Umbria Jazz, Stefano Bollani e Orchestra di Santa Cecilia al Santa Giuliana

Stefano Bolani con Orchestra Santa Cecilia (8)di Marcello Migiosi
foto di Milena Wieczorek

A Parigi, nel secondo dopoguerra, si ritrovano vicini di casa due americani: Jerry fa il pittore, Adam suona il piano. Il duo, rinforzato da Henri, un cantante francese grande amico di Jerry, esegue alcuni numeri nel caffè sottostante. Henri confessa felice all’amico di aver incontrato la donna della sua vita e di essere sul punto di sposarsi…”An american in Paris” (Un americano a Parigi), vero e proprio poema sinfonico di George Gershwin, nelle “mani” sapienti dell’Orchestra Santa Cecilia ha fatto scorrere, davanti agli occhi del popolo delle notti di Santa Giuliana, anche le immagini del musical della Metro Goldwyn Mayer realizzato nel 1951. Umbria Jazz 2013, dopo l’evento storico della Reunion di Corea e Hancock, ha aperto la penultima serata all’Arena, con un altro grande esperimento all’aperto. L’imponenza della sinfonia dell’Orchestra del Santa Cecilia di Roma insieme a quello che, a pieno diritto, e’ da considerare il pianista piu’ versatile e multifunzione” del mondo, Stefano Bollani.

E gia’ dalla prima opera, con tutti i suoi movimenti, si e’ capito che l’organizzazione di Umbria Jazz, non solo aveva realizzato un altro miracolo artistico (leggasi Carlo Pagnotta), ma di prodigio si e’ anche trattato dal punto di vista tecnico. Sul “main stage” sono stati sistemati i 98 musicisti dell’Orchestra del Santa Cecilia di Roma, collocando i professori – diretti da John Fiore – su quattro livelli (80, 60, 40 centimetri e a terra) e cablando 56 microfoni con circa 5 chilometri di cavi Reference Lab  bilanciati. Per evitare al massimo le interferenze e restituire al pubblico dell’Arena un’atmosfera da teatro, sono state utilizzate luci senza ventilazione a motore, di quelle impiegate per le riprese cinematografiche..

In ambito classico Stefano Bolllani ha già collaborato con con orchestre sinfoniche come la Gewandhaus di Lipsia, la Royal Liverpool Philarmonic, Santa Cecilia di Roma, la Filarmonica del Regio di Torino, la Verdi di Milano con direttori come James Conlon, Jan Latham-Koenig (con cui ha inciso il Concert Champetre di Poulenc per l’ etichetta inglese AVIE records), Clark Rundell e soprattutto Riccardo Chailly, con il quale a Lipsia ha inciso Rapsodia in blu e Concerto in fa di Gershwin in un disco uscito nel settembre 2010 per la Decca Italia ed entrato nelle classifiche generali (Disco d’ oro, piu’di 55.000 copie vendute solo in Italia), e “Sound’s of the’30s” appena uscito.

L’ultima volta, qualche anno fa, Bollani e Orchestra non ci aveva affatto impressionati, anzi era apparso piuttosto “acerbo” per esperimenti di questo genere. Questa sera, invece, il Bollani che abbiamo sentito e visto è in grado assolutamente di rileggere pagine classicheggianti, sinfoniche e jazz e soprattutto di tenere il palco con estrema disinvoltura ed efficacia con una grande orchestra sinfonica.

In scaletta il concerto in Sol di Ravel, poi il preludio “fugue and Riffs” di Bernstein e, sempre di Gershiwin “Variazioni per piano solo” e “Rapsody in blue” con al clarinetto il maestro Alessandro Carbonare.

 

Il “Concerto in sol” di Maurice Ravel, forse il più misterioso tra tutti i compositori: inutile tentare di rintracciare nella sua musica un dettaglio che riveli umori e fatti privati del creatore di tanti capolavori assoluti e di adamantina perfezione. Ascoltando il suo spumeggiante e pirotecnico Concerto in sol, sembrerebbe impossibile che proprio durante la sua composizione a Ravel fu diagnosticata una malattia cerebrale che lo portò alla morte nel giro di nemmeno dieci anni. La malinconia affiora eventualmente nel dolcissimo “Adagio assai” centrale, ma nel primo e nel terzo movimento è tutto un vorticoso rincorrersi tra il piano e l’orchestra in un circo di ritmi e colori profumati dalle suggestioni del jazz, scoperto negli Stati Uniti durante un viaggio compiuto qualche anno prima dall’autore del celeberrimo “Boléro”. Bollani è riuscito ad offrire al pubblico una magistrale performance pianistica. Seppur sempre con quella sua aria un po’ “scanzonata” ha fornito una prestazione estremamente  seria riuscendo a trasformare anche la penultima serata in un vero e proprio evento. Non c’è che dire Umbria  Jazz i suoi “primi quarant’anni”, sotto la sapiente guida di Carlo Pagnotta, li ha festeggiati davvero bene.

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