Omelia Cardinale Bassetti,” Non permettete mai a nessuno di rubarvi la fede…”

Presidenza Cei, Cardinale Gualtiero Bassetti il primo dei tre, Papa deciderà
Gualtiero BASSETTI

Fratelli e sorelle, ricordiamo stasera, il santo patrono Ercolano, vescovo e difensore della città di Perugia, martirizzato, secondo la tradizione, accanto alle antiche mura etrusche, che egli aveva difeso dalle violenze dei Goti che assalirono la città, la assediarono per più anni e la conquistarono per tradimento nel 547.

Gli antichi martirologi pongono il dies natalis, cioè la morte per decapitazione, il 7 novembre. La città ricorda da secoli la data del 1° marzo, giorno della solenne traslazione delle reliquie dalla cattedrale di San Lorenzo, ove erano state trasferite precedentemente, a questa chiesa costruita in suo onore nel luogo del martirio. Nel 1764, i resti mortali furono portati di nuovo in cattedrale e deposti sotto l’altare maggiore: nel luogo più alto e più sacro di tutta l’antica città di Perugia.

Anche liturgia di questa Seconda Domenica di Quaresima ci porta spiritualmente su due monti, considerati oggi tra i luoghi più sacri di tutta la Terra Santa. Il Monte Moria e il Monte Tabor.

È sul Moria che salì Abramo, portando con sé il figlio Isacco per offrirlo in olocausto al Signore Iddio. È sul Monte Tabor che è salito Gesù per manifestare la sua gloria ad un gruppo di discepoli spauriti, ai quali aveva annunciato che il Figlio dell’uomo avrebbe dovuto soffrire molto, esser messo a morte, per risorgere al terzo giorno.

Il Moria e il Tabor propongono due scene simili, ma con trame opposte. Abramo sale per sacrificare il figlio Isacco, l’unico figlio che ha, e che deve uccidere per volere di Dio. Egli ha paura, ma soprattutto fede. Sa infatti che il Signore Iddio può risuscitare dai morti. La tristezza e l’angoscia di Abramo terminano all’apparire dell’Angelo – per la Bibbia rappresenta Dio stesso – che gli ferma la mano e gli promette una grande eredità, perché non ha esitato a sacrificare l’unico figlio. Abramo passa dallo sgomento e alla gioia grande. All’inverso, sul Monte Tabor i discepoli passano dall’estasi della gloria del loro Signore, splendente nelle sue vesti, in mezzo a Mosé ed Elia, all’angoscia di quanto sta per venire una volta scesi dal Monte ed entrati a Gerusalemme, ove sono diretti.

Il martirio per la Bibbia non è un atto eroico da ricercare ad ogni costo. È invece il gesto supremo di amore, che può scaturire soltanto da un cuore reso forte della fede nel Dio della vita. Ed è quello che accade anche oggi a tanti cristiani in molte parti del mondo.

Così il nostro vescovo e martire Ercolano, affrontò il martirio non per eroica baldanza, ma soltanto per amore del suo popolo, del quale è stato pastore e difensore. Ancor oggi Ercolano, patrono dello Studium Perusinum e della Città, ha molto da dire ad entrambe queste nostre carissime istituzioni.

Io non so che visione potesse avere un vescovo, pastore come lui, sul VI secolo, ma come tale non poteva ignorare i segni dei tempi, e non poteva non avvertire l’abisso culturale tra due visioni della vita e della storia: da una parte la religione del dominio, dall’altra la religione del martirio. Da una parte il mito della forza che condanna i deboli: bambini, anziani, malati al loro tragico destino, dall’altra l’audacia creativa della carità che, dopo il martirio, costituiva il secondo scandalo per chi era ancora pagano.

Anche per Ercolano il problema cruciale era lo stesso che abbiamo noi: come fare del Vangelo il lievito di una nuova storia? Forse pensiamo che la nostra epoca sia totalmente altra da quella di Ercolano.

In realtà non mancavano le stesse sfide alla fede dei credenti, le sfide del benessere fine a se stesso, dell’avere e del piacere: idolatrie che partoriscono indifferenza nei confronti del Dio vero. Ben a ragione scrisse il grande teologo protestante Karl Barth: “Quando il cielo si svuota di Dio, la terra si riempie di idoli”. E lo sappiamo bene: gli idoli sono sempre ammalianti.

Pensiamo alla figura di Gesù Cristo oggi, forse non messa in discussione come dalle eresie del VI secolo, ma semplicemente misconosciuta, ignorata nel suo mistero di Figlio di Dio, unico salvatore del mondo; e talora dagli stessi battezzati.

Pensiamo alla riduzione del Vangelo ad opinione: una delle tante proposte etiche poste sul mercato. Pensiamo ai tentativi di reclusione della fede in sacrestia; un esempio per tutti: la totale inadempienza degli Enti pubblici verso le scuole paritarie di orientamento cattolico. La solitudine in cui si trovano a vivere tante famiglie, trascurate dalle Istituzioni. Continua così a consumarsi quel penoso divario tra fede e cultura, tra Vangelo e modo di pensare e di agire nel mondo.

Ecco dunque la domanda seria, il problema dei problemi: come fare a superare il drammatico divorzio tra fede e vita? Come far sì che la fede di Ercolano diventi cultura e continui ad alimentare la nostra vita?

Mi rivolgo ai cristiani, naturalmente, e dico loro: non permettete mai a nessuno di rubarvi la fede: la fede è un tesoro irrinunciabile, che ha necessità di ritrovare il suo habitat nel vivo di una comunità fervida e credente. Oggi la fede, e non mancano i tanti martiri, ha bisogno di testimonianze cristiane granitiche e coerenti.

Tanto per esemplificare, penso alla prima cellula in cui la fede dovrebbe diventare vita: la famiglia. Eppure già in essa vi sono spesso crepe o crisi irreparabili. Come può il Vangelo diventare sale della terra, principio dinamico di onestà nella politica, nell’economia, nel mondo del lavoro, nella scuola, in tutte le componenti del vivere sociale, se già in famiglia viene censurato e perde visibilità?

Cari fratelli e sorelle, mi aspetto molto dal cammino della nostra Chiesa nei prossimi mesi: la nostra Assemblea Diocesana a settembre, che successivamente illustrerò; il Sinodo sulla famiglia, vera intuizione di grazia, del nostro Santo Padre Francesco.

Il mio compito, con lo svolgimento della visita pastorale, sarà quello di discernere i segni indicatori del futuro, per mettere a frutto i talenti della Chiesa di San Costanzo e Sant’Ercolano. Ma pure su di voi e su tutto il popolo di Dio ricade l’impegno di ascoltare nella fede e capire, ciò che il Signore ci chiede!

I problemi della nostra Chiesa sono seri. Per questo, la nostra missione è grande: siamo chiamati a servire Dio nella terra di Costanzo ed Ercolano. Maria, Madre della Grazia ci dia conforto e sostenga la nostra speranza. Amen!

+ Gualtiero Card. Bassetti
Arcivescovo metropolita di Perugia-Città della Pieve

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