Perdono a Santa Maria degli Angeli: “Pace, Penitenza e Riconciliazione”

Il Perdono10di fr Stefano Orsi, ofm
In una prima accezione nel suo significato più comune la parola «penitenza» denota prevalentemente opere esterne quali digiuni, veglie, astinenze ed anche infliggersi un dolore corporale. Nell’esperienza francescana c’è un significato connotativo della parola penitenza. Nel linguaggio biblico il termine corrispondente è metànoia, attorno al quale si sviluppa una dottrina costante, via via ampliata, e designa la conversione del peccatore, teocentrica, etica ed affettiva. Per Francesco, penitenza significa quel capovolgimento che porta l’uomo da una vita istintiva, centrata sul proprio «io», ad una esistenza interamente soggetta e abbandonata alla volontà e signoria di Dio. La penitenza è indissolubilmente legata all’amore di Dio.

Infatti, in una breve sintesi della sua vita, Francesco distingue due periodi radicalmente contrapposti: quello dei peccati e quello della penitenza.

Questo significato di penitenza risulta anche dalla vita prima di Tommaso da Celano, uno dei suoi primi biografi: ascoltato il Vangelo della missione degli apostoli ed il commento del sacerdote secondo cui «i discepoli di Cristo… devono soltanto predicare il Regno di Dio e la penitenza», subito, esultante di Spirito Santo, Francesco esclama di volerlo, di chiederlo, di bramarlo e di fare con tutto il cuore!

Da allora, con grande fervore, egli comincia a predicare la penitenza e radunati i primi otto fratelli, dopo aver parlato a lungo del Regno di Dio, del disprezzo del mondo, del rinnegamento della propria volontà, del dominio che si deve esercitare sul proprio corpo, li divide in quattro gruppi, di due ciascuno e dice loro, di andare , a due a due, per le varie parti del mondo e di annunciare agli uomini la pace e la penitenza.

E’ poi da notare che tale annuncio riceve la conferma dalla Chiesa, quando Innocenzo III, nella primavera del 1210, li incoraggiò con molti consigli e li benedisse dicendo »Andate con Dio, fratelli, e come Egli si degnerà ispirarvi, predicate a tutti la penitenza». Per Francesco non ci può essere pace e penitenza, senza un cammino di conversione verso Dio, senza riconciliazione con Lui.

Dio ha sempre offerto la sua riconciliazione per mezzo dei profeti e la «profezia» più ascoltata è quella della testimonianza: non servono maestri ma testimoni. Così, Francesco, valorosissimo soldato di Cristo, passa per città e castelli annunciando il Regno di Dio, la pace, la via della salvezza, la penitenza in remissione dei peccati, per raggiungere la vera vita, con il dono della Sapienza e l’inizio della Sapienza è il timore di Dio, cioè il desiderio di non offenderlo, ma di amarlo, mortificando tutte le passioni che diventano fardello dello spirito.

La pace è difficile, perché è difficile vincere gli egoismi umani e il nostro io personale. Bisogna umilmente chiederla nella preghiera a chi ce la può dare.

Per parlare di pace occorre prima possederla intimamente, si deve possedere nel cuore la «Parola di Dio».

In questa luce, «fare penitenza» per Francesco è sempre, in senso evangelico, puro dono di Dio ricevuto e accolto dall’uomo che orienta la sua esistenza a Lui. Francesco si batte per un’ integrale e affettiva conversione a Dio, nello spirito di obbedienza incondizionata che pone l’uomo in un costante superamento di se stesso, fino a giungere alla perfezione e alla Pace.

La penitenza, come la conversione a Dio, non solo è il modo per avvicinarsi a Dio, ma è piuttosto il mezzo per godere dell’esperienza della salvezza. L’uomo, mettendo Dio al centro della sua vita, scopre di essere riconciliato a Lui da Dio e per mezzo di Lui con tutti gli uomini a cui è offerta la stessa opera di salvezza.

Gesù è per Francesco esattamente ciò che il nome significa: il Dio onnipotente che è entrato nella storia dell’uomo con la carne della nostra fragilità per salvarci mediante una presenza continuamente operante nell’uomo, e attraverso di lui restaurare ogni cosa secondo un ordine nuovo, che è quello inaugurato dalla sua resurrezione.

Tutta la spiritualità francescana trova il suo fulcro nella coscienza di essere nuova creatura in Cristo. Dopo l’incontro con il Cristo di San Damiano e con il lebbroso, Francesco, che ha cercato se stesso nelle verità e nella gloria del mondo, trova per la prima volta la Verità e con essa si riconcilia, rispecchiandosi nell’Uomo dei dolori.

Dopo un breve momento di solitudine, Francesco, trasformato, comprende che la novità di vita che porta in sé deve integrarsi nella totalità dell’esperienza umana: è il momento del confronto tra l’uomo vecchio e l’uomo nuovo.

Perseguitato dal padre, Francesco prende coscienza di appartenere alla generazione dello Spirito, prima che a quella della carne e d’ora in poi chiamerà Padre solo Dio e, liberatosi dei beni terreni e toltasi le vesti, va «nudo» incontro al suo Signore.

Conscio di questa sua identità risponde ai manigoldi che lo interpellano brutalmente: «Sono l’araldo del gran Re; vi interessa questo?». Percosso e gettato in una fossa di neve, «appena i briganti sono spariti, balza fuori fossa e, tutto giulivo, riprende a cantare a gran voce, riempiendo il bosco con lodi al Creatore di tutte le cose».

La penitenza, intesa come novità di vita. È cantata sull’aria e con le parole di un ritornello «cortese»: «tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto» Non teme, Francesco, di soffrire, ma si fa forte con la Parola di Dio che dice: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna (Mt 10,28).

Il potere è esercitato da Francesco come amore che abolisce le discriminazioni; il bacio al lebbroso, oltre che un gesto eroico di misericordia, è anche una sfida alla società che emarginava quegli sventurati, condannandoli a vivere come cadaveri ambulanti; la denominazione di «minori» data ai suoi frati per proclamare la loro libertà evangelica non è affatto intesa ad identificare i frati con la classe civile dei «minores», al contrario, è voluta, proprio per distinguerli da ogni gruppo sociale assetato di potere.

E’ chiaro quindi che l’intervento di Francesco per la riconciliazione dei «minores» con i «maiores» nel 1210 trae la sua efficacia dall’amore. E così, suo tramite, la riconciliazione tra potestà e vescovo di Assisi si riveste di canto e poesia perché esprime la forza di un uomo ormai identificato nell’anima e nel corpo con Colui che è l’Amore ed è «nostra pace»: Gesù Cristo.

Francesco, «uscito dal secolo» si riconcilia con la società che aveva favorito la sua vita di peccato, riassumendo gli antichi valori con uno spirito nuovo e vivendoli nel contesto di una umanità nuova, incipiente. La riconciliazione di Francesco non si colloca nella sfera morale-ascetica, ma in quella ontologica. La sua è la riconciliazione dell’uomo, ferito dal peccato originale, alienato dalla verità e bontà creaturale, il quale riscopre, partendo dal proprio cuore, purificato nell’amore di Cristo, lo splendore della paternità di Dio e la gioia di essergli figlio.

A commento della beatitudine «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt5,8) scrive: «puri di cuore sono coloro che disprezzano le cose terrene e cercano le celesti e non cessano mai di adorare e di vedere il Signore Dio vivo e vero con cuore ed animo puro»; dove il «vedere» è da intendersi con il latino «intuire»: intuizione della realtà colta nel momento in cui esce dalle mani di Dio; è un sintonizzarsi con tutto l’essere, purificato dalle scorie e distorsioni, con l’amore paterno di Dio che continuamente crea nuove tutte le sue creature.

 

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