Noi, i sopravvissuti dello zoo di Berlino

Non è un caso se non siamo morti tutti e tre a Berlino.

Foto ricordo di un viaggio a Berlino prima dell'attentato del 19 dicembre 2016

Noi, i sopravvissuti dello zoo di Berlinodi Simona Cortona 

Lo so, lo sento, saremmo morti tutti e tre a Berlino. Non è una supposizione, è una realtà.

Tutte le sere dalle 19 alle 20.00 io, mia figlia Clara di 4 anni e il mio compagno andavamo lì al mercatino in Breitscheidplatz, allestito nella zona più rinomata di Charlottenburg, Kurfuerstendamm, Berlino Ovest, molto frequentata anche dai turisti.

Proprio tre giorni prima di partire abbiamo cambiato albergo scegliendo Charlottenburg, a 100 metri dalla follia.  Abbiamo brindato e festeggiato nel freddo polare proprio lì, dove è piombato il tir nero.  Mia figlia ci chiedeva tutte le sere di mangiare lì,  nel cuore dell’antico e tradizionale mercatino di Berlino tra luci, profumi, addobbi e colori del Natale.

Una vacanza a Berlino, una voglia di rivederla 27 anni dopo la caduta del Muro di Berlino, quando da studentessa salii con orgoglio sul quel muro e mi feci, allora ancora una foto. Oggi sarebbe stato un selfie con le due dita in  segno di vittoria.

Era una Berlino che mi sconvolse allora, dove netta era la distinzione tra le due zone. Ricordo il grigio dell’est, i silenzi, le vie e i negozi vuoti. Mi sentivo circondata da architetture inquietanti: enormi palazzoni in cemento, immensi vialoni eredità di decenni di dominazione sovietica.

Al contrario, passando per il Check Point Charlie l’architettura cambiava, tutto diventava moderno, scintillante: eravamo entrati a Berlino ovest dove si è voluto ricostruire una città, dopo la seconda guerra mondiale, moderna, tecnologica e dove la metafora della libertà è rappresentata dalla presenza di ampi spazi aperti e aree verdi.

Nel 1989 le differenze culturali tra le due città le vedevi e le sentivi tutte sulla tua pelle. Oggi non è piu così. Restano solo pochi pezzi di un muro ormai abbandonato,  un Check Point Charlie ridotto ad un piccolo container nero da inquadrare  nei tanti selfie di turisti sorridenti non curanti della storia e dei giovani berlinesi morti per attraversarlo e l’Holocaust Memorial che allora non c’era, ma che ti obbliga a ricordare. 711 blocchi di cemento rettangolari che creano un effetto claustrofobico di grande intensità e partecipazione emotiva dedicato agli ebrei d’Europa vittime dell’Olocausto.

E’ stata mia la decisione di tornare a Berlino. Volevo rivedere una cara amica dei tempi dell’università. Quasi una sorella con cui avevo combattuto battaglie, avevamo costruito insieme ad altri, in primis Elisa Virgillito e Andrea Chioini,  un’associazione, la prima che si occupasse di comunicazione a Perugia: Menteglocale, di cui ne sono stata la presidente per un pò. Ricordo ancora le nostre nottate in bianco per l’uscita della prima copia del giornale rigorosamente cartaceo, le nostre battaglie politiche per le amministrative in città e i nostri pianti perché la sua vita e successivamente la mia, avevano improvvisamente cambiato direzione senza che lei, né io molto più tardi, ce ne accorgessimo.

Lei scelse Milano, poi New York ed oggi Berlino. Io no. Lei lontano da Perugia per ricominciare, io qui nel vano tentativo di capire.

Poi una telefonata nei primi giorni di novembre “sto per avere un bambino, mio padre è morto.”  Anche mio padre era morto e suo figlio è nato lo stesso giorno della mia. Dentro di me sentii subito la necessità di rivederla. Dovevamo guardarci negli occhi e capire se le nostre vite avevano preso la giusta direzione.  “Non sei cambiata per niente” mi ha detto lei, “sei cambiata molto e in meglio” le ho detto io.

La mia amica si chiama Vita, suo figlio Isaia. Il nome Isaia, in ebraico Yeshayàhu, significa Il Signore ha salvato. Non è un caso se non siamo morti tutti e tre a Berlino. 

 

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