Narni, Wwf e Italia Nostra, “La fondazione Beata Lucia ripensi all’uso del terreno”

digestato 1Da Wwf e Italia nostra Terni – In una ridente località tra Narni e San Gemini, denominata S. Eufizio, c’erano una volta aziende agricole del posto, che lavoravano i campi. C’era una volta la manodopera tipicamente locale. C’erano una volta le coltivazioni a destinazione puramente alimentare. C’era una volta una produzione sostenibile, fatta di buona agricoltura rispettosa della terra. Una decisione della Fondazione Beata Lucia di Narni ha modificato un brano della nostra storia.

Come noto, la Fondazione Beata Lucia è un’azienda pubblica di servizi alla persona, con funzioni di carattere sociale e assistenziale rivolte a infanzia, adolescenza, famiglia, maternità e condizione della donna. Un’opera storica meritoria. Proprietaria di un ingente patrimonio immobiliare e di notevoli estensioni di terreno, la Fondazione per lunghi anni cedeva in locazione tali fondi ad agricoltori locali, in cambio di un ragionevole affitto. Da quelle terre nascevano i frutti del duro lavoro dei contadini del comprensorio, in una logica naturale senza tempo.

L’ente si è distinto nei secoli per un uso consapevole dei propri beni, ‘assicurando’ – recita lo statuto – ‘costante coerenza fra la normativa statutaria e le condizioni sociali, economiche e civili delle Comunità servite’. Ma qui non sembrerebbe. Infatti, a fine 2012, la Fondazione ha ritenuto di cambiare tutto, scegliendo una strada ben più speculativa: con un bando di gara quindicennale dal costo superiore al milione di euro globale, ha cancellato la propria storia e quella dei lavoratori che si erano succeduti su quei campi, affidando i terreni citati -170 ettari- a un’azienda che sostanzialmente sembra mostrare interessi ben diversi rispetto a quanto accaduto finora.

Infatti, in larga prevalenza, il nuovo conduttore – sulla cui folta compagine societaria eseguiremo presto i relativi approfondimenti – utilizza i suddetti terreni per chiudere il ciclo dell’ennesima centrale a biomasse spuntata nelle vicinanze: così, in zona ad alto pregio ambientale, abbiamo registrato nelle scorse settimane l’andirivieni distruttivo di centinaia di camion, con un carico inquinante prima inesistente, tir ricolmi di tonnellate di digestato – che l’Europa considera rifiuto, sottoprodotto delle centrali a biogas – ivi scaricato come fertilizzante.

Fiumiciattoli di questo liquido dal colore ben poco rassicurante ruscellavano per le stradine d’intorno e non pochi residenti hanno ritenuto di chiamare Arpa e Corpo Forestale dello Stato per verificarne la piena conformità di tali iniziative alle norme vigenti.

In vista di nuovi controlli, invitiamo la Fondazione Beata Lucia a tener conto delle variegate ricadute di un’operazione che non sembra affatto corrispondere alla linea morale seguita nei secoli. E in più ora, dopo una fertirrigazione pesantissima sul fronte ambientale, questi terreni saranno sottoposti anche a coltivazione intensiva, ma non per sfamare donne e uomini, quanto la voracità di una bio-centrale che, nella follia del legislatore italiano, ha bisogno di ettari ed ettari di produzioni ad hoc, sottraendole appunto all’uso alimentare.

Questa non è green economy. Non è sostenibilità. Il cda Beata Lucia rifletta bene sul da farsi.

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