Ivo Batocco e la “Rotta della speranza”, al museo della Porziuncola a Santa Maria degli Angeli

Tema complesso, memoria ineludibile e necessaria è la storia dell’emigrazione italiana: quella che dal 1861 al 1985 fa registrare circa 29 milioni di partenze di italiani e sammarinesi.
La storia della presenza e della dispersione degli italiani nel mondo ha radici antiche e ragioni non esclusivamente economiche, ma solo dal 1852 (anno in cui a Genova si costituisce la Compagnia Transatlantica per la navigazione a vapore con le Americhe) assume i connotati del tutto nuovi di fuga di massa da un’Italia rurale poverissima e arretrata.

Quasi un esodo che tra il 1876 ed il 1900 coinvolge dapprima le regioni settentrionali (con particolare riguardo a Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Piemonte) per poi estendersi nei due decenni successivi prevalentemente al meridione (Calabria, Campania, Puglia e Sicilia).

[box type=”warning” ]L’ultima tappa espositiva è quella in programma in Assisi al Museo della Porziuncola (14 settembre – 16 novembre 2014) promossa dalla Curia Generale dei Frati Minori (OFM) e dall’Opera della Porziuncola con il patrocinio della Regione Umbria e della città di Assisi.[/box]

Si stima che solo nel periodo 1876-1915 partirono circa 14 milioni di cittadini (con una punta nel 1913 di oltre 870.000 partenze). Un dato impressionante se si calcola che nel 1900 l’Italia aveva circa 33,5 milioni di abitanti.

Accanto a quella che è definita la grande emigrazione orientata in larga parte verso le Americhe (tra la fine del XIX sec. e gli anni Trenta del XX sec.) prende corpo fin dall’immediato dopoguerra quella europea che intesa dai migranti italiani prevalentemente quale emigrazione temporanea si rivolge in particolare verso Francia, Svizzera, Belgio e Germania.

Il Protocollo Italo-Belga firmato il 23 giugno 1946 se da un lato consente all’Italia di avere energia per la ricostruzione sotto forma di carbone, dall’altro prevede il trasferimento di 50.000 italiani nelle miniere del Belgio.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, come afferma Anna Morelli dell’Università Libera di Bruxelles -ULB (cfr. video “Dallo zolfo al carbone” di Luca Vallo, 2008), a lavorare nelle miniere erano i prigionieri di guerra. Terminato il conflitto bellico le compagnie minerarie stimolarono il Governo belga a cercare manodopera a basso costo che, dopo gli insuccessi in Belgio, fu infine trovata in Italia.

Queste massicce partenze davano ad un’Italia povera, stremata dalle visionarie smanie di grandezza del dittatore fascista, non solo il carbone ma anche stabilità interna attraverso l’uscita pianificata dei giovani disoccupati: era infatti un modo pratico per evitare pericolosi conflitti sociali e sollevazioni popolari.

I lavoratori italiani che venivano accettati dopo le visite mediche non potevano mutare il loro contratto nei primi cinque anni: o si lavorava in miniera e nelle cave o si era costretti ad accettare il rimpatrio. Arrivati in Belgio nel primo periodo furono alloggiati nei campi di prigionia con le baracche in lamiera per anni senza alcuna possibilità di ricongiungimento familiare. Dopo cinque anni di miniera trovare un lavoro altrove come in fabbrica era difficilissimo perché i giovani erano spesso già minati nella loro salute, e in miniera si cominciava a lavorare di nascosto anche a 11, 12 13 anni.

Una migrazione di tali proporzioni, capace di creare un’altra Italia fuori dai propri confini, fu così estesa e capillare da coinvolgere nella medesima esperienza tanta parte del popolo italiano e sammarinese.

Per tali motivi la partenza con valigie di cartone con poca misera roba, il pianto delle madri quando non delle mogli, il doloroso distacco dalla propria terra, le molteplici storie individuali di ricerca della felicità sono frammenti di memoria ormai collettiva che coinvolgono direttamente innumerevoli famiglie tra le quali anche quella del pittore Ivo Batocco: l’Autore della mostra.

Dopo aver affrontato, con quella padronanza della tecnica che gli è propria i temi del francescanesimo (grazie anche ad importanti committenze dell’Ordine dei Frati Minori – OFM) Ivo Batocco si è accostato al popolo dei senza storia: i clochard.

Da qui (con la mostra Le vie della solitudine. Umanità senza traccia del 2008) era quasi naturale che Egli si spostasse a scandagliare l’emigrazione italiana avendo quale elemento comune la povertà seppure con esiti e accenti totalmente diversi.

“Matisse avait [scrive per il catalogo di questa mostra a Grenoble Michel Destot: Député de l’Isère – Maire de Grenoble] ô combien raison quand il disait ‘Il faut que la peinture serve à autre chose qu’à la peinture’. Ivo Batocco l’a bien compris lui qui a mis son art au service de la compréhension par le plus grand nombre des phénomènes d’émigration italienne au travers de cette magnifique exposition”.

Per la stesura delle opere della mostra Batocco utilizza la forza della sua pittura figurativa fatta di strati di colore sovrapposti qui accentuata da evidenti, ricercati contrasti luminosi e non rinuncia ad esprimere sui fondi di molte delle tele il ricordo dei cromatismi maturato nel dinamico periodo della ricerca materica creando in molti casi un’efficace quanto opportuna decontestualizzazione di scene di storie individuali che ormai appartengono ad un vissuto più vasto: alla storia del popolo italiano e sammarinese.

Le trentatre opere (a cui si aggiungono le chine e i disegni) sono state realizzate da Ivo Batocco in più anni a partire dal 2009 dopo aver eseguito una paziente ricerca preparatoria sui materiali (testi, foto, video e film) attinenti l’emigrazione italiana. La serie di opere tocca vari aspetti: dal viaggio dopo il distacco, carico di paure ma anche di speranze, si passa al tema del lavoro che talvolta oltre la salute sottrae anche la vita; infine è il rapporto epistolare che sgorga spesso da un tormentato sentimento con chi è rimasto in Italia, talvolta una madre altre volte una moglie alla quale è negato il ricongiungimento familiare.

Le opere in mostra narrano dunque del lungo viaggio della speranza, della macerante nostalgia di chi parte ma anche della promessa di una nuova vita. Raccontano dell’angosciante povertà e della speranza in un futuro nuovo, di un possibile riscatto sociale e del coraggio di affrontare con pochi mezzi linguistici, culturali ed economici società ben più complesse del mondo spesso arcaico che si lasciava.

A tal proposito scrive Claude Frisoni (Directeur Génèral – Centre Culturel de Rencontre Abbaye de Neumünster) per la presentazione di questa mostra nella città di Luxembourg (25 luglio 2013):
“On ne dira jamais assez les souffrances de ces millions d’hommes et de femmes, ni ce que leurs sacrifices ont apporté à leurs pays d’accueil comme à leur pays d’origine. On ne le dira jamais assez mais Ivo Batocco parvient à le faire sentir, avec tendresse, délicatesse et force. C’est aujourd’hui un peintre de la ‘renaissance’, car il réussit à ressusciter, à faire renaître ces êtres de chair et de force qui ont si largement contribué à notre prospérité. Il y a dans les visages et les corps de ses personnages autant la douleur du partir que la fureur du construire. Un peu de résignation mais jamais de renoncement et au fond des yeux la volonté farouche de tenir. L’espérance indéfectible d’un avenir meilleur, conquis à force de travail et de foi”.

Una storia di successo è quella degli italiani all’estero così come ha sapientemente ricordato Francesco Neri (Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura in Lussemburgo ) per la presentazione della mostra nella città di Luxembourg (25 luglio 2013):
“Aujourd’hui, nous pouvons dire que leur histoire a été une histoire de succès: la plupart des 60 millions de descendants d’Italiens dans le monde entier sont parfaitement intégrés dans leurs nouvelles patries et beaucoup d’entre eux comptent parmi les plus importants représentants des domaines de l’économie, des arts, de la politique, de la recherche scientifique, aux Etats-Unis comme au Brésil, en Belgique, en France comme au Luxembourg.
Cependant il ne faut pas oublier les immenses souffrances morales et physiques des émigrants italiens obligés à abandonner leurs villes et leurs campagnes, les conditions de travail souvent inhumaines qu’ils devaient supporter, leurs durs efforts d’épargner pour soutenir leurs familles.
Les œuvres de M. Ivo Batocco nous aident à ne pas oublier ce passé: il s’agit d’une mémoire indispensable pour que l’Italie puisse rendre plus solides ses relations avec les nombreuses communautés italiennes à l’étranger et avec les pays qui les ont accueillies”.

Eppure in Italia la memoria dell’emigrazione è stata volutamente rimossa: forse troppo fastidiosa perché ricordava quella povertà endemica in tante parti della penisola dalla quale ci si era in fretta liberati senza soffermarsi a comprendere appieno le ragioni e i punti di forza di tale miracolo economico.
La mostra non è affatto un vacuo esercizio di memoria collettiva: la sequenza delle opere di Batocco rammenta, come in uno specchio rovesciato, anche il fenomeno attualissimo e a tratti tragico dei migranti.

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Riprende tale concetto Claude Frisoni, nello stesso menzionato testo, annotando: “Et en tendant ce miroir, Batocco nous fait réfléchir à ces mouvements migratoires qui, depuis les premiers hommes quittant la corne de l’Afrique pour peupler la planète, ont façonné une humanité diverse et pourtant unique. Tous différents et tous issus de la même espèce. Tous différents et tous membres de la même famille”.

Da ultimo vanno annotati alcuni passaggi che hanno riguardato questa mostra e che aiutano a meglio comprendere la portata complessiva dell’operazione.

Nella sede del Museo dell’Emigrante della Repubblica di San Marino, promossa dalla Segreteria di Stato per gli Affari Esteri e Politici e dall’Ambasciata d’Italia in San Marino, è stata presentata (21 ottobre – 15 novembre 2012) in anteprima una piccola selezione di dodici dipinti tratta dalla mostra La rotta della speranza.

Una mostra “migrante” che è stata poi esposta integralmente nei vasti locali del monumentale ancien Musée de Peinture di Grenoble (4 – 19 maggio 2013) per volontà della Ville de Grenoble, del Consolato Generale d’Italia in Lione e del Consolato della Repubblica di San Marino in Grenoble.

Nella sua interezza la mostra è poi stata presentata nelle antiche logge del chiostro della monumentale Abbaye de Neumünster della città di Luxembourg (26 luglio – 23 settembre 2013) grazie al Centre Culturel de Rencontre Neumünster, all’Ambasciata d’Italia in Lussemburgo e al Commune de Bertrange.
Per la prima volta la mostra è stata esposta in Italia, seppure non integralmente per meri motivi di spazio, nel Museo di Roma in Trastevere (9 novembre – 8 dicembre 2013) su decisione di Roma Capitale (Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali).

L’ultima tappa espositiva è quella in programma in Assisi al Museo della Porziuncola (14 settembre – 16 novembre 2014) promossa dalla Curia Generale dei Frati Minori (OFM) e dall’Opera della Porziuncola con il patrocinio della Regione Umbria e della città di Assisi.

L’opera La rotta della speranza – PA11 (cm 90×90) facente parte di questa mostra dal 2010 è divenuta l’immagine ufficiale del Museo regionale dell’Emigrazione dell’Umbria “Pietro Conti”. Inoltre all’udienza nel Palazzo Pubblico del 30 settembre 2013 dinanzi ai Capitani Reggenti della Repubblica di San Marino, relatore il Segretario di Stato alla Istruzione e Cultura, e alla presenza del Segretario di Stato agli Affari Esteri e Politici nonché dell’Ambasciatore d’Italia in San Marino, del Console della Repubblica di San Marino a Grenoble e dei rappresentanti delle comunità sammarinesi all’estero è stata acquisito il dipinto La rotta della speranza – PA4 (cm 80×100) per il Museo dell’Emigrante della Repubblica di San Marino.

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