Il Canova ai raggi X, ecco come è tornato integro

Tra rilievi 3D e resine fluorurate, ecco come è tornato integro il bassorilievo “L'uccisione di Priamo” dell'Accademia

Il Canova ai raggi X, ecco come è tornato integro

Il Canova ai raggi X, ecco come è tornato integro. Un migliaio di frammenti incollati uno accanto all’altro, perfettamente saldati. Il segreto del ripristino de “L’uccisione di Priamo” del Canova sta tutto nelle tecniche e nei materiali innovativi utilizzati, tra rilievi 3D e resine fluorurate. L’accidentale caduta che aveva danneggiato il bassorilievo tre anni fa, è solo un brutto ricordo per l’Accademia di Belle Arti di Perugia, che può ancora mostrare tutta la bellezza dell’opera grazie all’intervento di autorevoli esperti nel settore del restauro dei gessi.

Gli stessi professionisti che sono stati protagonisti al convegno di studi organizzato per oggi dal Conservatore dei beni, Giovanni Manuali, nella Biblioteca storica dell’Accademia, una mattina di studi moderata da Matteo Ceriana, funzionario responsabile della Galleria Palatina e degli appartamenti monumentali di Palazzo Pitti, Firenze. Ad approfondire il tema sulla formatura dei calchi è stato Augusto Giuffredi, docente di restauro stucchi e gessi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, il cui intervento si è basato su osservazioni relative al modo di realizzare i gessi effettuate durante numerosi restauri eseguiti su opere del Canova e di autori neoclassici.

«Si tenta di delineare – ha sostenuto – non solo il processo tecnico relativo alla creazione dei gessi ma anche quello concettuale e simbolico propugnato dal grande artista di Possagno. Questi studi sono funzionali alla corretta conservazione dei calchi e dei modelli ed al loro restauro. Non sempre i criteri adottati nel recupero delle opere hanno seguito percorsi scientifici rimandandoci immagini legate al gusto di un’epoca o del restauratore stesso che ha operato». È toccato poi a Daniele Angellotto, restauratore specializzato in manufatti in gesso, pietra, terracotta, etc., che con la sua relazione ha ricostruito minuto per minuto il lavoro di ricomposizione dei frammenti, attraverso metodi, obiettivi e materiali impiegati. Una esposizione mirata a ripercorrere le fasi salienti del lungo e complicato intervento di ricomposizione e restauro del bassorilievo “partendo dal recupero dei frammenti in Accademia, passando alle scansioni tridimensionali e alla produzione di controforme 3D, fino a incollaggio e realizzazione di un supporto in fibra di carbonio, stuccature e integrazioni finali”.

A tal proposito, Angellotto ha ricordato come «fondamentali sono stati il metodo di raccolta dei frammenti (tra grandi, medi, piccoli circa un migliaio), dopo un rilievo in 3D, il confronto della ricomposizione dei pezzi con la copia esistente nel Museo di Possagno, scannerizzando il retro di tutti i frammenti del pannello, per poter creare un software adatto a guidare una fresatrice a controllo numerico che restituisse un supporto del retro in polistirene duro su cui adagiare i frammenti per l’incollaggio, in modo da avere una guida onde evitare un effetto “a scalette” della ricomposizione. Nell’attesa di elaborazione del software, si è continuato per mesi a piazzare al loro posto, “a secco”, in laboratorio, tutti i frammenti raccolti, soprattutto i più minuti, per evitare eccessive ricostruzioni e stuccature reintegrative; infine, in poco più di un mese, avendo a disposizione tutti i supporti necessari, tramite l’incollaggio con resine fluorurate si è ricomposto l’insieme, con minime stuccature e patinature: il risultato (visibile nuovamente nel Museo-Gipsoteca) combacia perfettamente con il gemello esposto a fianco, essendo entrambi (e come altri pezzi), ricoperti di uno strato di vernice industriale data nel 1994 al momento della riapertura della collezione. Il restauro dei due manufatti sarà quindi auspicabile in futuro, finanziamenti permettendo, anche per studiare la natura e significato dello strato rosato evidenziato nei frammenti (in corso di indagine) che non esclude una originale colorazione finta terracotta dei due calchi».

A seguire, Costanza Miliani del Molab/CNR-1STM SMAArt di Perugia si è soffermata su “Analisi non invasive e micro-distruttive dei materiali originali di restauro”, ripercorrendo come “il laboratorio MOLAB del CNR-ISTM & SMAArt (Perugia) ha eseguito la campagna analitica con metodologie non invasive in situ e microdistruttive in laboratorio per contribuire alla conoscenza dei materiali costitutivi e sovrammessi dell’opera oggetto del convegno. Sotto uno strato sottile di finitura non originale a base di biossido di titanio, calcite e resina sintetica – ha sottolineato Miliani – le analisi hanno rilevato una composizione complessa della struttura originale fatta di gesso, anidrite, silicati, coloranti organici, cera e materiale proteico». Tutti dati tecnico-scientifici che sono stati minuziosamente presentati e discussi durante il convegno sulla base della tecnica di formatura dei calchi del Canova.

Milena Anzani e Alfiero Rabbolini di Aconerre Arte Conservazione Restauri, nel loro intervento hanno inquadrato le maggiori criticità che si riscontrano nel restauro dei gessi, quindi ricostruzione e pulitura, affrontate attraverso alcuni esempi esplicativi d’intervento: “la ricostruzione del primo modello della Ebe di Antonio Canova, ha permesso di recuperare con l’integrità della scultura, anche una quantità d’informazioni sulla tecnica esecutiva, con uno sguardo che dall’interno dell’opera ha messo in luce tutta la complessità della materia, dalle strutture interne fino alle finiture superficiali.

La relazione tra le caratteristiche morfologiche del gesso: colore, consistenza, porosità, con il tipo di sporco e i trattamenti conservativi subiti, determina i parametri di valutazione per la caratterizzazione di un intervento. Il metodo innovativo per la pulitura del materiale lapideo con i gel rigidi di agar, da noi elaborato proprio per la pulitura dei gessi, è stato studiato e sperimentato per rispondere alle numerose variabili dovute in primo luogo allo stato di conservazione del bene da restaurare. Il continuo sviluppo delle potenzialità dei gel di agar ha portato a nuove modalità di applicazione, che li rende idonei ad un’ampia tipologia di materiali sensibili, che comprende anche gli affreschi”.

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