpretato da Alex R. HibbertAshton Sanders veste invece i panni del protagonista a sedici anni, mentre Trevante Rhodes, interpreta un Chiron ormai adulto. Nel cast anche Mahershala Ali, che è Juan, lo spacciatore che diventa l’angelo custode del protagonista, e Janelle Monáe, nei panni di Teresa, la sua fidanzata.

Moonlight: trama

Moonlight racconta l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Chiron, un ragazzo di colore cresciuto nei sobborghi difficili di Miami, che cerca faticosamente di trovare il suo posto del mondo. Un film intimo e poetico sull’identità, la famiglia, l’amicizia e l’amore, animato dall’interpretazione corale di un meraviglioso cast di attori.

In una bella scena di Moonlight (e non sono poi moltissime), il giovane protagonista Little si confronta con i due adulti che l’hanno accolto e quasi adottato, mentre la madre si fa di crack sul divano di casa.

Che vuol dire frocio?”, chiede. “Ma io sono gay?,” rincara, ascoltata la spiegazione, “come faccio a saperlo?”. “Lo saprai quando sarà il momento tu lo sappia,” gli viene risposto.
Al di là del (pur esemplare) didascalismo del dialogo – qui riportato in forma sintetica e semplificata – la questione del film di Barry Jenkins sta tutta lì: è identitaria. Pone domande come chi siamo, quali sono i comportamenti che ci definiscono, quali gli stereotipi che ci imprigionano.

Perché, racconta il film, una madre può non essere una madre, e uno spacciatore può essere il più amorevole e protettivo dei padri. Perché essere gay non impone come modello comportamentale di sfilare a ogni Pride in tanga, piume e autoreggenti, ed essere un maschio nero nell’America periferica e degradata di oggi non deve necessariamente dover rispecchiare l’immaginario machista e gangsteristico.

In mezzo a questo fuoco incrociato, Little (o Chiron, o Black, o qualsiasi altro nome deciderà di indossare come una pelle nuova, per inaugurare una fase nuova della vita) rimane schiacciato, interdetto, interrotto. La sua ricerca svuotata di senso, destinata ad approdi provvisori e precari, come quello della tenerezza di un caldo abbraccio che non pare davvero esaustiva e soddisfacente.

Curioso come un film che vorrebbe spingere a rifiutare i ruoli imposti dall’esterno (dagli altri, dalla società, dai media), a rigettare le etichette, accumuli al suo interno dosi elevatissime di luoghi comuni cinematografici: dallo spacciatore buono – interpretato dal bravo Mahershala Ali, il Remy di House of Cards – al modo in cui è raccontato il bullismo nelle scuole e il turbamento legato alla scoperta di sé, fino alla parabola riservata al personaggio di Kevin.

Dramma in tre atti

Per la storia di Chiron, giovane afro-americano soprannominato prima Little e poi Black, Jenkins opta per una struttura letteralmente tripartita, raccontando tre periodi della vita del ragazzo, cresciuto in condizioni non facili e in qualche modo destinato a vivere una vita non proprio onesta. Con un tocco delicato, a tratti poetico (il titolo si riferisce a un aneddoto raccontato da Juan, figura “paterna” presente nel primo capitolo), il regista segue il suo protagonista attraverso tre fasi di vita e altrettanti interpreti – Jaden Piner nell’infanzia, Jharrel Jerome nell’adolescenza e André Holland (visto in The Knick) nell’età adulta – per costruire un Bildungsroman in salsa black che segue strade familiari ma con un’onestà emotiva che va dritta al cuore. Verosimile (soprattutto a livello linguistico, anche se i sottotitoli non rendono l’idea) e al contempo velatamente onirico, Moonlight è quindi quel tipo di cinema piccolo capace di grandi cose, uno spaccato sociale che mostra una realtà ben precisa ma va oltre la fruizione da parte di una sola fascia di pubblico. Colpisce soprattutto la magnifica tripla performance centrale, abilmente supportata da due comprimari di lusso come Naomie Harris e Mahershala Ali (le serie tv House of Cards, Luke Cage) e destinata a far parlare di sé durante la stagione dei premi. Ma a farla da padrone è anche un altro personaggio fondamentale, la città di Miami, qui mostrata – a volte letteralmente – sotto una nuova luce, lontana dagli eccessi colorati di Scarface o dalla freddezza clinica del televisivo Nip/Tuck. Tutto questo al servizio di un sorprendente, tenero e straziante romanzo di formazione che conferma la vitalità del nuovo cinema afroamericano.

La morale di Moonlight, messa in bocca proprio a Kevin nel finale, è più che ovvia: è addirittura scontata. Ma evidentemente, se si parla di neri e di gay, e del combinato esplosivo del film, ci si deve accontentare.

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