ECONOMIA lettera aperta di Marco Caprai, presidente di Confagricolura Perugia, in merito ai depuratori di Bettona e Marsciano

<p>(UJ.com) PERUGIA - Voglio prendere spunto dalla vicenda giudiziaria che vede nella attuale chiusura dei depuratori di <b>Bettona e Marsciano</b> il suo epilogo e che senza una soluzione transitoria trascinerà ciò che resta della suinicoltura e dell'allevamento in Umbria alla chiusura per asfissia.<br />A fronte di questo rischio per il comparto agricolo regionale voglio fornire alcuni spunti su cui ragionare, come quale è il modello di allevamento da incentivare e a quali implicazioni si andrebbe incontro con la chiusura del settore oltre alla sicura perdita dei posti di lavoro e dei livelli di sicurezza alimentare che come cittadini pretendiamo che ci siano garantiti in Umbria e in Italia (basti pensare che dall'allevamento e quindi dall'alimentazione sono passate solo negli ultimi ultimi dieci anni tre delle più grandi crisi delle economie occidentali: BSE bovini, SARS polli e ora il virus dei suini e che anche grazie alla nostra capacità produttiva nazionale hanno interessato solo marginalmente il nostro paese).<br /><br />Entrando quindi nel merito dobbiamo premettere che la qualità mal si sposa con i grandi numeri e che la concentrazione intensiva di numerose stalle in 2 soli impianti di trattamento è stato un grande errore di scelte compiute più di 20 anni fa e oggi <b>superate</b> dai fatti e dalla tecnologia. <br />Allo stesso modo l'aver cercato di integrare tali scelte con metodi propri dell'agricoltura estensiva non è servito a risolvere i problemi ma anzi si è rilevato una cura peggiore del male per gli effetti sul territorio. <br />Dobbiamo quindi porci due obiettivi, uno per il breve periodo, ovvero mettere in sicurezza l'esistente permettendo la gestione temporanea degli effluenti zootecnici che nel frattempo continuano ad essere prodotti dagli animali in stalla e che si devono eliminare attraverso un ciclo di stabilizzazione adeguato. Il secondo di carattere strategico che superi l'attuale emergenza e nel medio lungo periodo fornisca soluzioni collaudate e razionali per<br /><br />Il ritorno alla normalità che potrà avvenire solo incentivando la ristrutturazione del settore su due modelli. Il primo: stalle di <b>dimensioni</b> medio-grandi e grandi, moderne e razionali con un circuito chiuso della filiera dei reflui gestito anche in maniera consortile che deve completarsi con impianti di biodigestione e trattamento calibrati sulle capacità delle stalle, nonchè attraverso i quali poter integrare il reddito della parte agricola con la produzone di energia (in Germania ce ne sono 14.000, tra Lombardia, Veneto e Trentino circa 50, in Umbria 1 e non può trattare i reflui zootecnici).<br />Il secondo: modello attraverso lo sviluppo di quelle che sono le vere potenzialità della agricoltura biologica o organica per cui nelle diverse produzioni bio oggette di contributo vanno integrati gli attuali incentivi con l'obbligo di avere all'interno della filiera una stalla ovviamente bio che oltre a produrre carni di maggior qualità e valore richieste dal mercato sia parte di un ragionamento più complesso fornendo allo stesso circuito il concime organico necessario al suo mantenimento in equilibrio, ovvero quello che una volta si chiamava letame e che è alla basa di una vera agricoltura biologica, organica o biodinamica che. là dir si voglia, anche qui integrando laddove possibile l'attività di allevamento con piccoli impianti di produzione energetica. <br /><br />Per far questo le risorse ci sono, purché si ripensi il PSR in maniera corretta, ovvero imprenditoriale restituendogli la vera mission strategica di cui è portatore di favorire lo sviluppo rurale e la sostenibilità economica dei territori agricoli, combattendo lo spopolamento delle <b>campagne</b> ed il loro lento degrado e partecipando quindi ad un corretto riequilibrio tra l'agricoltura intensiva e quella estensiva in particolare favorendo quest'ultima tipica delle aree marginali e più deboli.<br /><br />Tutto questo si scontra purtroppo con diverse lobby, da quella dei contributi che preferisce una politica senza strategie, dalla distribuizione di denari diffusa e senza vincoli, a quella della cementificazione che preferisce la chiusura delle stalle per una ulteriore <b>espansione</b> edificatoria specie in prossimità delle cinte urbane sempre più espanse e in competizione con il sussistere dello stesso settore primario al quale sottraggono continuamente terra pregiata e possibilità di sviluppo, ed infine con la lobby verde neoconservatrice che vede per l'agricoltura un futuro fatto solo di nicchie, farmer market lontano dai collegamenti con i mercati senza capire che se non si produce per il mercato "di nicchia" si muore. <br /><br />Queste sono le possibilità ed entrambe possono esser ambientalmente ed economicamente sostenibili, bisogna accompagnare questo <b>cambio culturale</b> che deve avvenire anche riformando il sistema dei controlli oggi inefficiente e lacunoso che cancelli le sovrapposizioni e i conflitti di competenza. <br />Basti solo pensare che sulla tutela dell'ambiente sono preposti ai controlli ben prima della magistratura: polizie e agenzie di ogni ordine e grado oltre alle ASL e non ultimi i tanti livelli della filiera politica burocratica amministrativa con competenze sull'ambiente spesso e purtroppo scisse da quelle in agricoltura che hanno ulteriormente contribuito a determinare le conseguenze che oggi leggiamo sui giornali.<br /><br />Contemperare quindi le esigenze dell'ambiente e della produzione agricola non solo si può ma si deve ed è compito delle rappresentanze politiche proporre soluzioni magari rimettendo al centro lo studio del problema, copiando, modificando o integrando soluzioni già <b>sperimentate</b> di successo in altre realtà e attraverso le quali dare nuova forza al settore che mantiene in se forti valenze ecomomiche, di sicurezza alimentare, ambienteli, di lavoro, di produzioni tipiche, turistiche culturali ed energetiche.<br />Sono quindi in chiusura a chiedere di realizzare finalmente un piano per l'allevamento in Umbria che manca da ben più di 15 anni e attraverso questo si pongano le basi per far rinascere una cultura della produzione primaria che non può prescidere da un sistema di produzioni zootecniche che attualmente vuoi per fastidio, ideologia, marginalità è stato lasciato nel dimenticatoio e che si possa tornare alla cultura della produzione e dello sviluppo in equlibrio con l'ambiente e non attraverso il mezzo dell'ambiente produrre nuova speculazione e impoverimento per la nostra regione.</p>
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