Cucinelli in cucina Pitti Uomo New York Times, pillole di saggezza culinaria

UN CUCINELLI GASTRONOMO torna AI SAPORI DI un tempo

Cucinelli in cucina Pitti Uomo New York Times, pillole di saggezza culinaria
brunello cucinelli

Cucinelli in cucina Pitti Uomo New York Times, pillole di saggezza culinaria

di Lucio Biagioni 
Il cibo? Dev’essere il più semplice possibile, soprattutto vero, “real”, e seguire la stagionalità. Né, soprattutto, bisogna far confusione: dunque, non mettere più di due, massimo tre ingredienti nel piatto e, last butnot the least, è regola aurea che i diversi sapori delle diverse portate vengano tenuti accuratamente separati, per evitare un mix (l’abbiano a mente quelli che ai buffet fanno trimalcionescamente strabuzzare lo stesso piatto di fritti salumi maccheroni pesci insalate gnocchi e via col vento) che trasformerebbe tutto in un pot-pourri da incubo. È il piccolo breviario gastronomico di Brunello Cucinelli, così come lo racconta Laura Rysman sul New York Times dello scorso fine-settimana. Ospite a Villa Palmieri sulle colline fiesolane del tradizionale party dato dallo stilista umbro in occasione del “Pitti Uomo” di Firenze, “foodwriter” per il “Monocle Guide to Drinking and Dining”, Laura Rysman non si è lasciata sfuggire l’occasione per descrivere un Cucinelli inedito. Un Cucinelli gastronomo, che, come il critico di “Ratatouille”, torna all’infanzia, alle atmosfere e ai sapori di casa, per farne la base della sua filosofia di cucina.

  Filosofia? Certo che sì, trattandosi di Brunello. Nell’atmosfera di Villa Palmieri in cui soggiornò anche Alexandre Dumas, che la vulgata vuole sia quella di cui Giovanni Boccaccio ambientò la cornice del Decameròn (anche se è assai dubbio che lo sia, visti, nei secoli, i tanti proprietari e le relative trasformazioni che l’hanno resa irriconoscibile rispetto a ciò che era nel quattordicesimo secolo, ma, come si dice, “Se non è vero è ben trovato”), si respira aria platonica, di quel “Simposio” che fondò per la prima volta un genere letterario, in cui il cibo e il conversare filosofico sono intrecciati nel segno della socialità più profonda, quella che mira all’autenticità dell’anima. “Un dinner party”, dice Cucinelli, “contiene il sapore della vita”.

Certo, a veder bene, il “Simposio” è l’opera meno gastronomica che ci sia: Platone fa arrivare Socrate a casa di Agatone a metà cena e al massimo gli fa bere un po’ di vino mielato, prima di cominciare a parlare di Eros. Magari dal “Simposio”, che vuol dire “bere insieme”, si sarà sviluppata quella che Leopardi ricorda appo i Romani essere stata una “compotazione”, uno spelluzzico, cioè, accompagnato dal vino durante il conversare. Ma poteva Platone, nel “Simposio”, mettersi a parlare di cibo? quando tutte le sue teorie vanno in senso diametralmente contrario, troppo legati come sono, cibo e appetito, alla schiavitù del corpo, e dunque deprezzati dalla filosofia, perché, pressappoco dice, che semmai vogliamo vedere qualcosa nella sua purezza, dobbiamo staccarci dal corpo e guardare con la sola anima le cose in se medesime? Eppure, uomo terreno anche lui, Platone fu tradito dalla gola, e segnatamente dai fichi secchi, se è vero che il sommo, come racconta l’attendibilissimo Diogene Laerzio, si divorò bulimico tutti quelli che in una sacca portava Diogene di Sinope.

Benvengano allora le raccomandazioni gastronomiche di Brunello, che precisa di non avere uno “chef”, ma un “cuoco”; che fa della semplicità e dell’autenticità degli ingredienti di alta qualità la cifra dell’ “ItalianFood”;che apparenta il rispetto della stagionalità e del luogo (il tartufo nero e l’olio novembrino appena pressato, e in marzoi carciofi fritti) ad una sorta di devozione religiosa. E che i sapori dei vari piatti non vadano mescolati lo sapeva bene sua mamma, che lavava a mano ogni volta i venti piatti delle quattro portate di ogni pasto (“È quello che mi ha dato il senso del gusto”, dice Brunello). Perché alla fine (e questo è veramente un bel concetto, richiamo di un oggi dimenticato passato rurale, che ancora connetteva natura e cultura) il cibo, sottolinea Cucinelli, va rispettato come un rituale sacro.

Niente che abbia a che fare con il “pornofood” di adesso, abbuffata mediatica e socialmediatica. Non provate a fotografare un piatto di Brunello, ammonisce Laura Rysman, ai fini di Snapchat o Instagram. Chapeau, con l’elogio del tempo e del silenzio!

E il “luxury fashion brand”? come la mettiamo con Platone, che nel Fedone fa stigmatizzare a Socrate in quanto inadatti al filosofo il possesso dei bei mantelli, di bei calzari e degli altri ornamenti del corpo? È un po’ la storia dei fichi secchi. Non va dimenticato che, al banchetto di Agatone, Socrate si presenta insolitamente bello, profumato, e indossa perfino dei sandali. Anche i filosofi (vedi un recentissimo libro di Terry Newman sul guardaroba degli scrittori) hanno, anche se non vorrebbero, il loro codice vestimentario.

Si alza il vento, a Villa Palmieri, “so a cashmere pullover”, dice Laura Rysman, is a niceluxurytoo”. Ineffetti il cashmere un aiutino lo dà. Anche a filosofare.

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