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Fusione dei Comuni Umbri, studio Cna, da 92 a 30 municipi

Con l’esclusione di quelli più grandi (Perugia, Terni, Gubbio, Castiglione del Lago e Spoleto) e, per ragioni diverse, San Giustino

Fusione dei Comuni Umbri, studio Cna, da 92 a 30 municipi

Fusione dei Comuni Umbri, studio Cna, da 92 a 30 municipi UMBRIA – Un mucchio di risorse. Quelle che arriverebbero all’Umbria dal processo di unione e fusione dei Comuni e che, in un solo anno, consentirebbe di recuperare oltre la metà dei trasferimenti agli enti locali tagliati nel periodo 2010-2016.

A confermare la pioggia di euro che si riverserebbe sull’Umbria e sui suoi abitanti è un’indagine che Cna ha condotto in collaborazione con il centro studi Sintesi.
“Dalla fusione dei Comuni dell’Umbria, nei prossimi 10 anni potrebbero arrivare risorse ingenti sul territorio, che potrebbero essere utilizzate per ridurre la pressione fiscale e aumentare gli investimenti pubblici – afferma Roberto Giannangeli direttore di Cna Umbria -. La conferma arriva dalla nostra indagine che, dati alla mano, ha ipotizzato una serie di accorpamenti e calcolato ciò che ne deriverebbe in termini economici, non solo grazie agli incentivi previsti dalla legge per i Comuni coinvolti, ma anche dai risparmi che si realizzerebbero dalla riduzione della spesa pubblica. E il risultato è davvero impressionante”.

Fusione dei Comuni Umbri, studio Cna, da 92 a 30 municipiNello studio sono state individuate 24 possibili fusioni tra 86 comuni, che permetterebbero di passare dagli attuali 92 a soli 30 municipi, con l’esclusione di quelli più grandi (Perugia, Terni, Gubbio, Castiglione del Lago e Spoleto) e, per ragioni diverse, San Giustino.

“Nei Comuni interessati – sostiene Giannangeli – la legge prevede che arrivino, per i dieci anni successivi alla fusione, ben 82 euro pro-capite all’anno. Mediamente parliamo di un incremento dei trasferimenti da 1,5 a 2 milioni all’anno per dieci anni. Risorse che, sempre in media, potrebbero consentire di abbattere del 12% la pressione fiscale o incrementare del 26% gli investimenti pubblici nel territorio. In tal modo si potrebbero recuperare in un solo anno oltre la metà dei trasferimenti ai comuni tagliati nel periodo 2010-2016. Nel decidere di realizzare questo studio siamo partiti da una necessità ben precisa: individuare risorse finanziarie necessarie a far ripartire l’economia locale. Per farlo siamo convinti che una delle priorità da affrontare sia quella di sanare il forte deficit infrastrutturale della nostra regione, deficit che rende più difficile la ripresa economica dell’Umbria rispetto ad altri territori. Inoltre, già da tempo ci siamo resi conto che se non riparte il settore delle costruzioni, non ripartono i consumi locali e quindi non c’è ripresa economica. Abbiamo anche tenuto conto dell’obbligo imposto dal Governo ai piccoli Comuni di andare, entro la fine del 2017, verso la gestione associata di tutte le funzioni fondamentali. Il nostro lavoro è solo una proposta per facilitare l’apertura di una riflessione a livello regionale. Si parla tanto di rendere l’Umbria più bella, più facilmente raggiungibile e più attrattiva – prosegue Giannangeli – ma servono risorse finanziarie per poterlo fare e la fusione dei Comuni è un modo per poterle trovare”.

I criteri adottati per ipotizzare le fusioni sono stati i processi di fusione in corso, la continuità territoriale, la morfologia del territorio, l’articolazione dei distretti sanitari e dei sistemi locali di lavoro.

“Dallo studio – ha sostenuto Alberto Cestari, del centro studi Sintesi, nell’illustrare il lavoro – risulta che: i piccoli Comuni hanno costi fissi maggiori e alte diseconomie di scala, con un aumento costante delle spese correnti. Quelli con meno di 5mila abitanti sono 60 e il tasso di anzianità della popolazione è più alto che in città: il 28% di popolazione ultra 65enne contro una media regionale del 25%. Per tutti questi motivi il Governo ha obbligato i municipi più piccoli a passare ad una gestione associata delle funzioni entro la fine del 2017 tramite convenzioni, oppure dando vita alle unioni o alle fusioni dei Comuni stessi. In realtà le unioni avrebbero lo svantaggio di portare alla costituzione di un ulteriore ente rispetto a quelli già esistenti, mentre le fusioni porterebbero alla loro riduzione e agli incentivi conseguenti”.

“Oggi – ha proseguito Roberto Giannangeli – gli imprenditori si stanno impegnando nel portare avanti processi di innovazione delle loro attività, ma tutto ciò non basta. Per tornare a crescere è necessaria una forte riduzione delle tasse ed un incremento degli investimenti pubblici. La fusione tra Comuni deve essere vista in questa prospettiva, cercando di superare il campanilismo identitario, la divisione tra le forze politiche e l’avversione di coloro che occupano posizioni organizzative negli enti locali. È indubbio che dalle fusioni ne trarrebbe un grande vantaggio tutta la popolazione dei Comuni interessati, che non sempre viene messa a conoscenza dei risvolti positivi che si potrebbero raggiungere unendosi ad altri. Siamo convinti che, alla lunga, quello della fusione tra i comuni sia un processo inevitabile. E allora tanto vale farlo ora che ci sono gli incentivi piuttosto che in futuro, quando saremo obbligati e senza averne alcun beneficio economico diretto. Se non lo faremo – conclude il direttore di Cna Umbria – a rimetterci sarà soprattutto la popolazione locale, a cominciare dalle fasce più deboli: i giovani, i disoccupati, gli anziani e i piccoli imprenditori”. Alla conferenza stampa hanno preso parte anche i sindaci di Todi, Carlo Rossini, di Giano dell’Umbria, Marcello Bioli, e di Gualdo Cattaneo, Andrea Pensi.

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