Regolamento di conti in carcere a Perugia tra marocchini e tunisini, uno in ospedale

UNO DI LORO FINISCE IN OSPEDALE AL SANTA MARIA DELLA MISERICORDIA

Regolamento di conti in carcere a Perugia tra marocchini e tunisini, uno in ospedale

Regolamento di conti in carcere a Perugia tra marocchini e tunisini, uno in ospedale

Resta alta la tensione nel carcere di PERUGIA, dove ieri è avvenuto l’ennesimo evento critico, con un regolamento di conti tra detenuti stranieri che ha determinato una spedizione punitiva a seguito della quale ristretto è finito all’Ospedale con l’occhio tumefatto. Lo denuncia con forza il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, il primo e più rappresentativo della Categoria, da tempo in prima linea a sollecitare provvedimenti urgenti per il penitenziario perugino.

Ieri c’è stata una violenta colluttazione tra alcuni detenuti stranieri, marocchini e tunisini, che si sono fronteggiati con calci, pugni e lancio di oggetti”,spiega il Segretario Nazionale SAPPE dell’Umbria Fabrizio Bonino. Forse il pretesto del furioso pestaggio tra i detenuti è tra i più futili, ossia l’incapacità di convivere – seppur tra le sbarre – con persone diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che ieri il detenuto tunisino, al rientro in comunità dopo un breve periodo di isolamento, ha aggredito due marocchini, accusandoli di essere “infami” se le sono date di santa ragione. E se non fosse stato per il tempestivo interno dei poliziotti penitenziari le conseguenze della violenta colluttazione potevano essere peggiori.  I Baschi Azzurri della Polizia Penitenziaria di Perugia sono stati dunque bravi a evitare gravi conseguenze. A loro va l’apprezzamento e la solidarietà del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE, che pure denuncia su Perugia una assenza di concreti provvedimenti rispetto alle criticità che da tempo il primo Sindacato del Corpo segnala e denunzia”.

“E’ stata un’esperienza allucinante, gestita con grande sangue freddo e professionalità dai bravi Agenti di Polizia Penitenziaria”, commenta il Segretario Generale SAPPE Donato  Capece. “Il grave fatto accaduto a Capanne conferma la tensione che continua a caratterizzare le carceri, al di là di ogni buona intenzione. Le carceri sono più sicure assumendo gli Agenti di Polizia Penitenziaria che mancano, finanziando gli interventi per potenziare i livelli di sicurezza delle carceri. Altro che la vigilanza dinamica, che vorrebbe meno ore i detenuti in cella senza però fare alcunché. Non ci si ostini a vedere le carceri con l’occhio deformato dalle preconcette impostazioni ideologiche, che vogliono rappresentare una situazione di normalità che non c’è affatto”, conclude. “Gli Agenti di Polizia Penitenziaria devono andare al lavoro con la garanzia di non essere insultati, offesi o – peggio da una parte di popolazione detenuta che non ha alcun ritegno ad alterare in ogni modo la sicurezza e l’ordine interno. Non dimentichiamo che contiamo ogni giorno gravi eventi critici, episodi che vengono incomprensibilmente sottovalutati dall’Amministrazione Penitenziaria”.

Capece ricorda che proprio per tale ragione il SAPPE e le altre Organizzazioni Sindacali della Polizia Penitenziaria hanno interrotto le relazioni sindacali con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a decorrere dal giorno 26 luglio 2017.

“Da Perugia a Verona, da Prato a Piacenza, da Rieti a Cassino, da Frosinone a Gorgona: sono solo alcune delle realtà in cui sono in atto mobilitazioni da parte del personale di Polizia penitenziaria a causa di condizioni di lavoro sempre meno sopportabili. Una serie di aggressioni violente nei confronti del personale, si stanno registrando all’interno dei reparti penitenziari, generando allarme fra il personale, nell’apparente disinteresse dell’Amministrazione Penitenziaria e del mondo politico in generale e senza che la stessa Amministrazione dia segno di voler correggere in alcun modo i percorsi custodiali attivati da qualche tempo. Nulla si muove, non si portano a conclusione le materie affrontate e la quotidianità, specialmente nelle periferie, si snoda sulla speranza che le condizioni non peggiorino”. 

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